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Jocelyn uccide ancora - Lo Sgargabonzi

Esce in questi giorni per minimum fax Jocelyn uccide ancora, il nuovo libro di Alessandro Gori, in arte Lo Sgargabonzi. Il libro è un almanacco di racconti, pagine di diario, brevi apologhi, poesie, elenchi puntati e guide pratiche in cui l’autore aretino dà fondo alla sua comicità disturbante, pescando nel suo ampio repertorio di spunti spietati e punti di vista difficilmente conciliabili secondo gli standard della tuttora dominante morale borghese. Prima di questo l’autore aveva pubblicato altri tre libri, Le avventure di Gunther Brodolini, Bolbo e Il problema purtroppo del precariato (questi ultimi due firmati in coppia con Gianluca Cincinelli). Per sventura conosco Alessandro Gori da tempo e ho così colto l’occasione di intervistarlo, ne risulta un corpo a corpo giocato in un ring immerso nel fango, un dialogo che mi sembra restituire con efficacia alcune delle caratteristiche del volume. Durante tutta la conversazione aleggia impalpabile una domanda: lo Sgargabonzi, oltre che un comico, è anche uno scrittore?

Jocelyn uccide ancora è la tua prima raccolta di racconti, i tuoi tre precedenti libri si presentano tutti in forme proto-romanzesche che costringevano gli spunti in una struttura che in qualche modo finiva per renderne a tratti un po’ faticosa la lettura. A mio avviso questa forma più libera è la più adatta ai tuoi scritti, come sei arrivato a questa soluzione e perché non l’hai tentata prima?

I miei primi tre libri raccontavano storie che avevano senso in quella esatta forma. Non c’è stata nessuna forzatura o addomesticamento. E si vede: c’è gente che tutt’oggi, di notte, si rigira senza pace fra le coperte pensando alla perfezione dinoccolata di Bolbo. Una volta mi fermò un camionista che la definì: “umbratile opera totale”. Stessa cosa vale per questo almanacco, libero, liquido e caleidoscopico, qualcosa che avrei sempre voluto scrivere.

Non sono uno stand-up comedian, sono solo uno che propone le sue cose con la felpa, il cappellino, la dermatite e senza nessun particolare talento.

Alcuni degli spettatori dei tuoi live riconosceranno certi testi, che hai recitato, più o meno simili, nel corso delle serate. Come hai scelto quali inserire nel volume?

Non ho mai scritto niente per essere recitato negli spettacoli, né ho mai fatto una prova prima di salire su un palco. Non sono uno stand-up comedian, sono solo uno che propone le sue cose con la felpa, il cappellino, la dermatite e senza nessun particolare talento. Il fatto di essere non vedente credo che paradossalmente mi aiuti a buttarmi senza troppi lambiccamenti. I paletti che mi sono dato nella scelta di questi cinquanta episodi sono: solo cose che mi farebbe piacere trovare su un libro. Ma un libro vero di scrittori veri: il Guicciardini, il Guinizzelli eccetera.

La sequenza dei racconti risponde a una sorta di meccanismo esoterico, per cui si può rintracciare una qualche contiguità simbolico-tematica nell’accostamento dei pezzi. Ad Anna Frank 2000, biglietto da visita del volume e della tua poetica, segue Nei meandri del Deep Web, un racconto che sembra suggerire che ciò che si legge da qui in poi venga dall’abisso della rete; quindi è la volta di una favola horror, Hans e Gretchen, che si conclude con un rapporto lesbo; poi c’è la Crisalide dei sensi, una parodia del genere erotico; da qui, in classica chiave Eros e Thanatos, si passa alla malattia di David Bowie e quindi al funerale, non il suo ma quello di Dario Fo. A questo punto forse ti stupirai della mia perizia nell’interpretare questi nessi, ti confesso che mi sono aiutato con alcune dritte che ho appuntato grazie a un nostro recente scambio di messaggi vocali. La domanda che vorrei farti è se questo giochino delirante va avanti per tutto il volume, quali altri principi hai utilizzato per ordinare i racconti e infine se ti eri reso conto che lo stesso sistema, ma in forma molto più cheap, è usato da Enrico Mentana per legare le notizie che smitraglia durante i Tg la7.

Ascoltare il flusso di questi racconti e assecondarlo fino a trovare un ordine è stato un lavoro delicato e impegnativo. Da appassionato di musica ho pensato a questo libro come a una lunga rapsodia prog, un flusso di coscienza sotto forma di 50 macchie di Roschach. Volevo che suonasse come The Snow Goose dei Camel.

I fan dei tuoi spettacoli potrebbero essere delusi dal non trovare tra i pezzi piccoli classici come Napoletanità, Guida al pompino perfetto o il (mitico) monologo sui ragazzi down (per il quale colgo l’occasione di un piccolo rimprovero: non te lo sento fare da tempo). Come mai hai deciso di far rotolare teste così pesanti dall’immaginaria corte del tuo repertorio?

