Ospitiamo un intervento inedito di Emma Piazza, scrittrice esordiente (classe 1988) con L'isola che brucia, pubblicato da Rizzoli. Un romanzo ambientato in Corsica, la terra nella quale suo padre è nato e a cui Emma sente di appartenere. Una terra aspra e senza tempo, dove regnano ancora le leggi del sangue e delle origini.

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Le origini sono come il destino, non le scegli, crescono in te e si diramano in silenzio. Poi un giorno ti guardi dentro e capisci quanto quelle radici siano strette intorno al tuo cuore. Non hai scampo: c’è qualcosa di innato in te e devi farci i conti. Le origini ti costringono a spogliarti nudo davanti a uno specchio e guardarti. Riconosci i segni di antiche battaglie che non hai combattuto, da qualche parte dentro di te brilla ancora la luce di personalità che non hai conosciuto, di catastrofi alle quali sei sopravvissuto o morto secoli prima. Le origini sono la storia che ti racconta. Tu sei quella storia.

 
Quando mi frugo tra le viscere, tante immagini mi esplodono dentro. Una di queste è scogli e mare, macchia intricata sotto un cielo terso, ulivi che si arrampicano su pendici secche e cercano acqua. E fuoco, e vento, e questi due elementi che quando si incontrano si prendono per mano e iniziano una danza devastatrice. In altre parole, vedo la Corsica. Quest’isola non è solo acqua e terra, è soprattutto lotta per un sentimento di appartenenza. Rivendicazione di un’identità. Così quando penso alle mie origini, le mie battaglie hanno la forma dell’isola, come quella che ho tatuata su un piede. 
 
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L'isola che brucia - Emma Piazza / Rizzoli
Riconoscersi a volte fa paura. Specchiarsi nella macchia: anche il mio cuore è così intricato. L’ho sempre saputo. Eppure una parte di me non ha mai voluto farci i conti. Ma tornare a volte significa ripetere, altre definire. E ogni volta che torno in Corsica capisco qualcosa di più dell’isola, e di me stessa. Quando percorro la strada curve e scogliera che da Bastia si arrampica sul Cap Corse, mi accorgo di un mondo fatto di assenza, case vuote, sassi e paesini abbandonati, senza più nessuno. Ma nel cuore dell’isola pulsa la forza, le persone sono la forza dell’isola, anche se sono rimasti in pochi. Un’identità come quella corsa non è facile da soffocare, nel bene e nel male. Trasborda nei bar dei paesi, dove i vecchi parlano corso, nei cartelli stradali dove le scritte francesi vengono cancellate, nel riconoscersi tra isolani, nelle battaglie al continente. Anche in altro, un passato fatto di sangue. Una fierezza che scaturisce dal cuore.
 
Ogni luogo è ambivalente, è contraddittorio. L’incanto della Corsica sta anche nella sua doppia anima: stupenda e battagliera, feroce e seduttrice, calma e calda, misteriosa e spietata. Quando tira il vento, poi tutto si complica ancora. E ogni volta che dentro di me si solleva il libeccio e tutto si confonde e mi sento perduta, so che, ovunque mi trovi, un pezzo di me è sull’isola, e allora non mi rimane altro che ricominciare a combattere.
 
Scrivere è un altro modo di abbassare la cerniera del proprio io e lasciare cadere la maschera, come si fa con un vestito, la sera. Più volte, mi sono ritrovata nuda, con l’aria fredda della stanza che mi accarezzava la schiena. Quindi scrivere riguardo alle proprie origini significa scavare due volte più a fondo. Quando avevo già iniziato il mio primo romanzo e sono tornata in Corsica, avevo le orecchie appuntite e gli occhi spalancati, perché sapevo che, questa volta, non era come tutte le altre. Tutto quello che mi circondava, dall’orizzonte marino, al profumo incessante di eucalipto, si sarebbe dovuto trasformare in una storia. Allora, in qualche modo, la mia percezione si è alterata, osservavo con altri occhi, quelli dello scrittore, ascoltavo con altre orecchie. Ma non era quello che avevo intenzione di fare, io volevo arrivare in fondo alle mie origini, capire veramente quello di innato, di storico che avevo conficcato dentro al cuore come una scheggia di quarzo. E che ogni tanto pulsava, nonostante non si vedesse.
 
Parlare di origini oggi ha un retrogusto anacronistico. Ma sono convinta che in un momento come questo, quando i voli low cost ci avvolgono con i loro corpi sottili di metallo e sparano chissà dove, quando le persone rischiano la vita per scappare dalla loro terra, quando basta click per ritrovarsi, e un altro per perdersi nel mondo, le origini diventano qualcosa di troppo importante e troppo sottile per essere tralasciato, o scalfito, o deformato.
Ecco perché, una volta arrivata in Corsica l’ultima volta, con i miei occhiali da scrittore e la mia penna carica e tutto il resto, ho fatto click e ho spento tutto. Gli occhiali e la penna, e anche le orecchie migliori, le ho buttate nel mare, e mi sono rivolta all’isola con il dovuto rispetto. Ci sono entrata in punta di piedi, in religioso silenzio, senza un grammo di aspettativa in tasca, perché quando affronti le tue origini devi essere pronto a tutto: se guardi bene, tra macerie e guerre, costruzioni, miti, leggende, potresti anche scorgere te stesso.
 
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Emma Piazza è nata a Pavia nel 1988 e vive a Barcellona dove lavora come scout letterario. L’isola che brucia, i cui diritti di traduzione sono già stati venduti in Germania, Francia e Svezia, è il suo primo romanzo.