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Un segno della potenza di un simbolo è che non abbia un significato univoco, ma che si adatti alle esigenze di chi lo usa e ai tempi in cui si trova. È evidente nel caso di Frankenstein, la celebre opera di Mary Shelley per cui sono state suggerite così tante interpretazioni che nel parlarne si rischia di ripetersi o di affannarsi dietro a un’originalità forzata. Chi non ha letto il libro o chi (come me) lo ha fatto in un lontano passato, sappia che probabilmente non ha idea di che si tratta, tale è la quantità di opere derivate che sono state prodotte negli ultimi duecento anni. Di Frankenstein si ricorda il mostro, lo “scienziato pazzo” e un’atmosfera fatta di cicatrici, fronti alte, mugugni indistinti, castelli e cliché gotici per lo più assenti nel testo. Si incontra invece la lotta di due gruppi: i belli, ricchi e amati da una parte e i brutti, poveri e odiati dall’altra. Nessuna delle squadre può però arrogarsi l’aggettivo “buoni” o “cattivi”, che, come vedremo, è molto difficile da attribuire. La prima formazione è quella che apre la storia, con le lettere alla sorella di un esploratore ambizioso e assetato di conoscenza. L’uomo, di nome Robert Walton, si descrive così:

Sono un uomo pratico, industrioso; un uomo che lavora, con perseveranza e fatica. Ma, più in fondo, c’è questa spinta verso il meraviglioso, una vera fede nel meraviglioso, che si intreccia a ogni mio progetto e mi porta lontano.

Walton è diretto al polo nord, dove soccorrerà un naufrago praticamente uguale a lui, Victor Frankenstein. I due si trovano subito, ma il secondo sembra un monito al primo:

Voi cercate sapienza e saggezza, come anch’io ho fatto un giorno; spero ardentemente che l’esaudimento dei vostri desideri non si trasformi in un serpente che vi aggredisca, come è accaduto per me.

Come il suo salvatore, il dottor Frankenstein è intelligente, colto, benestante, amato dalla famiglia e un po’ incestuoso, dato che è innamorato della sorella adottiva. Lo scienziato inoltre allarga la squadra dei belli, perché tutta la famiglia Frankenstein, amici inclusi, è uno splendido modello di virtù. Lo studioso è così innamorato della vita che prova un irritato fastidio davanti al suo contraltare, la malattia e la morte.

La mia attenzione si concentrava su tutto ciò che più è insopportabile per la delicatezza dei sentimenti umani. Vidi come il bel sembiante dell’uomo si guasta e si degrada, vidi come la decomposizione della morte succede al fiorire della vita; vidi come il verme eredita lo splendore degli occhi e del cervello dell’uomo.

Davanti a tutto questo, Victor reagisce in modo un po’ inconsueto. Dopo un brillante percorso di studi, scopre “il mistero della vita” e decide di inocularla nella materia inerte, per la precisione in un bestione umanoide assemblato con pezzi di cadavere. Inutile dire che, a seguito del successo dell’esperimento, lo scienziato si spaventa non poco.

Come posso descrivere la mia emozione a quella catastrofe, descrivere l’essere miserevole cui avevo dato forma con tanta cura e tanta pena? Il corpo era proporzionato e avevo modellato le sue fattezze pensando al sublime. Sublime? Gran Dio! La pelle gialla a stento copriva l’intreccio dei muscoli e delle vene; i capelli folti erano di un nero lucente e i denti di un candore perlaceo; ma queste bellezze rendevano ancor più orrido il contrasto con gli occhi acquosi, grigiognoli come le orbite in cui affondavano, il colorito terreo, le labbra nere e tirate.

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Va notato che da quest’unica descrizione del mostro non risulta nulla di particolarmente orrido, anzi; eppure il compassato scienziato reagisce con la fuga, abbandonando la creatura appena emette il primo vagito. Al suo ritorno nel laboratorio, il mostro non c’è più. Inizia così una serie di luttuose vicissitudini legate alla creatura ripudiata, che raggiungono l’apice con l’incontro tra padre e figlio, un’occasione in cui, per la prima volta, la parola spetta al mostro: «Mi aspettavo quest’accoglienza». L’accoglienza  a cui si riferisce è una serie di improperi dello studioso, a cui difesa va detto che ha motivo di essere arrabbiato, considerato che il mostro aveva ucciso William, il giovane fratello di Victor. La storia del demonio però, è ancor più triste di quella del suo creatore.

