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Dei molti scrittori e registi italiani che ho avuto la fortuna di conoscere, alcuni sono stati amici, molto amici, e in quanto tali aperti al dialogo, al confronto e talvolta anche allo scontro. Tra questi Paolo Volponi (Urbino 1924 – Ancona 1994), che non è stato solo scrittore ma anche funzionario a Ivrea dell'Olivetti, direttore del personale di quell'azienda per molti anni, deputato per Rifondazione. Marchigiano schietto, legatissimo alle sue origini, ma grazie all'esperienza eporediese e, probabilmente, alla sua strettissima amicizia con Pier Paolo Pasolini, partecipe di una storia d'Italia che è stata anche storia del mondo, quella di una mutazione – gli anni del “miracolo economico” ­ che esaudiva i sogni di benessere perseguiti da una popolazione contadina e per gran parte analfabeta. Quegli anni però chiudevano, con la diffusione massiccia di una cultura omologante, l'utopia di uno sviluppo armonico e che fosse di vero progresso, aperto a una civiltà nuova, che non tagliasse le radici della vecchia ma sapesse costruire a partire da quelle. Fu un sogno del cui fallimento risentirono i nostri grandi scrittori del dopoguerra, Bianciardi e Mastronardi per primi, diversamente suicidi come in fondo lo stesso Pasolini, una delusione che non lasciò indenni Morante e Ortese, Silone e Chiaromonte, Cassola e Pratolini, Zanzotto e Fellini, il Calvino di Palomar e lo stesso Sciascia del dopo-Moro. La differenza da costoro di Paolo Volponi fu bensì grande, anche da Pasolini, perché a lungo egli credette nella “fabbrica illuminata”, nell'utopia olivettiana, nelle possibilità del “buon governo”, in una sinistra non parolaia, non opportunista, non trasformista.

Volponi aveva esordito con un capolavoro che fu subito riconosciuto come tale, Memoriale (1962), se non il primo certo il più importante romanzo che esplorasse la vita di fabbrica e una nevrosi operaia, in tempi che erano ancora di “neorealismo” o di “realismo socialista”. Il protagonista, Albino Saluggia, è uno dei grandi personaggi della nostra letteratura post-bellica, così come Anteo Crocioni, il protagonista di La macchina mondiale, il libro che gli fece seguito (1965), dove a subire gli effetti della mutazione era un giovane proletario autodidatta, in una sorta di dolce e via via tragico scontro con la società, nel fallimento dei suoi sogni e di un'idea del cambiamento.

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A questi temi Volponi è tornato in tutta la sua opera, che vanta un capolavoro come Corporale (1974), grande e violento ritratto del mondo del “capitale” come, a distanza di quasi vent'anni, sarà Le mosche del capitale (1991) e altri grandi romanzi sempre più visionari e inconcilianti, tra i quali una curiosa e affascinante esplorazione del mondo post-atomico di alcuni animali sapienti sopravvissuti al disastro, Il pianeta irritabile (1978). Alla sua Urbino Volponi ha dedicato Il sipario ducale (1975) e al suo giovanile tentativo di conquista della capitale La strada per Roma (1991, che era in realtà un'opera giovanile lasciata nel cassetto), un classico “romanzo di formazione” che precede il suo approdo nella Ivrea della “fabbrica illuminata” al fianco di Adriano Olivetti.

Il romanzo forse più doloroso e urticante di Volponi rimane il suo primo, ma il maggiore, a detta di molti suoi critici, rimane Corporale, che definii in un mio vecchio articolo “affascinante e fluviale, barocco ed esplosivo, sensuale e violento, incontrollato e grandioso”. L'ho ripreso in mano di recente, ricavandone un'impressione dolorosa: quanti grandi romanzi e quanti grandi scrittori italiani in quegli anni e negli anni seguenti! Quanti pochi oggi (e facciamo i nomi! Siti, Montesano, Mari, Lagioia, pochi altri...), pur nel diluvio di una editoria che sembra impazzita e di frenetiche generazioni fittissime di nomi di “scriventi”, come li definiva Elsa Morante contrapponendoli ai veri “scrittori”. Tra gli “scrittori” quello che Volponi mi disse di venerare sopra ogni altro era l'autore del Pasticciaccio, Carlo Emilio Gadda.

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Il rapporto di amicizia strettissima che legò Volponi a Pasolini - che avevano tante basi comuni ma anche tante ed evidenti diversità - è ancora da indagare, così come sarebbero da indagare i suoi ondeggianti legami, dettati, credo, da un bisogno di presenza più che da convinzioni profonde, a certe riviste e figure delle avanguardie letterarie degli anni ottanta e successivi, e quelli, meno ondeggianti e più convinti, che ebbe nei suoi ultimi anni di vita con i gruppi politici di una tarda sinistra non sempre convincente, ma comunque ribelle. Non si adattò all'Italia così come andava cambiando, Paolo Volponi, così come non vi si adattò Pasolini, ma entrambi continuando a lottare e in qualche modo non solo a trasferire nelle opere – film o libri o poesie – le loro insoddisfazioni, ma a denunciare la morte degli ideali e le conseguenze di una inconsulta accettazione delle regole del gioco stabilite dal potere che Volponi, meglio di Pasolini, individuava nelle trasformazioni e nelle egoistiche ambizioni e sopraffazioni del capitale. La differenza tra i due stava forse nella più diretta conoscenza che Volponi aveva di quei meccanismi, perché dopo Ivrea era anche stato (non molto a lungo, per la verità) il responsabile del Centro studi della Fiat, che si accorse molto presto di aver sbagliato uomo.

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Pasolini era stato ai suoi inizi più poeta che prosatore, prima di scoprirsi una vocazione di cineasta (e Volponi fu attore per lui, in veste di prete, in una memorabile scena di Mamma Roma a fianco di Anna Magnani). Ma anche Volponi è stato, nella linea di una poesia dichiaratamente civile, un forte e luminoso poeta, in versi che sono insieme fortemente narrativi e fortemente lirici, fatti di osservazioni concrete e di ardite visioni. Da Le porte dell'Appenino (Feltrinelli 1960) a Con testo a fronte (Einaudi 1986) e a Poesie 1946-1994 (Einaudi 2001). Volponi, pubblicato inizialmente da Garzanti, è stato poi edito da Einaudi, che ha in catalogo tutte le sue opere, curate quasi sempre da un valente studioso, Emanuele Zinato. In onore di Volponi, grande marchigiano, si assegna ogni anno nella sua regione, a Fermo, un “premio Volponi” per la letteratura ma anche, giustamente, un premio “per l'impegno civile” a personalità che sono attive in vari campi dell'espressione artistica.    

 

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Goffredo Fofi (1937) è scrittore, attivista, giornalista e critico cinematografico, letterario e teatrale. Dopo aver contribuito alla nascita di storiche riviste quali i Quaderni piacentini, Ombre rosse e Lo straniero, attualmente di occupa degli Asini.

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