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David Foster Wallace è un autore così di culto da essersi meritato i riconoscimenti più inusuali, dalle maratone teatrali (il Rave Foster Wallace di Milano, ad esempio) fino al conio di una sigla: DFW. Un incoronamento raro, per cui non basta essere bravi scrittori (criterio senz’altro soddisfatto) ma che necessita di un elemento ulteriore, che trasformi la stima in mitologia. In questo caso potrebbe trattarsi della somiglianza tra la vita dell’autore e quella dei suoi personaggi, che, mediante dei vasi comunicanti tra finzione e realtà, ha travasato la passione dei lettori dai romanzi a chi li ha creati. Ad accomunare l’autore alle sue creature c’è soprattutto il tratto del genio. Non quello di un enfant prodige alla Picasso, che a quattordici anni dipinge già come un consumato professionista, ma quello borghese e nevrotico – direi aristocratico – della famiglia Glass di Salinger.

«Siamo tutti identici nella segreta credenza che in fondo siamo diversi da tutti gli altri»

È la genialità del figlio di due professori universitari, del giovanissimo laureato in letteratura inglese e filosofia con un master in scrittura creativa, del ragazzo che esordisce a venticinque anni con un romanzo subito osannato dalla critica, La scopa del sistema. Nelle parole dello stesso DFW, «il racconto di un giovane e sensibile WASP con una crisi di mezza età, che lo ha portato dalla fredda e cerebrale matematica analitica a un freddo e cerebrale approccio alla teoria letteraria di Austin-Wittgenstein-Derrida». Un libro in cui si trova già un elemento comune a tutta la sua narrativa successiva, la descrizione di persone speciali, nel senso con cui si vorrebbe auto-investire qualunque adolescente. I personaggi di DFW sono la migliore definizione di speciale a disposizione; sono così speciali che si amano o si odiano in base alla propria età o fase esistenziale. Lo scrittore riesce a cogliere e a rappresentare un tratto che, nonostante la sua rarità, chiunque crede di possedere: la capacità di vivere con una profondità fuori dall’ordinario. O, per dirlo con le sue parole, «Siamo tutti identici nella segreta credenza che in fondo siamo diversi da tutti gli altri».

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È il dono di chi vede oltre gli schemi e restituisce il segreto del mondo senza esplicitarlo, in una sorta di pura traspirazione di stile. Dalla Scopa del sistema alla Ragazza coi capelli strani, fino a quel che è considerato il suo capolavoro, Infinite Jest, nel mondo quasi privo di preoccupazioni materiali di DFW le persone possiedono la versione spirituale della grazia di una modella d’alta moda, che può buttarsi un pigiama addosso e farlo sembrare un capo di Chanel. La bravura dell’autore risiede proprio in quel che rende un po’ goffe persino le sue imitazioni migliori (come i Tenenbaum di Wes Anderson), ovvero il dar vita a persone genuinamente speciali. Il facile espediente narrativo di conferire ai personaggi un’intelligenza nevrotica e sovrumana non basta; bisogna distillarla in gesti, prospettive, espressioni, idee – insomma, quest’intelligenza bisogna possederla, per poterla estremizzare e restituire nelle pagine di un romanzo.

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A conferma di come gli occhi di DFW coincidano spesso con quelli dei propri personaggi, basta leggere la sua eccellente produzione saggistica, come Una cosa divertente che non farò mai più, Considera l’Aragosta. La scrittura chiara, intelligente e ironica dell’autore riesce a veicolare complesse analisi filosofiche con leggerezza, ma soprattutto ne manifesta il carattere vitale, quasi che il pensiero fosse un’urgenza fisiologica. Il metodo DFW consiste nel fissare un oggetto banale come un ebete, sprofondare nei misteri che vi si annidano (come ovunque nel mondo) e restituire l’infinita complessità dell’impresa. È quel che accade in Considera l’Aragosta, o in Una cosa divertente che non farò mai più:

 

