LE ASSAGGIATRICI

Fin da suoi esordi ai primi anni Duemila, con il racconto In una capsula e il romanzo La stanza di sopra (Neri Pozza), Rosella Postorino si è subito affermata come una delle narratrici più efficaci della sua generazione. I temi di esistenze costrette dalle condizioni della vita e gli aneliti a una libertà che il mondo spesso rende sfuggente sono ricorrenti anche nelle sue altre opere, che comprendono i titoli L’estate che perdemmo Dio e Il corpo docile (entrambi Einaudi). Di recente per Feltrinelli ha invece pubblicato Le assaggiatrici, romanzo di ambientazione storica che parte dalla vicenda delle vere assaggiatrici che verificavano il cibo destinato a Hitler ma che diventa una parabola universale sul libero arbitrio, la colpa e la sopravvivenza. L’abbiamo intervistata per capire di più su come ha concepito questa storia e cosa volesse trasmettere, ma anche sul suo orizzonte di scrittrice contemporanea.

 

Non cerchiamo tutti di digerire ciò che ci accade, perché comunque accade?

 

Le assaggiatrici è un romanzo che si fonda su vite vere: com’è riuscita a mantenere nell’invenzione narrativa la fedeltà alla Storia?

La vera vita di Margot Wölk, e di qualunque altra assaggiatrice di Hitler, purtroppo non posso conoscerla. Avrei tanto voluto incontrare Frau Wölk e parlare con lei ma, quando finalmente l’ho trovata, è morta. Quel che di vero c’è nel romanzo, dunque, è l’innesco narrativo: essere reclutata per verificare, ingerendolo, che il cibo di Hitler non sia avvelenato. Tutto il resto della storia appartiene invece al mio personaggio, Rosa Sauer, che è inventato, ma si muove in uno sfondo storico che ho tentato di rendere il più verosimile e autentico possibile, attraverso la lettura di romanzi, diari, biografie, memoir, lettere, interviste e attraverso la visione di film che riuscissero a restituirmi non soltanto la quotidianità dell’epoca, l’esistenza minuta. È stato molto confortante sentirmi dire da una lettrice tedesca che la ricostruzione è eccellente, o da una signora ultranovantenne: «È incredibile: è quel che noi provavamo ogni giorno».

Le donne del romanzo hanno un compito delicatissimo che passa attraverso il cibo, un elemento che è descritto ora con repulsione ora con conturbanza. Ed era un tema già nel suo esordio La stanza di sopra. Perché è un elemento così importante?

Da bambina mi domandavo spessissimo come gli esseri umani avessero nel corso della storia stabilito che ciò che ingerivano fosse buono o nocivo per il loro organismo, quanta gente fosse morta prima che si definisse una certa pianta come non commestibile, e soprattutto se prima o poi si sarebbe scoperto che le cose che mangiavamo quotidianamente in realtà avrebbero potuto farci male. Non è così lontano dalla realtà, a pensarci bene: con la carne rossa è accaduto (negli anni Ottanta la mangiavano ogni giorno, oggi no), e la cultura alimentare d’altronde è mobile, muta nel tempo. Credo che la questione mi derivasse in particolare dalle fiabe, nelle quali il cibo ha spesso un valore minaccioso, o può determinare una metamorfosi del personaggio: basti pensare alla mela che morde Biancaneve o alla mela di Adamo ed Eva. Assaggiare il mondo, voler sapere com’è fatto, voler cioè attingere alla conoscenza, è rischioso, implica un prezzo da pagare. 

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Dunque il cibo è un tema molto difficile su cui scrivere?

C’è qualcosa di molto affascinante nel cibo, perché è un elemento esterno che entra nel nostro corpo, un fuori che si fa dentro, attraversa l’organismo e ne viene espulso, ritornando al mondo in una forma che tra l’altro potrebbe contribuire a generare ancora vita. Il cibo è indispensabile per sopravvivere eppure, se tossico, può uccidere. Non è così anche il mondo, non rischia continuamente di ucciderci? Non cerchiamo tutti di digerire ciò che ci accade, perché comunque accade? Non so dire se è difficile scriverne, non mi sono mai detta: vorrei scrivere di cibo. Non scelgo mai a priori un tema ma racconto delle storie, e se nelle mie storie il cibo è presente – così come sono presenti la coercizione, la colpa, l’esilio o la diversità – significa che a quanto pare è una mia ossessione, ma è difficile spiegarne il perché.

Rosa Sauer è una donna forte ma anche spesso in balia di un destino più grande di lei e soprattutto di diverse pulsioni contrastanti. Che tipo di personaggio voleva essere ai suoi occhi?

