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Ci sono due tipi di dolore: il dolore che fa male e il dolore che cambia. Alessandro Milan sembra averli conosciuti e attraversati entrambi, due facce della stessa medaglia. Voce nota di Radio 24, ha perso ormai più di un anno fa la moglie Francesca “Wondy” Del Rosso, giornalista, blogger, che per sei anni ha affrontato e raccontato con il sorriso e ironia il tumore che l’ha colpita. A lei è dedicato Mi vivi dentro, in uscita il 27 febbraio per DeaPlaneta, nuovo marchio editoriale dedicato alla narrativa, frutto delle sinergie tra il Gruppo Planeta e il Gruppo De Agostini.
 
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'Mi vivi dentro' - Alessandro Milan
Il libro è un ricordo vivo di Francesca da cui emerge con forza la sua carica positiva. Con gli occhi luminosi, un sorriso capace di contagiare e impossibile da dimenticare anche per chi lo ha incontrato solo per pochi minuti in tv o in una foto sul web, Francesca ha raccontato il suo percorso di resilienza scrivendo della sua malattia e conquistandosi il soprannome di Wondy (da Wonder Women). Un nomignolo guadagnato già all’università che le si è attaccato soprattutto quando il destino l’ha messa di fronte alla prova del dolore, chiedendole di sfoderare i suoi superpoteri.
 
«Riusciva a festeggiare anche dopo una chemioterapia - racconta Alessandro Milan - o quando trovava che gli esami del sangue non erano andati poi così male. Vedeva sempre il bicchiere mezzo pieno. “Possibilmente di mojito", aggiungeva lei». La loro storia è diventata virale e sono in molti ad aver mandato un segnale di affetto ad Alessandro, soprattutto dopo la scomparsa di Francesca. Alla sua morte, il marito l’ha voluta infatti salutare con un post che è stato condiviso da 7 milioni e mezzo di persone, ha avuto quasi 45 mila condivisioni e 14mila commenti. Una vera lettera d’amore che si chiudeva con tre semplici parole: Mi vivi dentro.
 
Il dolore va attraversato, bisogna imparare a conviverci, come con l’acqua gelata di quel fiume.
«Siamo circa 21 milioni di italiani su Facebook, non mi sarei mai aspettato una partecipazione così enorme. Mi ha fatto sentire come se ci fossero milioni di mani a sorreggermi. Ho capito per la prima volta che la condivisione, anche di un dolore, rende tutto un po’ meno duro». Alessandro Milan ha deciso di partire da qui per affrontare il suo dolore, cercando di reagire per oltrepassarlo, senza rimanere immobile. Bisogna andare avanti con passione, proprio come ci ha insegnato Wondy.
 
Nascono così le iniziative a lei dedicate, l’associazione Wondy sono io, fondata insieme ad altri amici e il Premio Wondy di letteratura resiliente, creato in memoria di Francesca e di cui a breve ci sarà la proclamazione del primo vincitore. In gara una sestina di autori (Edith Bruck, Barbara Garlaschelli, Emiliano Gucci, Lorenzo Marone, Alessandra Sarchi, Ilaria Scarioni) che affrontano con i loro romanzi il tema della resilienza. Un termine che riassume perfettamente tutta la vicenda di Francesca del Rosso e della sua malattia e che oggi anche Alessandro Milan ha fatto suo.
 
«Resilienza è una parola che può sembrare difficile da spiegare. Di solito, mi piace raccontarla con un’immagine. Un giorno eravamo andati a fare rafting e l’istruttore prima di salire sul gommone aveva dato l’ordine di tuffarsi nel fiume gelato, in mezzo alla corrente, per abituarci ad un’eventuale caduta. “Nuota! Nuota!”, aveva urlato. Inizialmente rimanevo immobile, il fiato che mancava per il freddo, i muscoli paralizzati, in balia della corrente. Ecco, quel fiume rappresenta un po’ il dolore. Se rimani fermo, la corrente ti porta via. Ma ad un certo punto, qualcosa scatta nella testa e inizi a fare le prime bracciate, d’istinto. La resilienza è esattamente questo, è il contrario della “resistenza”. Se resisti, opponendo la tua forza, puoi rischiare di spezzarti. Il dolore invece va attraversato, bisogna imparare a conviverci, come con l’acqua gelata di quel fiume».
 
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Sono i bambini spesso ad essere i più resilienti, hanno una capacità reattiva sorprendente. Francesca ne ha lasciati due, Angelica e Mattia di dodici e nove anni, che adesso ricostruiscono la loro famiglia intorno al padre Alessandro. A loro, i genitori non hanno tenuto nascosto niente della malattia fin da subito. «Conoscono perfettamente la verità su tutta la vicenda di Francesca. Spesso gli adulti pensano di preservare i bambini nascondendogli le cose ma è uno degli errori più grandi che si possano commettere in questi casi». La loro quotidianità è fatta di alti e bassi, come in tutte le famiglie. « Chi vede i nostri bambini oggi spesso si stupisce, mi dice che sembrano bambini sereni, sorridenti,”normali”. Se mi avessero visto stamattina avrebbero sorpreso un’Angelica che senza mezzi termini mi ha urlato “ti odio, papà” ma poi ci vogliamo bene come ogni padre e figlia che si rispettino». Alessandro non ha rimpianti, con Francesca ha vissuto una vita piena e intensa.
 