"E allora oggi è sabato 18 marzo e sono seduto nel bar strapieno di gente dell’aeroporto di Fort Lauderdale, e dal momento in cui sono sceso dalla nave da crociera al momento in cui salirò sull’aereo per Chicago devono passare quattro ore che sto cercando di ammazzare facendo il punto su quella specie di puzzle ipnotico-sensoriale di tutte le cose che ho visto, sentito e fatto per il reportage che mi hanno commissionato. Ho visto spiagge di zucchero e un’acqua di un blu limpidissimo. Ho visto un completo casual da uomo tutto rosso col bavero svasato. Ho sentito il profumo che ha l’olio abbronzante quando è spalmato su oltre dieci tonnellate di carne umana bollente. Sono stato chiamato «Mister» in tre diverse nazioni. Ho guardato cinquecento americani benestanti muoversi a scatti ballando l’Electric Slide".

 

Ed anche è quello che fanno i protagonisti di Infinite Jest, attraverso estenuanti ghirlande di digressioni, elucubrazioni e giochi linguistici, fino costringere le stesse parole che li creano a tracimare dal romanzo, in note quasi altrettanto ponderose. DFW sovraccarica di intelligenza delle personalità emotivamente fragili, fino a farle esplodere in fuochi d’artificio di dolore e bellezza: l’epilogo che vorrebbe ogni adolescente. Nel frattempo, la vita di DFW prosegue come un romanzo di DFW; dopo la stesura del primo libro e dei racconti della Ragazza coi capelli strani, si iscrive al corso di filosofia dell’università di Harvard, che abbandona alla fine del 1989 in seguito al ricovero in una clinica psichiatrica. Secondo la sua biografia, Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi, di D.T.Max, l’anno seguente lo scrittore sviluppa un’ossessione per la memorialista Mary Karr. Nonostante i rifiuti di lei, al tempo sposata, DFW si tatua il suo nome e arriva perfino a ipotizzare di uccidere suo marito. I due in seguito vivranno una relazione sentimentale violenta e senza lieto fine.

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È banale sostenere che i personaggi dei libri parlino di chi li scrive, ma non sempre il caso e la volontà di un artista dettano con una tale fedeltà stilistica anche la sua biografia. L’intelligenza ipersensibile e senza meta dei personaggi dei romanzi di DFW tormenta anche l’autore, che, il 12 settembre del 2008, si impicca nel garage della sua casa di Clearmont, in California, dopo avere sistemato alcuni dettagli de Il re pallido, manoscritto che rimarrà incompiuto. Pochi anni prima, in Infinite Jest, scriveva:

 

"La persona che ha una così detta “depressione psicotica” e cerca di uccidersi non lo fa aperte le virgolette “per sfiducia” o per qualche altra convinzione astratta che il dare e avere nella vita non sono in pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l’invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme. Non vi sbagliate sulle persone che si buttano dalle finestre in fiamme. Il loro terrore di cadere da una grande altezza è lo stesso che proveremmo voi o io se ci trovassimo davanti alla finestra per dare un’occhiata al paesaggio; cioè la paura di cadere rimane una costante. Qui la variabile è l’altro terrore, le fiamme del fuoco: quando le fiamme sono vicine, morire per una caduta diventa il meno terribile dei due terrori. Non è il desiderio di buttarsi; è il terrore delle fiamme".

 

Delle righe adatte a una nota d’addio – non la sua però, che rimane inedita. Lo decreta una condivisibile decisione della vedova: non la troverete neanche nel memoir di recente pubblicazione sulla propria esperienza con lo scrittore, Il ramo spezzato. Tra le migliaia che ha scritto David Foster Wallace, le due pagine di addio a Karen L. Green lo separeranno per sempre dai suoi personaggi.

 

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Francesco D’Isa (Firenze, 1980), di formazione filosofo e artista visivo, dopo l’esordio con I.(Nottetempo, 2011), ha pubblicato romanzi come Anna (effequ 2014), Ultimo piano (Imprimatur 2015), La Stanza di Therese (Tunué, 2017) e saggi per Hoepli e Newton Compton. Direttore editoriale dell’Indiscreto, scrive e disegna per varie riviste.