Esattamente quello che è. Una donna comune, non una fanatica o una persona spinta da un’ideologia politica, ma una che in modo del tutto casuale si trova a fare un lavoro che la aiuta a sopravvivere, e anzi la fa vivere meglio del resto della popolazione invece affamata. Paradossalmente, però, questo lavoro rischia di ucciderla ogni giorno, per tre volte al giorno, attraverso il gesto più naturale e indispensabile che esista: mangiare. Volevo raccontare la sua condizione di vittima e di colpevole al contempo, era questo che di lei mi interessava di più. Rosa Sauer è una persona tradita dalla Storia, la Storia irrompe nella sua vita e le passa sulla pelle, costringendola a una serie di compromessi. Volevo raccontare anche la quotidianità quasi normale – «ci si abitua a tutto», dice lei nel romanzo – di una persona che, per quanto schiacciata dagli eventi, tanto da smettere di aver voglia di vivere, in realtà continua a stringere legami, ad aspettare, a desiderare, e in quel desiderio c’è proprio, al di là della sua stessa coscienza, una rivendicazione di vita. 

Come scrive Christa Wolf: «non c’è un posto dove si sia così abissalmente taciuto come nelle famiglie tedesche». 

Fra le varie forme di adattamento descritte nel libro c’è anche quella di alcune compagne assaggiatrici che accettano inopinatamente la propaganda del regime nazista. Questo per lei ha echi di attualità?

Quando scrivo non mi occupo dell’attuale, tento di occuparmi sempre dell’universale. In quanto universali, purtroppo certe cose hanno echi in ogni tempo. Volevo che ci fossero, nel gruppo di assaggiatrici, anche delle ferventi naziste, che dalle altre vengono chiamate Invasate, perché mi sarebbe sembrato strano che tutte fossero antinaziste o semplicemente disinteressate alla politica («Non mi occupavo di politica» è l’alibi che hanno sfoderato i tedeschi dopo la guerra). L’attualità ci rivela che la demagogia, il pensiero riduttivo, il considerare lo straniero come il maggior problema di un Paese, possono fare presa – e anzi ne fanno ancora – sui cittadini. Inoltre, è spaventoso notare come il lessico del nostro più immediato presente rievochi i tempi passati. Quando gli ebrei scappavano dalla Germania e dalle altre nazioni in cui venivano promulgate le leggi razziali, Paesi che noi consideriamo democratici, come la Svizzera o gli Stati Uniti, non li accoglievano, li rifiutavano con giustificazioni tipo: «non si possono superare le quote di accoglienza», «non possiamo prenderli tutti», «veniamo prima noi», «entrano solo quelli che hanno un lavoro», ... Che cosa ci ricorda? Mi chiedo sempre perché gli esseri umani desiderino leader decisionisti, che propongono un discorso politico non complesso, e in definitiva non realistico. Perché gli esseri umani tendano sempre a cercare capri espiatori. Perché vivano la libertà come qualcosa che spaventa, che dà vertigine. 

Un altro aspetto raccontato con lucido realismo sono gli effetti di quest’esperienza e della guerra sul rapporto fra Rosa e il marito Gregor. Voleva parlare in qualche modo della parabola naturale dell’amore attraverso la loro vicenda?

Volevo raccontare due persone che gli eventi della Storia hanno allontanato fino a renderle estranee, perché ciascuna ha vissuto il proprio personale trauma, le proprie personali colpe, da sola, senza l’altra, e in un modo forse non confessabile, non del tutto, all’altra. Come scrive Christa Wolf, che cito nel romanzo: «non c’è un posto dove si sia così abissalmente taciuto come nelle famiglie tedesche». Volevo mettere in scena due persone rovinate dalla guerra, dal regime, da Hitler. È Hitler che benedice – dal quadro di una vetrina – il loro primo bacio, ed è «alla caduta del Terzo Reich, che l’amore non è sopravvissuto». Rosa si è salvata da sola, senza Gregor, la sua vita è andata avanti mentre lui la ignorava, e in questa «fisiologica carenza di informazioni», fin da bambina, lei ha sempre riconosciuto una forma, seppur inevitabile, di tradimento. Ossia: la fusione idealistica con l’altro è illusoria. Forse raccontando questa storia d’amore lacerata dalla guerra, racconto anche che ciascun amore deve sopravvivere al mondo.

Il modo in cui è venuta a conoscenza della storia di Margot Wölk ha un che di serendipico, grazie a una piccola notizia vista su un giornale: come va in cerca di solito delle storie che vuole raccontare?

Non le cerco, almeno apparentemente. Nel senso che ci sono cose che lavorano dentro di me senza che io ne abbia piena coscienza; poi, quando incrociano una storia, succede che pian piano entrano in quella narrazione con la naturalezza di un incastro necessario, come se non avessero girato nella mia testa a vuoto, nel modo in cui girano le ossessioni, ma fossero lì proprio per riempire la storia che prima o poi avrei scritto.

La letteratura mi ha insegnato quasi tutto ciò che so sul mondo: è l’educazione sentimentale degli esseri umani nel corso della storia. 