 «Tutti gli uomini detestano gli infelici; quanto, dunque, devo essere detestato io, il più infelice di tutti gli esseri viventi!»

Per farla breve, il grosso cadavere ambulante non è cattivo, anzi, è intelligente e sensibile, innamorato degli umani ma non corrisposto, perché ogniqualvolta si palesa agli altri genera fughe e aggressioni. Egli diventa persino l’angelo custode di una famiglia di contadini che abita vicino al proprio nascondiglio, dalla cui metodica osservazione impara indirettamente a parlare e a leggere. La conoscenza però – e in questo la sua sorte è comune a quella del padre – non è una liberazione, ma una condanna.

Com’è strana la conoscenza! Si abbarbica alla mente, una volta che se ne sia impadronita, come un lichene a una roccia. A volte desideravo scrollar via tutti questi pensieri e sentimenti; ma avevo imparato che c’era un solo mezzo per vincere il dolore: la morte, uno stato che temevo pur senza comprenderlo.

Il momento in cui il mostro si fa coraggio e si presenta alla famiglia che ha aiutato (e spiato) è un altro simbolo la cui potenza si rinnova nel tempo. Nel timore della creatura, infatti, è facile ritrovare l’impacciato imbarazzo con cui un adolescente sfigato trova la forza di confessare il proprio amore alla più bella della scuola, per compiere ed estinguere un tragedia il cui esito è noto in anticipo. L’abominio inizialmente è ben accolto, ma il motivo è semplice quanto tremendo: si presenta all’anziano padre di famiglia, che è cieco. Una scena così tragica da divenire quasi comica, come dimostra la sua parodia in Frankenstein junior di Mel Brooks.

 

 

«Io sono una creatura infelice e sola; mi guardo intorno e non vedo né un parente né un amico su tutta la terra.» confesserà il reietto. E l’uomo, che non può percepire l’orrido aspetto dell’interlocutore, gli risponde: «Non disperate. Essere senza amici è davvero un gran male, ma il cuore degli uomini, quando non sia influenzato da ovvi interessi personali, è ricco di amore fraterno e di carità».

L’utopia nerd di vedere riconosciuta se non addirittura amata la propria interiorità si infrange presto, perché all’arrivo dei familiari, la sua apparizione desta il consueto rifiuto, orrore e violenza. Per lui non c’è speranza. A questo punto la simpatia del lettore con il relitto è totale, tanto che persino l’ingrato scienziato è in parte mosso a compassione. Ma non si deve scordare la legittimità dell’altra sponda: immaginate di tornare a casa e trovare una creatura gigantesca e mostruosa – che oltretutto vi stalkera da anni – nell’atto di abbracciare le gambe di vostro padre (cieco); in pochi avrebbero una reazione  di illuminata benevolenza. Sia come sia, l’essere accampa una richiesta che suona legittima:

Sono solo e infelice. Nessuna creatura umana vuole avere niente a che fare con me. Ma un’altra creatura, deforme e orribile come me, non mi si negherebbe. La mia compagna deve essere della mia stessa specie e deve avere i miei stessi difetti. Questo essere tu me lo devi creare.

Inizialmente Frankenstein si rifiuta con orrore, al ché l’educato abominio argomenta:

«Tu sbagli», rispose quel demonio, «e invece di minacciarti preferisco ragionare con te. Io sono crudele perché sono infelice. Non sono forse sfuggito e odiato dall’intera umanità? Tu che sei il mio creatore mi faresti a pezzi con voluttà; riflettici e dimmi perché dovrei avere pietà per quegli esseri che non ne hanno per me. Tu non lo definiresti neppure un delitto se riuscissi a farmi cadere in uno di questi precipizi, distruggendo un corpo che hai plasmato con le tue stesse mani. Dovrei avere rispetto per l’uomo che mi condanna ingiustamente? Che viva con me in un reciproco affetto e invece di violenza gli offrirei aiuto, piangendo di gratitudine se lo accettasse. Ma ciò è impossibile. I sensi umani sono barriere insormontabili alla nostra concordia. Per parte mia non mi sottometterò alla vergognosa condizione di schiavo.

Non fa una piega, tanto che davanti a una richiesta così ragionevole Victor tentenna:

Le sue parole avevano uno strano effetto su di me. Provavo compassione per lui e a volte perfino il desiderio di consolarlo; ma quando lo guardavo, quando vedevo quella massa ripugnante che si muoveva e parlava, il mio cuore si rivoltava e provavo solo ribrezzo e disprezzo. Cercai di soffocare questi sentimenti: pensai che non avevo il diritto di negargli la modesta felicità che era in mio potere accordargli, anche se non avevo simpatia per lui.

