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Werner Herzog ha fatto molte cose strane. Non mi riferisco solo alla sua filmografia, che oltre a rivestire un ruolo importante nella storia del cinema è senza dubbio singolare, ma alla sua vita. Nella serie di interviste raccolte in Incontri alla fine del mondo (minimum fax) a cura di Paul Cronin, si scopre sin dalle prime pagine che, ad esempio, il regista sceglie come attore per l’Enigma di Kaspar Hauser un quarantenne che aveva passato gran parte della vita in istituti psichiatrici; che due anni dopo ipnotizza l’intero cast durante la lavorazione di Cuore di vetro; che raggiunge in fretta e furia un’isola vulcanica sul punto di esplodere per girare La Soufrière; che ha fatto issare un battello su per una montagna nel mezzo della giungla amazzonica in Fitzcarraldo. Non ultimo, che ha girato cinque film con Klaus Kinski, più un documentario dal titolo esplicativo: Kinski, il mio nemico più caro. Per chi non lo conoscesse, si tratta di un attore celebre prima ancora che per la sua bravura per la totale, ingestibile follia. Ricordo di aver visto fino allo sfinimento una sua intervista in cui si arrabbia pressoché da solo dopo la prima domanda e se ne va inveendo contro l’intervistatore. Lo stesso regista, parlando delle riprese di Aguirre, Furore di Dio, racconta che:

Una volta le comparse stavano bevendo e facendo troppo chiasso per i gusti di Kinski. Ha urlato e inveito contro di loro, ha afferrato il suo fucile Winchester e ha sparato tre colpi attraverso il muro, in direzione della loro capanna. In quella capanna c’erano quarantacinque comparse stipate insieme e una pallottola ha portato via la punta di un dito a una di loro. È stato un miracolo che nessuno sia rimasto ucciso. Gli ho immediatamente confiscato il fucile, che ancora possiedo. È uno dei miei più preziosi ricordi di Kinski.

Le interviste nel libro passano in rassegna gran parte della carriera cinematografica del regista, dagli inspiegabili furori visionari di Fata Morgana alla gnomesca crudeltà di Anche i nani hanno cominciato da piccoli, fino alla megalomania votata al nulla di Aguirre e Fitzcarraldo. Chi ha dimestichezza con la filmografia di Herzog sa che il suo stile è facile da cogliere ma non da descrivere. Tutto in lui è estremo; una sorta di wagnerianesimo psicotico che gira a vuoto, in cui si insinua il dubbio che non parli mai di un eccesso, ma della realtà quotidiana. D’altra parte, nelle parole del regista, «che si tratti di soldati allucinati o di sordomuti o di nani, i miei personaggi non sono né deformi né patologicamente pazzi. A essere pazzi sono la società, le situazioni in cui essi si trovano e gli uomini che li circondano».

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La banalità dell’assurdo che contraddistingue l’opera di Herzog si chiarisce man mano che ci si addentra nella sua vita; soprattutto l’infanzia, vissuta nell’immediato dopoguerra in una Germania devastata dalla sconfitta. In effetti i suoi personaggi sembrano piuttosto sobri, se li si confronta con lui stesso. Herzog è un uomo pacato, quasi timido, i cui primissimi ricordi sono «il bombardamento di Rosenheim» e «l’apparizione di Nostro Signore in persona». Un uomo che ha visto per la prima volta una banana all’età di dodici anni e che ha fatto la prima telefonata a diciassette. Che giocava con le armi abbandonate dalle SS. Che da piccolo trova una mitragliatrice e prova a usarla senza successo, finché non arriva la madre, non per sgridarlo – per insegnargli a usarla. Nelle sue parole:

Potrebbe sembrare bizzarro alla gente di oggi, ma cose come il ritrovamento della scorta di armi ci hanno garantito un’infanzia meravigliosa. Tutti pensano che crescere in mezzo alle rovine delle città sia stata un’esperienza terribile. Non ho dubbi che lo fu per la generazione dei nostri genitori, che ha perso assolutamente tutto; ma per i bambini si è trattato di un periodo davvero stupendo. I bambini di città occupavano interi quartieri distrutti dalle bombe e si appropriavano dei resti degli edifici, andandoci a giocare e trasformandoli in teatri di grandi avventure. Questi bambini non vanno affatto commiserati. Tutte le persone che conosco e che hanno passato l’infanzia tra le rovine della Germania postbellica vanno in estasi per quel periodo. Era anarchia nel senso migliore della parola. Non c’erano in giro padri a dettar legge e non c’erano leggi da seguire.

 

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In questo contesto i suoi film assumono un sapore diverso, che giustifica lo straniamento d’uno spettatore costretto a vivere l’ovvietà dell’assurdo. La crudeltà della natura, l’idea che «la nostra civiltà sia come un sottile strato di ghiaccio sopra un oceano profondo di caos e tenebre», altro non è che la quotidianità di chi vive tra le rovine. L’occhio allenato di Herzog evidenzia e allarga le crepe, ma non deforma il mondo; col distacco e la morbosa curiosità di un chirurgo ne indaga le viscere. Non si arresta davanti agli aspetti repellenti, se possono avere una qualche utilità per capire o guarire. Il tutto senza ironia, ma con genuino divertimento: anche l’orrore può essere un parco giochi. Il libro di Cronin è pieno di storie e analisi interessanti, ma l’aneddoto che coglie meglio  l’essenza dell’autore mi è sembrato quello della sua repulsione nei confronti dei polli. Herzog dice:

Guarda negli occhi di un pollo e vi scorgerai la vera stupidità. È una sorta di stupidità senza fondo, una stupidità diabolica. Sono creature da incubo, le più orribili e crudeli del mondo. [...] Anni fa stavo cercando il gallo più grande che potessi trovare e ho sentito di un tizio a Petaluma, in California, che possedeva un gallo di più di tredici chili, chiamato Weirdo [«Tipo strano»]. Purtroppo Weirdo era morto, ma i suoi figli erano ancora vivi ed erano anche più grossi. Mi sono recato sul posto e ho trovato Ralph, figlio di Weirdo, che pesava incredibilmente quattordici chili e mezzo! Poi ho trovato Frank, una speciale razza di cavallo in miniatura, alto meno di sessanta centimetri. Ho detto al proprietario di Frank che volevo riprendere Ralph mentre inseguiva Frank – quest’ultimo con un nano in groppa – intorno alla più grande sequoia del mondo, trenta metri di circonferenza. Sarebbe stato stupefacente perché il cavallo e il nano insieme sarebbero stati comunque più bassi di Ralph, il gallo. Ma sfortunatamente il proprietario di Frank ha rifiutato.

Ricapitolando, abbiamo Herzog che, pur odiando i polli, vuole girare la scena di un gallo gigante (Ralph) che insegue un cavallo minuscolo (Frank) con un nano sopra, in corsa attorno a un albero gigantesco. È il carosello della natura, così crudele e ridicolo che il diniego del proprietario del cavallo è dovuto al fatto che «la cosa avrebbe fatto sembrare stupido Frank». Ecco cosa fa Herzog, ci fa sembrare stupidi.

 

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Francesco D’Isa (Firenze, 1980), di formazione filosofo e artista visivo, dopo l’esordio con I.(Nottetempo, 2011), ha pubblicato romanzi come Anna (effequ 2014), Ultimo piano (Imprimatur 2015), La Stanza di Therese (Tunué, 2017) e saggi per Hoepli e Newton Compton. Direttore editoriale dell’Indiscreto, scrive e disegna per varie riviste.