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Quando uscirono i primi fantasiosi romanzi di Italo Calvino ci fu (Indro Montanelli) chi ne parlò come di un nostro Jean Giono. È su quella suggestione che più tardi mi accostai all'opera dello scrittore provenzale, scoprendo anzitutto L'ussaro sul tetto, un romanzo del 1951 che ebbe un immediato successo e che figura ancora tra i più letti in Francia, grazie al suo piglio avventuroso e romantico. I critici francesi non gli lesinarono gli elogi, e citarono come suoi maestri – non è cosa da poco! - Ariosto e Stendhal. Il girovagare del protagonista Angelo, ussaro piemontese (il padre di Giono era di origini piemontesi) in una Provenza montana, brulla e disabitata per via del colera, la sua amicizia con un gatto, la sua delicata storia d'amore con Pauline che lascia al legittimo marito dopo aver tentato di raggiungere l'Italia, erano narrati con lieve visionarietà, con adesione e partecipazione, e il romanzo non ha perso nel tempo nulla della sua freschezza.

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Ma ci sono anche altri motivi per amare Giono, membro di quella letteratura francese del Midi che, verso il mare, nella capitale del Sud Marsiglia, ha agito da controcanto all'invadenza parigina (di essa, nel Novecento, il nome più noto è stato quello di Marcel Pagnol, uomo di teatro e di cinema, autore di una memorabile “trilogia di Marius, Fanny e César”, bensì tutta cittadina. Marsigliesi furono anche due grandi attori, Raimu, tra tragico e comico, e Fernandel, che è stato con Jean Gabin l'attore più amato dai francesi di ieri, il cui ruolo più noto è, per ironia delle coproduzioni cinematografiche, quello del nostro Don Camillo. Giono tentò anche lui il cinema, scrivendo e dirigendo un film per Fernandel, Crésus, di scarso risultato. A questi nomi i francesi del Midi del secolo scorso associavano volentieri quello di Vincent Scotto, autore di celeberrime canzoni).

Il primo motivo è “ecologico”: il breve racconto di Giono L'uomo che piantava gli alberi (in edizione italiana Salani, illustrato da Simona Mulazzani) è diventato celebre negli anni come una storia esemplare su quale dovrebbe essere il nostro rapporto con la natura. Giono vi narra i suoi incontri con un montanaro che, anno dopo anno, raccoglie ghiande e le pianta, per rimboschire un brullo altopiano e brulle montagne: dopo tre anni, al tempo dell'incontro, era riuscito a piantare centomila ghiande, di cui solo diecimila erano riuscite a diventare querce, e però diecimila querce si vedono, formano foreste, cambiano l'ambiente e lo rendono vivibile per gli uomini e per gli animali. Prima le querce, poi i faggi, poi le betulle...

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Attraverso due guerre mondiali, Giono ritrova l'onesto montanaro fedele alla missione che si è dato e, dopo la sua morte, scopre che sul suo territorio i cupi gruppetti di poche case visti tanti anni prima si sono trasformati in prosperi e ridenti villaggi. Ho pensato per molto tempo, come tanti altri lettori, che questa fosse una storia vera, ma no, era un'invenzione “propositiva” dello scrittore, che, dicono gli ecologisti francesi, ha bensì fatto scuola, perché sono tanti coloro che hanno imitato le umili gesta di Elzéard Bouffier, il mite e saldo eroe di Giono.

Giono ha scritto molti buoni romanzi, per esempio Le anime forti o Che la mia gioia resti, e non sempre così ottimisti, come non lo è per esempio Un re senza distrazioni, l'investigazione sugli omicidi di un ricco montanaro che porta chi investiga a scoprire in sé istinti simili e si conclude con il suo suicidio (il titolo originale di questo cupo romanzo contraddice quello de Il Re si diverte di Victor-Hugo che ha ispirato il Rigoletto di Verdi). Memore delle stragi della prima guerra mondiale Giono è stato, e va ricordato perché è un altro grande motivo per ricordarlo e amarlo, obiettore di coscienza e per questo lungamente carcerato durante la seconda, e ha scritto di nonviolenza e di pacifismo e una limpida Lettera ai contadini sulla libertà e la pace. È tuttavia per L'uomo che piantava gli alberi, tradotto dal francese in tantissime lingue, quasi quanto Il piccolo principe di Saint-Exupéry, che Giono è soprattutto ricordato.

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La storia del montanaro delle ghiande è molto amata dai bambini, è una storia inventata ma plausibile, mentre non è inventata quella che ha raccontato in una delle sue relazioni ufficiali di viaggio per le province meridionali italiane al re borbone di Napoli un grande illuminista napoletano, Giuseppe Maria Galanti. L'ho conosciuta prima di quella di Giono, e mi ha commosso altrettanto. Viaggiando per le Puglie, Galanti era finito in una valle che da un lato era arida e quasi disabitata mentre sul lato opposto era verdeggiante, florida, vitale. Galanti si incuriosì e chiese ai contadini del lato verde il perché di tanta differenza. La risposta fu semplice: un saggio prete del paese, morto da tempo, dava come penitenza a chi andava a confessarsi quella di piantare un albero! 

 

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Goffredo Fofi (1937) è scrittore, attivista, giornalista e critico cinematografico, letterario e teatrale. Dopo aver contribuito alla nascita di storiche riviste quali i Quaderni piacentini, Ombre rosse e Lo straniero, attualmente di occupa degli Asini.