Andrei-Platonov
Andrej Platonov
Nel parere di autorevoli letterati russi che ho conosciuto, il maggior scrittore degli anni post-rivoluzionari è stato Andrej Platonov che, nonostante accanite persecuzioni da parte della polizia staliniana e dell'Associazione degli scrittori degli anni trenta-quaranta, e nonostante che Maksim Gorkij, erede della grande letteratura ottocentesca conquistato alle “magnifiche sorti” del regime sovietico dopo un'iniziale distanza, fosse stato il suo scopritore e protettore, passò i suoi guai negli anni del consolidamento del potere staliniano e della “letteratura proletaria”, del “realismo socialista”.
 
Nato nel 1899, figlio di un ferroviere, Platonov pubblicò i primi racconti nella seconda metà degli anni venti, ma cadde ben presto sotto l'occhio della censura, soffrendo dell'invidia dei servili scrittori del tempo. Riuscì comunque a sopravvivere, di autocritica in autocritica, fino al 1951, quando morì di tubercolosi, una malattia da cui fu colpito quando era corrispondente di guerra.
 
Platonov era d'accordo con i fini della rivoluzione, ma aveva un grande limite, secondo i burocrati: era anzitutto un vero poeta e cantava il mondo dei contadini 
 
Un grande scrittore-giornalista nostro contemporaneo, lo svedese Frank Westerman, ha ricostruito il drammatico rapporto tra il potere e gli artisti russi del dopo-rivoluzione in un'ammirevole inchiesta edita da Feltrinelli, Ingegneri di anime. Essere “ingegneri di anime” nell'ottica di Stalin (ma la formula era di Gorkij) voleva dire contribuire all'affermazione dell'Urss, da un piano quinquennale all'altro, in modi paralleli a quelli degli ingegneri veri e propri, costruttori di fabbriche, dighe, strade. Si trattava, in sostanza, di mettere la propria ispirazione e le proprie capacità espressive a servizio di un progetto socio-economico che aveva per fine il potere dell'Urss e l'affermazione dell' “uomo nuovo” sognato dalla rivoluzione.
 
Platonov era d'accordo con i fini della rivoluzione, ma aveva un grande limite, secondo i burocrati: era anzitutto un vero poeta e cantava il mondo dei contadini (e dei boscaioli, dei pescatori) con più entusiasmo che quello degli operai, per di più proprio nel momento in cui Stalin, per modificare radicalmente il mondo della campagna, scatenò una campagna contro i “kulaki”, i piccoli proprietari di un pezzo di terra, spietatamente massacrandoli. È ben noto che gli operai di fabbrica erano pochi nella Russia del 1917, e che la rivoluzione fu piuttosto opera dei contadini (e dei soldati).
 
Lo racconta anche Cevengur, un grande romanzo di Platonov, di ineguagliato slancio poetico e utopistico, che ebbe la sfortuna di cadere nel pieno di una forte repressione delle dissidenze politiche e, di conseguenza, anche ideologiche, anche artistiche. Gorkij, però, riuscì a difenderlo, per la sincerità della sua tensione utopica, mentre non difese affatto i suoi successivi lavori, accusando anzi Platonov di connivenza con Boris Pilnjàk, un altro grandissimo scrittore di quegli anni. Si faceva influenzare (e rovinare!) da Pilnjàk, disse Gorkij, da sostenitore quale ormai era di un realismo molto tradizionale, e di “buoni sentimenti” rivoluzionari.
 
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'Cevengur' di Andrej Platonov
Pilnjàk fu il più sperimentale e geniale degli scrittori di quegli anni, e finì male, morì nel gulag nel 1938. Il più grande di tutti, forse, anche se il più dimenticato, oggi. Un altgro grande fu Isaak Babel, finito male anche lui, visionario autore di L'armata a cavallo, epopea rivoluzionaria, e cantore del sottoproletariato e del piccolo mondo ebraico dei Racconti di Odessa. (Un altro grande scrittore di quegli anni, Evgenij Zamjatin, l'autore del più grande romanzo di fantascienza sovietico, Noi, la cui visione del futuro venne ripresa da Orwell, suo ammiratore, in 1984, fu condannato assieme a Pilnjàk, e costretto all'esilio.)
 
Pochi come lui hanno saputo narrare quanto l'uomo fosse legato alla natura
 
Semplificando, si può dire che mentre Platonov aveva in mente la visione dell'uomo che era stata di Cechov (e del poeta contadino per eccellenza, Sergej Esenin), Pilnjàk si riconosceva piuttosto nelle avanguardie, nella poesia dei Mandelstam ma anche in quella di Majakovskij.
 
È ben noto che sia Esenin che Majakovskij morirono suicidi, e che Babel morì nel gulag, intorno al 1938, come Pilnjàk. È solo con gli anni di Kruscev, con la destalinizzazione, che il nome di Andrej Platonov ha cominciato a circolare davvero nella cultura europea e internazionale, come uno dei più grandi scrittori della prima metà del Novecento, e i suoi racconti e romanzi a circolare liberamente in Russia e in Occidente.
 
I più noti: Ricerca di una terra felice (Einaudi), Il mondo è bello e feroce (Sellerio), All'alba di una nebulosa giovinezza (Mondadori), e il citato Cevengur (Einaudi). Ma tutto Platonov merita di essere letto e riletto, e hanno probabilmente ragione quei lettori e critici russi che continuano a dire di lui che è stato il più grande della sua generazione e degli anni bui dello stalinismo. Pochi come lui hanno saputo narrare quanto l'uomo fosse legato alla natura, quanto il suo destino continuasse a dipenderne, e quanto la storia finisse per essere nemica di entrambi, della natura e dell'uomo.
 
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Goffredo Fofi (1937) è scrittore, attivista, giornalista e critico cinematografico, letterario e teatrale. Dopo aver contribuito alla nascita di storiche riviste quali i Quaderni piacentiniOmbre rosse e Lo straniero, attualmente di occupa degli Asini.