Oggi è come se una parte di Francesca, quella vitale, vulcanica, energica si fosse trasferita dentro di me
Tra le pagine di Mi Vivi dentro c’è tutto il loro amore, dal primo appuntamento, ai viaggi fino all’ultimo regalo che Francesca ha lasciato al marito, un libro per il suo compleanno comprato all’ospedale. Wondy, sempre pronta a festeggiare ogni occasione, a partire per un viaggio e a buttarsi a capofitto in nuove avventure lavorative. A sognare e progettare anche quando la speranza di sopravvivere alla malattia sembrava sempre più lontana. «Lei e’ sempre stata più reattiva di me, io sono quello pigro di casa. Ma oggi è come se una parte di Francesca, quella vitale, vulcanica, energica si fosse trasferita dentro di me. Un vero e proprio passaggio di testimone.
 
L’Alessandro di oggi è irrequieto, in perenne movimento, mi sento addosso una nuova “frenesia di vivere”, come una sacca di adrenalina nello stomaco che mi porta ad essere molto più attivo del solito». E il titolo del libro, Mi vivi dentro non poteva dirlo più forte. «La mia lettera a Francesca si concludeva proprio con quelle tre parole che rappresentano il modo in cui vivo adesso, facendo in modo che tutta l’energia e l’insegnamento della mia Wondy nell’affrontare la malattia siano un vero e proprio faro nel far fronte alla quotidianità. Proprio da qui ho deciso di ripartire. E mi viene da sorridere perché qualche giorno fa la mia agente letteraria mi ha girato una mail di un anno fa in cui le dicevo che non avrei mai scritto nulla di me e Francesca».
 
La scrittura invece si è imposta come un percorso catartico da intraprendere, un’altra eredità di Francesca, cinque romanzi pubblicati e una passione smodata per i libri. Prima di andarsene Wondy ha lasciato ad Alessandro anche un quaderno con le sue volontà, una lista di piccoli desideri che il marito ha cercato di esaudire. «Era il nostro dialogo senza voce. Lo leggevo, negli ultimi giorni, tornando a casa. Dentro c’era tutto quello che ci dovevamo dire, senza dircelo. Sono riuscito a soddisfare tutte le sue richieste tranne una: Francesca avrebbe voluto far disperdere le ceneri in un bel posto, solare ma per una questione burocratica non è stato possibile».
 
Il suo sorriso ora continua a brillare anche nelle foto della mostra che sta girando l’Italia e il suo insegnamento sembra essere penetrato in profondità. La sensazione è addirittura che Francesca del Rosso, con il suo libro Wondy, abbia intercettato il bisogno di molte persone di condividere anche il dolore. In questi giorni molti personaggi famosi stanno parlando del loro rapporto con la malattia. Dalla vicepresidente di Facebook Nicola Mendelsohn, a Nadia Toffa delle Iene, alla stessa Daria Bignardi che intervistò Francesca del Rosso alle Invasioni Barbariche in occasione dell’uscita del suo libro. La battaglia contro il cancro sembra non essere più un tabù.
Ricevo mail di donne e uomini che trovano nel messaggio di Francesca una grande forza per affrontare anche la loro malattia
«Quando ho visto Nadia Toffa alle Iene parlare della sua operazione e del cancro - racconta ancora Alessandro Milan - ero solo a casa a guardare la Tv e ho esclamato: “Brava”. Non sapevo del tumore, credo sia stata molto coraggiosa. Credo che, un po’ come nel mio caso, far partecipare gli altri a un dolore privato te lo faccia sentire un macigno un po’ meno pesante. Con tutto questo non giudico assolutamente chi decide di vivere in totale privacy e riservatezza la propria sofferenza. Io posso solamente dire che ancora oggi ricevo mail di donne e uomini che trovano nel messaggio di Francesca una grande forza per affrontare anche la loro malattia. Penso che questa condivisione quindi sia stata importante per tante persone anche solo per un temporaneo supporto, una parola di incoraggiamento».
 
Ad Alessandro, Wondy ha lasciato anche un bonsai, una piccola pianta da curare che Silvia Donzelli, l’agente letteraria di Wondy, le aveva regalato pochi giorni prima dell’ultimo ricovero. Francesca gliel’aveva affidata, sentendo che la fine era sempre più vicina. «Dopo un viaggio alle Maldive che ho fatto con i bambini temevo fosse morto, lo avevamo dimenticato a casa ed era tutto rinsecchito. Ma spuntava un piccolo innesto ancora verde. Sono riuscito a salvarlo e oggi è un signor bonsai. In fondo è solo una pianta ma per me è un segno di speranza e di rinascita. Adesso me ne prendo cura ogni giorno». Chiudiamo la telefonata e poco dopo arriva una foto via mail. Il bonsai sta bene ed è verdissimo e pieno di foglie nuove.
 
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