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Mi sono chiesto spesso quali le ragioni del mio incondizionato amore per una scrittrice così lontana dall'esperienza mia e di tanti che conosco. Carson McCullers (Georgia 1917, New York 1967), fu una fragilissima scrittrice del Sud, che ha dovuto anche lei fare i conti con il magistero di William Faulkner, ma che, tra gli scrittori meridionali del dopoguerra, ha avuto qualcosa in comune solo con Truman Capote (quello dei racconti) ma solo in superficie con certe decadenti atmosfere di Tennnessee Williams, mai con il machismo di Erskine Caldwell e poco con le tre grandi scrittrici del suo tempo, diversamente grandi: Katherine Anne Porter (di cui Bompiani ha da poco pubblicato in unico volume tutti i racconti), Eudora Welty scrittrice e fotografa (Nozze sul Delta) che è tuttora in Italia la meno nota di tutte, e la tostissima Flannery O'Connor, tormentata cattolica faccia a faccia con le manifestazioni del male nell'uomo e nella società (Tutti i racconti, Bompiani).

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Ovviamente, c'è molta la distanza tra queste scrittrici e colei che ha scritto Via col vento (Margaret Mitchell, consapevole erede del feuilleton ottocentesco, mossa da consapevole nostalgia per i vecchi tempi di prima della Guerra Civile e da radicale antipatia per i vincitori piombati dal Nord). Per quanto riguarda la nostra Carson, e il lettore capirà leggendo queste note perché dico “nostra”, è come se lei fosse rimasta nel tempo l'esile e nevrotica ragazza degli anni quaranta, attratta dai losers, i perdenti, anche più di quanto non lo fosse un Hemingway, che dette loro la dignità di eroi/antieroi di tutta un'epoca (prima di lui, la cultura statunitense imponeva le figure degli winners, che è tornata purtroppo a essere quella dominante, di nuovo maschilista e imperialista).

Ogni utopia è destinata alla sconfitta? Vincono solo le utopie negative, le distopie?

Nel suo primo capolavoro, Il cuore è un cacciatore solitario (1940), un romanzo che stupì e incantò per la sua sbalorditiva maturità e che è anche l'ultimo dei grandi romanzi che hanno raccontato gli effetti della Grande Crisi, perfino nella piccola cittadina meridionale in cui cresce, tra i 13 e i 14 anni, la ragazzina Mick evidente alter ego della scrittrice, si parla di lotta di classe e si cita Karl Marx. Ma a caratterizzare il romanzo è piuttosto l'intreccio di solitudini che lo popola, del vecchio orologiaio sordomuto che sa a suo modo “ascoltare” il prossimo, del medico nero che sogna il riscatto della sua gente, del vagabondo manesco che anche lui ha una chiara idea dell'esistenza delle classi, di un vedovo insicuro della propria virilità...

La ragazza Mick (la ragazza Carson) comprende ben presto che la vita non premia nessuno. In quello che è per me il suo capolavoro, La ballata del caffè triste, poco più lungo di un racconto lungo, Carson narrerà il fallimento di un'utopia, quella di un luogo d'incontro per i solitari di una contea gestita dall'erede di una grande famiglia decaduta e da un suo presunto parente, un nano arrivato all'improvviso da chissà dove. C'è amore tra loro, ma tutto spirituale, e il luogo che essi propongono attira persone da vicino e da lontano, perché è un luogo dove una volta tanto regnano l'amicizia, l'ascolto, la solidarietà. Basterà il ritorno dal carcere dal violento marito della proprietaria a distruggere tutto, tutto. A distruggere un piccolo, ma possibile, surrogato del paradiso.

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Ogni utopia è destinata alla sconfitta? Vincono solo le utopie negative, le distopie? Da questo racconto vennero tratti un adattamento teatrale e un film (interpretato da Vanessa Redgrave), come è accaduto per un altro romanzo della McCullers, Invito a nozze, da poco ripreso da Einaudi e che fu già della Longanesi dove lo scoprii innamorandomi della McCullers. Tanti anni dopo ho saputo che Carson – (di cui esiste un simpatetico ritratto d'epoca di Cartier Bresson) visse per un periodo abbastanza lungo a Roma, e ho il rimpianto di non averla potuta incontrare, più vecchia di me di vent'anni ma che, ciò nonostante, ho vissuto da ragazzo come fosse una mia coetanea da capire e proteggere... Sono stato io a suggerire agli amici di Stile Libero Einaudi di riproporre l'opera di questa scrittrice, con felice risultato...

Invito a nozze fu portato a teatro per la regia di Harold Clurman, un grande dell'Actor's Studio, con due attrici stupende, Julie Harris nel ruolo della ragazzina (altro avatar di Carson adolescente) e Ethel Waters in quello della mammy nera sua confidente e, in qualche modo, sua vera madre. Ne fu tratto anche un film con le due attrici, diretto da Fred Zinnemann a poca distanza da Da qui all'eternità, ma i distributori italiani,  pronti a doppiare le peggiori scemenze hollywoodiane, non lo considerarono adatto al nostro pubblico. Ma prima o poi riuscirò a vederlo...

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Un altro film, sottovalutato alla sua uscita, trasse da un romanzo di Carson a metà degli anni Sessanta un regista importante come John Huston, Riflessi in un occhio d'oro, girandolo, guarda caso, nelle pinete tra Roma e il mare, ricostruendovi un campo militare Usa ovviamente meridionale. È un film assai bello ed estremamente intrigante, interpretato da Marlon Brando (per molti, me compreso, nella sua interpretazione migliore) e da una sfrenata Elizabeth Taylor, sua moglie insoddisfatta, perché lui, graduato importante, ha oscure tendenze omosessuali. Nelle sue memorie Huston parlò a lungo di Carson, intrigato e quasi spaventato dalla sua nevrosi, dalla sua gracilità e insicurezza, psichiche e fisiche: un maschilista che, per una volta, restò toccato dal dolore di una donna, dal suo bisogno di tenerezza.

Nelle opere di Carson McCullers non ci sono né salvati né salvatori

Carson ebbe un marito che amò molto e da cui fu riamata ma con cui, si dice,ebbe scarsi rapporti sessuali, e che morì tragicamente. Non ebbe una vita facile, segnata dalla malattia fisica e dall'inquietudine psichica. Su di lei, è uscito un bel libro di Jacques Tournier, Retour à Nayack. A la recherche de Carson Mc Cullers, facilmente recuperabile per i lettori di Kobo ma non nelle nostre librerie - una partecipe investigazione sulla sua vita e il suo ambiente, quello evocato nei romanzi. Nelle opere di Carson McCullers non ci sono né salvati né salvatori, eppure, chi non ha soffocato in sé il ricordo delle inquietudini dell'adolescenza, può ritrovarvi le domande e le paure di un'età che è, a ben guardare, la più esigente di tutte, e la più dura a morire. 

 

 

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Goffredo Fofi (1937) è scrittore, attivista, giornalista e critico cinematografico, letterario e teatrale. Dopo aver contribuito alla nascita di storiche riviste quali i Quaderni piacentini, Ombre rosse e Lo straniero, attualmente di occupa degli Asini.

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