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Il mostro aspira a una consolazione comune a tutti, ma che sembra essergli preclusa. Padre e figlio si incontrano per la prima e unica volta, perché sebbene “i sensi umani sono barriere insormontabili alla nostra concordia”, anche il fortunato Victor Frankenstein, prima di creare la propria rovina, era alla ricerca di una consolazione impossibile. La squadra dei belli e quella dei brutti si interseca così nell’insoddisfazione che avvelena ogni uomo, un bisogno di consolazione che Stig Dagermann descrive con disperata maestria:

[...] di una cosa sono convinto: che il bisogno di consolazione che ha l’uomo non può essere soddisfatto. Io stesso sono a caccia di consolazione come un cacciatore lo è di selvaggina. Là dove la vedo baluginare nel bosco, sparo. Spesso il mio tiro va a vuoto, ma qualche volta una preda cade ai miei piedi. Poiché so che la consolazione ha la durata di un alito di vento nella chioma di un albero, mi affretto a impossessarmi della mia vittima.

Si potrebbe quasi sperare nel lieto fine, in cui padre e figlio si accordano, il primo costruisce una compagna per il secondo e tutti vissero felici e contenti – inutile dire che non andrà così. Victor infatti, sebbene acconsenta alla richiesta, ci ripensa in seguito. E la tragedia risiede nel fatto che il suo rifiuto, seppur accecato da un incontenibile orrore nei confronti del figlio, ha dei motivi razionali.

Ora stavo per creare un altro essere di cui non conoscevo la natura: poteva dimostrarsi centomila volte più malvagio del suo compagno, uccidere, rendere infelici gli uomini per il solo piacere del male. Lui aveva giurato di abbandonare i luoghi frequentati dagli esseri umani, di sparire in un deserto. Ma lei? Lei che con tutta probabilità avrebbe avuto ragione e capacità riflessive, non aveva ancora promesso. Forse avrebbe rifiutato di accettare un patto stabilito prima della sua creazione. E se si fossero odiati, l’uno con l’altra? La creatura che già viveva aborriva la sua mostruosità: non avrebbe provato un disgusto anche più forte vedendola comparire davanti a sé in forma di donna? E lei? Lei non si sarebbe forse scostata da lui con eguale disdegno per volgersi alla bellezza superiore dell’uomo? Avrebbe potuto abbandonarlo. E il demonio, di nuovo solo, sarebbe stato esasperato da una nuova provocazione: venire trascurato da un essere della sua stessa specie. E se pure avessero lasciato l’Europa, per vivere in uno dei deserti del Nuovo Mondo, certo uno dei risultati a cui il demonio sarebbe pervenuto era mettere al mondo figli: sulla terra si sarebbe sparsa una razza diabolica.

È curioso che l’opzione di fare amicizia col figlio, nonostante l’aspetto sgradevole, non sia contemplata da nessuna delle parti – l’autrice la nega senza appello. L’inconciliabilità tra padre e figlio, tra mostro e umanità, ci trascina così nel lato oscuro della natalità, il non detto che si nasconde dietro a un evento generalmente accolto con gioia. È il dubbio infame di ogni genitore: se sia giusto donare l’ignoto a degli sconosciuti. Ed è una perplessità lecita, perché la vita per molti è dolorosa e priva di senso, e alcuni figli in futuro diventeranno vittime o carnefici – peggio ancora, potrebbero superare i padri. Si dirà che non è questo il caso, eppure il “mostro” di Frankenstein è più forte, più resistente, più longevo e forse più intelligente dello scienziato che lo ha creato... persino la sua bruttezza, a leggere con attenzione, sembra risiedere nella sua spaventosa superiorità.

Dopo duecento anni, in occasione del Salone del Libro di Torino, quattro scrittori si troveranno in una villa torinese per scrivere racconti gotici, in omaggio al ritiro dove Mary Shelley diede la vita a Frankenstein: non resta che suggerirgli di seguire l’esempio della donna, e rendere bellissimi i propri mostri.

 

 

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Francesco D’Isa (Firenze, 1980), di formazione filosofo e artista visivo, dopo l’esordio con I.(Nottetempo, 2011), ha pubblicato romanzi come Anna (effequ 2014), Ultimo piano (Imprimatur 2015), La Stanza di Therese (Tunué, 2017) e saggi per Hoepli e Newton Compton. Direttore editoriale dell’Indiscreto, scrive e disegna per varie riviste.