Napoletanità, Quida al bonpino ferpetto (citalo bene, animale), o Madonna che ansia sono pezzi che mi sorprendo per come siano diventati dei cult nei miei live. Non sono fra i miei preferiti e trovo s’indeboliscano su carta. E pensare che su quelle stesse b-side altri potrebbero costruire un’intera carriera. Questo per dire lo sfarzo.

Lo Sgargabonzi è un gelatinoso blob mutaforma dove galleggiano oggetti apparentemente inconciliabili fra loro che, cozzando, sbrodolano fuori storie. 

Su 50 pezzi ci sono 10 Interludi dedicati a delle sedute spiritiche in cui ci si fa beffe dell’anima di David Bowie. Sono curioso di sapere se e in caso quanto hai dovuto combattere con gli editor di minimum fax perché te li facessero tenere tutti e 10, per me anche 5 sarebbero stati troppi.

Ma figuriamoci. Alla Minimum Fax sono stati entusiasti di quegli interludi. Mi hanno anche regalato una cornucopia da cui sono subito usciti alcuni frutti di plastica. E comunque non puoi toglierne nessuno o l’architettura di quella storyline crollerebbe. Eh caro amico, sei simpatico ma si vede che non sei uno scrittore.

Non sono uno scrittore di racconti, ma ne sono un avido lettore. Lascia che la ballatetta affronti i flutti procellosi e aspettati che a qualcuno non piaccia tutto in egual misura, quello sui 10 intermezzi è un parere che devi accettare, altrimenti, potrei dirti, se fossi uno scrittore avresti trovato il modo di combinare l’ordine dei racconti in modo da non creare stanchezza per un certo artificio. Non te lo dico, perché sei un autore a tratti sublime nella tua ferocia, ma ti confronti con un genere – il libro schiettamente comico – molto ostico, e che può risultare faticoso anche in capolavori come i racconti di Woody Allen. A proposito, quali referenti letterari indicheresti nel caso di Jocelyn uccide ancora?

Sulla prima parte ti dico: va bene, scuse accettate. Sui referenti letterari: nessuno. Può sembrare una provocazione, ma i libri che ho letto in vita mia sono pochissimi e credo stiano larghi nelle dita di quattro mani senza che ce ne sia stato nessuno che mi abbia segnato particolarmente. Se ti devo fare dei nomi che per me sono stati importanti vengono tutti da altri ambiti. Ti dico gli Squallor in primis, poi a seguire i fumetti di Carlo Peroni (Slurp! su tutti), il Renato Pozzetto degli anni ’70, il cinema di Todd Solondz o di Ciprì e Maresco, gli Oasis, Sergio Bonelli, la riviera romagnola, la vicenda del Mostro di Firenze e i giochi da tavolo di Reiner Knizia.

“Poi sì, c’era l’ennesima edizione del Risiko classico, il gioco più brutto del mondo, il capolavoro d’un titolo di guerra che riesce nell’impresa impossibile di essere piatto e noioso”, posto che tu condivida questa citazione che traggo dal tuo libro, ciò ci farebbe rientrare nell’esclusivo club di persone – al momento saremmo in due – che la pensano così al mondo. E sì che io ho visto degli amici morire giocando a Risiko, morire di noia mummificati come monaci Sokushinbutsu.

I giochi da tavolo da supermercato generano sempre opinioni strane. Tempo fa litigai con Enrico Mentana. Eravamo a casa di amici comuni e giocavamo a Indovina Chi? Si era alle strette finali e gli faccio: “Il personaggio che devo indovinare ha un’espressione apparentemente serena, ma comunque di chi nasconde un tormento agghiacciante che lo tiene sveglio di notte e però mette quella faccia con la sua famiglia per non preoccuparli, soprattutto il figlio piccolo, però intanto muore dentro?”. E lui mi risponde con un deciso no. Abbasso d’istinto le finestrelle di Bill, Susan e Charles e non ho dubbi: “È Herman!”. E invece era Charles. Questo vuol dire non averci proprio capito niente di Herman.


Senza fare spoiler: che hai pensato quando il mondo ha superato a destra impennando Ballata per Asia?

Non mi sono sorpreso. Non è strano che Asia Argento abbia trovato una sorta di Asia Argento più piccola che gli si è ritorta contro. Quest’ultima ne troverà un’altra più piccola ancora e avanti così fino al girino, che s’insinuerà nell’ano di Harvey Weinstein durante un bagno alle terme di Cervia.

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Ho notato che questo è il primo libro che firmi col tuo nome d’arte, Lo Sgargabonzi. Gli altri li firmavi Alessandro Gori. Cosa significa questa novità?

