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Immaginate che al posto di cioccolatini, rose e quant’altro quest’anno S.Valentino venga festeggiato come segue. Degli adolescenti di buona famiglia assistono allo sgozzamento di alcune capre e di un cane, per poi venir segnati sulla fronte col coltello grondante il sangue degli animali. I giovani si puliscono il viso con della lana intrisa di latte di capra e scoppiano a ridere. Infine sciamano nudi in città, dove, con fruste di pelle ricavate dalle capre uccise, percuotono tutte le donne che incontrano, ben liete di offrire ai colpi il proprio ventre scoperto. 
 
Era una festa atta a propiziare la fertilità le cui origini risalgono a prima della fondazione di Roma. 
 
Se vi sembra un delirio, sappiate che un tempo il 14 febbraio si festeggiava così – il rito sopra descritto, infatti, si chiama Lupercalia ed era una festa atta a propiziare la fertilità le cui origini risalgono a prima della fondazione di Roma. Certo, la descrizione che ne è stata fatta non rende giustizia alla sacralità dell’occasione, ma si consideri come ulteriore dimostrazione che ogni rito, privo del sacro, non è che una serie di atti senza senso. Grattarsi la nuca, starnutire, bere un caffè o dare un bacio; ogni quotidianità è la maschera di un enigma, perché a volerne indagare le cause ci si perde in una catena sempre più complessa, che, passo dopo passo, porta inevitabilmente alla radice di tutti i misteri.
 
È forse per questo che nascono le feste, dei periodi che sovvertono l’usuale ordine degli eventi per rivelare il vuoto dietro le consuetudini e placare le fondamenta del mondo. Ed è forse sempre per questo che i Lupercalia si sono protratti per centinaia di anni, per lo meno fino al 492-96 d.C, quando papa Gelasio I – che di certo non avremmo persuaso con il precedente ragionamento – decise di proibire ai fedeli (cioè a tutti) di partecipare a queste celebrazioni. Scompare così una festa, ma il vuoto viene presto riempito dalla celebrazione S.Valentino, il cui martirio cade per l’appunto il 14 febbraio.
 
Il carattere amoroso della precedente ricorrenza esige una sua rappresentanza, ma il santo di romantico offre poco: una storiella che lo vede celebrare l’unione fra un legionario pagano e una giovane cristiana e un aneddoto in cui riconcilia due fidanzati. Quest’ultimo è un episodio piuttosto bizzarro, perché il santo si limita a offrire una rosa e riappacificare i due – per trattarsi di un miracolo, la portata del litigio doveva essere davvero notevole.
 
La prima “valentina” risale al XV secolo ed è firmata Carlo d’Orléans. 
 
Un tentativo insolito ma efficace di legare la festività valentiniana all’amore avviene nel medioevo, in Francia e Inghilterra, dov’era diffusa la credenza che il 14 febbraio gli uccelli incomincino ad accoppiarsi. Questa credenza viene in seguito ripresa anche da Geoffrey Chaucer nel Parlamento degli Uccelli, dove il poeta narra un sogno in cui, guidato da Scipione, giunge in un tempio dedicato a Venere. Nell’edificio è in atto un’importante riunione della comunità degli uccelli, il cui ordine del giorno è “come accoppiarsi”. Ad avere l’ultima parola sarà «Natura, qual di Dio rappresentante, / che caldo e freddo ha unito, e grave e lieve, / bagnato e secco, in armonia costante».
 
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Non è pacifico che sia stato questo poema a legare una volta per tutte S.Valentino all’amore, ma si può affermare con certezza che la prima “valentina” risale al XV secolo ed è firmata Carlo d’Orléans. Il duca, detenuto nella torre di Londra dopo la sconfitta alla battaglia di Agincourt (1415), scrive alla moglie: «Je suis desja d’amour tanné, ma tres doulce Valentinée».
 
 La tradizione cristiana riveste la passione di un più innocuo romanticismo 
«Amare è tutt’altro che semplice», scrive Robert Musil ne L’Uomo senza qualità, ed è difficile pensarla altrimenti; non stupisce che questo sentimento sia celebrato in mille modi, luoghi ed epoche differenti. Nei Lupercalia viene esorcizzato il suo volto animale, pulsionale e sanguinario: soltanto nel recinto del sacro si può guardare in faccia il lato oscuro dell’amore senza impazzire, perché festa e follia in parte coincidono. La tradizione cristiana invece, ripresa in chiave laica e consumista dalla società occidentale contemporanea, riveste la passione di un più innocuo romanticismo e conferisce alla festa un carattere prescrittivo: amatevi, e fatelo così e così.
 
Col mutare dei costumi il carattere romantico è stato affiancato da uno più esplicitamente erotico, il cui senso ultimo – oltre alla vendita di nuovi prodotti – rimane quello di conformarsi agli usi attualmente in voga. Lupercalia o S.Valentino, resta impossibile sfuggire alla pazzia d’amore, come ricorda l’apparizione di S.Valentino nell’Amleto di Shakespeare, quando Ofelia canta: «Domani è san Valentino e, appena sul far del giorno, io che son fanciulla busserò alla tua finestra, voglio essere la tua Valentina».
 
 
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Francesco D’Isa (Firenze, 1980), di formazione filosofo e artista visivo, dopo l’esordio con I.(Nottetempo, 2011), ha pubblicato romanzi come Anna (effequ 2014), Ultimo piano (Imprimatur 2015), La Stanza di Therese (Tunué, 2017) e saggi per Hoepli e Newton Compton. Direttore editoriale dell’Indiscreto, scrive e disegna per varie riviste.