Lo stile del romanzo è studiatissimo senza sembrare artefatto e costruisce pian piano la complessa psicologia dei personaggi: lei ha una variegata esperienza professionale nel mondo editoriale, questo le è stato d’aiuto? Ci sono cose che, viste altrove, si è ripromessa di evitare sempre?

Direi che è molto più facile pensare alle cose buone, agli autori da cui vale la pena imparare: non soltanto dai classici, ma anche da alcuni contemporanei viventi. Mi chiamo Lucy Barton di Elisabeth Strout ed Eccomi di Jonathan Safran Foer mi hanno insegnato molto entrambi: li nomino perché sono tra i libri più belli che ho letto mentre scrivevo Le assaggiatrici. Si può imparare molto anche da libri che non sono nelle nostre corde, ma che fanno benissimo qualcosa: hanno una grande capacità di costruzione narrativa, o disegnano personaggi magnifici, o fanno uno scavo psicologico verticale, e così via. Quello che più cerco di evitare sono i cliché linguistici, l’uso di un termine vago se ne esiste invece uno preciso, o le frasi che sembrano avere un bel suono ma che non vogliono dire nulla. 

Immagino che da artista e scrittrice senta nel profondo il compito di lavorare contro stereotipi che permangono infestanti nella società e nei media: può la letteratura dare davvero un contributo fondamentale?

Nei miei romanzi è sempre una donna ad avere il ruolo di protagonista. Non mi sono mai posta il problema del genere sessuale dei personaggi, mi è sempre venuto istintivo parlare delle donne, ma credo che parlare di donne dal punto di vista di una donna aiuti a scardinare i cliché (anche se non è detto; e anche se ci sono scrittori capaci di entrare profondamente nella psicologia di una donna, come Safran Foer in Eccomi, che citavo prima). Le mie protagoniste si trovano quasi sempre in una situazione di gabbia – sociale, familiare, politica, o anche solo emotiva – e cercano un modo, maldestro, spesso disperato, di conquistare una porzione di libertà.  Non so se la letteratura possa avere un effetto reale sull’immaginario degli italiani, semplicemente perché gli italiani leggono molto poco: l’effetto degli altri media è più prorompente e pervasivo. La letteratura, però, mi ha insegnato quasi tutto ciò che so sul mondo: è l’educazione sentimentale degli esseri umani nel corso della storia. Dunque sì, se è tale, la letteratura rifiuta il cliché, lo smonta, il suo obiettivo è la verità.

È solo un’impressione o in ogni caso siamo in un periodo piuttosto vivace per quanto riguarda le autrici femminili?

Credo sia un buon momento per le autrici. Mi stupisco spesso quando mi scrive un lettore maschio, perché gli uomini tendono a non leggere le scrittrici. Spesso, quando amore, sesso, famiglia sono affrontati dagli scrittori sembrano temi più universali di quando li affrontano le scrittrici: se sulla copertina campeggia un nome femminile, il libro rischia di diventare immediatamente più “stretto”. Da qualche tempo, però, gli uomini leggono un po’ di più le donne, o almeno: non posso credere che successi come quello di Donatella Di Pietrantonio, vincitrice del Campiello 2017, o di Annie Ernaux siano stati determinati soltanto dalle lettrici. 

Se dovesse indicare qualche scrittrice, ma anche qualche scrittore, che l’ha influenzata in modo fondamentale, chi nominerebbe?

Prima di tutto c’è stata Marguerite Duras. Nel momento in cui ho incontrato la sua scrittura, a sedici anni, qualcosa è cambiato: la sua lingua rompeva con qualunque altra lingua avessi mai letto prima. Credo di essere una scrittrice anche perché, molto presto, l’ho incontrata. Da ragazzina, poi, non mi separavo mai dalle Poesie del disamore di Pavese. Tra gli autori che ho amato di più, Ingeborg Bachmann, António Lobo Antunes, Sharon Olds, Natalia Ginzburg e moltissimi altri: non saprei dire se mi hanno influenzata o no, mi sembra presuntuoso anche solo pensarlo.

 

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Rosella Postorino (Reggio Calabria, 1978) è cresciuta in provincia di Imperia, vive e lavora a Roma. Ha esordito con il racconto In una capsula, incluso nell'antologia Ragazze che dovresti conoscere (Einaudi Stile Libero, 2004). Ha pubblicato i romanzi La stanza di sopra (Neri Pozza, 2007; Premio Rapallo Carige Opera Prima), L’estate che perdemmo Dio (Einaudi Stile Libero, 2009; Premio Benedetto Croce e Premio speciale della giuria Cesare De Lollis) e Il corpo docile (Einaudi Stile Libero, 2013; Premio Penne), la pièce teatrale Tu (non) sei il tuo lavoro (in Working for Paradise, Bompiani, 2009), Il mare in salita (Laterza, 2011) e Le assaggiatrici (Feltrinelli, 2018). È fra gli autori di Undici per la Liguria (Einaudi, 2015).