Lo Sgargabonzi è un gelatinoso blob mutaforma dove galleggiano oggetti apparentemente inconciliabili fra loro che, cozzando, sbrodolano fuori storie. Hai presente la differenza di feeling che c’è fra gli album delle Mothers of Invention e quelli solisti di Zappa? Lo Sgargabonzi è le Mothers.

Le avventure di Christian Raimo è un racconto strepitoso. Io l’ho letto come una parodia di un racconto del vero Christian Raimo che si trova in Le persone, soltanto le persone e che si intitola Il tesoro nascosto nel campo. In entrambi sono presenti oscenità legate a portatori di handicap – bellissimo anche il racconto di Raimo, per altro. Questo è anche uno dei pezzi in cui esce più fuori la tua comicità disturbante, che mette il lettore in una posizione scomoda. E penso che sarebbe stato difficile anche per te mettere in scena in questo modo una persona realmente esistente se non aveste un qualche grado di confidenza, infatti dai social si vede che tu e Raimo scherzate spesso. Avresti osato, in volume, un azzardo del genere rivolto a qualche altro personaggio pubblico (ce ne sono altri, sin dal titolo, ma niente di così dirompente)? E poi, per curiosità, Raimo quando ha letto il racconto che ti ha detto?  

In realtà non conosco così bene Christian Raimo, forse è per questo che quella decontestualizzazione mi è venuta bene. Ho cercato di fare un po’ quello che Pupi Avati ha fatto con Diego Abatantuono ai tempi in cui era un comico vanziniano, schiaffandolo in uno psicodramma come Regalo di Natale. Raimo ha una faccia da attore, pare un professore, un entomologo o un detective ma anche l’uomo dietro alle stragi o meglio ancora uno spree killer. Quando Raimo ha letto quel pezzo, da persona divertente e zero accademica quale è, gli è piaciuto molto.

Lo immaginavo, ma non so se hai notato che a forza di coinvolgerlo nelle tue gag su Facebook, Raimo ha cominciato a competere col suo doppio letterario. Recentemente è entrato nel Duomo di Siena scavalcando le transenne per pregare, ma non nella parte destinata alla preghiera a cui si accede da una porta laterale, voleva pregare nel bel mezzo della chiesa, dove per entrare si paga. E ok, in ottica Gesù VS i mercanti nel Tempio (altro episodio evocato nel libro) il discorso torna, ma non ti senti un po’ in colpa per questa mutazione antropologica?

No, semplicemente gli ho detto io che ad entrare lì non si pagava perché comunque hanno dei cartelli che non sono per niente chiari.

Se dovessi indicare una parola simbolo del libro sceglierei “perineo”, cui sembri davvero affezionato. Ti offro l’occasione di parlarne liberamente. Come mai ti piace così tanto, cosa ti fa venire in mente e via dicendo.

In realtà Alessandro Gazoia, mio illuminato editor, mi disse che nel testo compariva troppo spesso la parola entropia. Così la sostuituii con caos indeterministico, morte e in qualche rara occasione perìneo, che è anch’esso un sinonimo e che, ovviamente, niente ha a che vedere con lo stesso termine dalla diversa accentazione (perinèo) usato in anatomia.

Si dice che un bravo comico debba essere per forza un misantropo. Ecco, io non mi sento per nulla misantropo.

Mark Twain alla fine dell’800 diceva che l’umorismo dura al massimo 20 anni, lo ricorda Paolo Villaggio in una bella intervista del 1975, in cui dice che non sono più i tempi del dopoguerra, quando dominavano Sordi, Gassman e Tognazzi, ma che ormai, già allora, grazie alla velocità dei mezzi di informazione, i personaggi umoristici erano destinati a durare appena 5 anni. Questo oltre 40 anni fa. Quanto dura oggi una chiave comica?

Non ne ho idea. Sinceramente non ci ho mai pensato, ma non credo esista una regola. Al contrario che nella vita, a volte nell’arte il tempo scorre in maniera opposta. Se penso agli album degli Squallor che negli anni ’70 sembravano moderni, oggi paiono addirittura fantascienza.

Sempre Villaggio in quell’intervista fa un’interessante analisi della comicità italiana, dice che i comici dell’immediato dopoguerra avevano fame, il loro problema era procurarsi il piatto di spaghetti, e che erano buoni, tonti, ignoranti e molto simpatici. Tutto questo miscelato con una grande saggezza meridionale, erano soprattutto comici napoletani, dotati di una sapienza distillata nella miseria. In seguito, col boom economico di fine anni ’50, arriva quella che Villaggio definisce una “bomba comica strana”, incarnata da Alberto Sordi, che diventa il primo vero antagonista, antipaticissimo ma molto comico, del cinema italiano. Sordi è l’espressione dell’italiano medio che pur di arrivare è disposto a tutto, con punte di cattiveria e di viltà molto esibite. La maschera di Sordi era destinata a influenzare profondamente la comicità in Italia, perché il pubblico si riconosceva in questo personaggio capace di ogni bassezza. Manfredi, Tognazzi e Gassman hanno ereditato qualcosa da Sordi e insieme a lui hanno incarnato la comicità italiana per 20 anni. Quindi si arriva all’austerity degli anni ’70, si provano inquietudine e insicurezza per il futuro. Affiorano i primi dubbi sul modello consumistico ed ecco che l’italiano si riconosce nell’infelicità di Fantozzi. Da allora, con alterne vicende, mi pare che questi modelli si siano ripetuti. In qualche modo possiamo considerare i cinepanettoni con Boldi e De Sica una riproposizione delle maschere arriviste, nell’epoca di una nuova, più piccola e meschina, esplosione economica. Quindi ancora una fase di stagnazione, quella che viviamo oggi. Secondo me in alcune tue cose risuona un po’ questo disgusto per la società in cui viviamo, e si percepisce un sentimento di repulsione non lontano da quello che si provava con Fantozzi, a tratti con una ferocia maggiore, perché rivolta non principalmente verso il protagonista, ma verso tutto il mondo in cui vive. Continuando idealmente l’analisi di Paolo Villaggio, a che punto pensi che si trovi la comicità italiana oggi? E tu, in questo contesto, come ti posizioni? 

Non ho nessuna posizione. Si dice che un bravo comico debba essere per forza un misantropo. Ecco, io non mi sento per nulla misantropo. Anche quando pare che ce l’abbia con certe psicopatologie della società attuale, in realtà non c’è mai una presa di distanza ma finisco per empatizzare con qualsiasi antagonista. Ce l’ho piuttosto con la condizione umana, con questo fatto che la vita è una startup clamorosa ma poi ogni perfezione si dissolve in un gorgo d’entropia (scusa Gazoia) e, prima di dissolverci noi, vedremo morire le persone a cui abbiamo voluto bene. Da bulimico di qualsiasi cosa mi piaccia, questa cosa mi fa girare le palle. Ed è in questo bel brodetto di merda che germoglia ogni società e ogni orrore. Per il resto il fatto di sensibilizzare, smuovere le coscienze, porre l’accento su, non è la mia esatta priorità. Diciamo che è una cosa che mi piace se avviene di rinterzo.

Il libro si chiude con note amare, che a tratti mi sono sembrate molto ispirate, per esempio nell’ultimo racconto Mondo senza fine, ci sono passaggi in cui affiora un dolore che annienta. In generale alcuni testi sono intrisi dal pensiero della morte (Andiamo a comandare, Morire ci piace) e dello scorrere del tempo (La parabola dell’ospitalità). Un pensiero che di solito si lega a una certa memorabilia di banali oggetti consumistici degli anni ’80 e ’90, come la Trekking Light, le lavatrici Zoppas, gli almanacchi tipo Tv Sorrisi & Canzoni e tutti i personaggi che li popolavano, come Corrado Tedeschi. Vorrei che mi parlassi del gorgo più cupo della tua scrittura, e anche del rapporto che hai con gli oggetti e con i personaggi con cui lo popoli. 

Sono legato agli oggetti e ho sempre avuto la fortuna di poter mettere le mie passioni e il tempo perso davanti a tutto, guardandomi bene dal prendermi responsabilità nella vita. Credo che il mio essere bulimico, materialista e conservativo nasca dall’utopia di poter trattenere ancora un po’ la perfezione dell’infanzia, il ricordo dei miei genitori giovani, prima che tutto se ne vada. Sono figlio degli anni ’80 del consumismo, del catalogo pazzesco dei gelati Eldorato, di Colpo Grosso, Drive In ed Hello Spank, dei paninari sulla Zundapp, delle sorprese nelle patatine, del grande esodo estivo verso Rimini, del telecomando Quizzy, delle radiazioni di Chernobyl e della piramide degli Exogini. E non mai avuto simpatia per gli asceti. Del resto nella vita non ho mai incontrato qualcuno che vivesse bene il passare del tempo e che fosse anche una persona interessante. O l’una o l’altra.

 

 

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Federico di Vita è nato a Roma e vive a Firenze. È autore del saggio-inchiesta Pazzi scatenati (effequ 2011, poi Tic, 2012) – Premio Speciale nell’ambito del Premio Fiesole 2013; e di I treni non esplodono. Storie dalla strage di Viareggio (Piano B, 2016). Suoi contributi sono apparsi su diverse testate tra cui Il Foglio, L’Indiscreto e Internazionale.