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Certo che leggere serve a evadere. A dirlo, e a scriverlo, suona addirittura scontato. Ma evadere da cosa?

I libri, e le narrazioni in genere, ci aiutano a interrompere il flusso degli eventi personali, lavorativi e familiari. Perché ciò che viviamo, soprattutto se è qualcosa di negativo, rimane in testa per ore, per giorni o addirittura per settimane, così un disguido amoroso, un litigio, una brutta battuta o un episodio di catcalling rischiano di rovinare non solo la giornata in cui sono avvenuti, ma anche i giorni successivi, le settimane e i mesi dopo. A volte le storie di cui siamo protagonisti sono cicatrici che tardano a guarire. Perché la memoria funziona un po’ come le pare, anche attraverso i rinforzi negativi, focalizzandosi su ciò che non vorremmo succedesse di nuovo. Ecco perché le luci delle storie non si spengono col finale, ma solamente quando ne arrivano delle altre a spingerle via, a relegarle nei meandri polverosi dei ricordi più lontani, quelli che il nostro cervello non ritiene di dover tenere a portata di mano.

Umberto Eco ha definito il libro uno "strumento rivoluzionario"

Le storie che scegliamo di leggere, invece, non le subiamo, è la volontà di sceglierle a dare il via al gioco interpretativo, a catapultarci tra le strade del Texas, nei boschi lungo gli argini della Loira, sui mari a nord del Giappone o sugli anelli di qualche pianeta fantastico. Grazie alle storie che leggiamo ci si estrania, ci si perde. I libri (e non gli smartphone, come si dice erroneamente di solito) sono quei cosi che ci portano via dalla realtà, che ci introducono a mondi interamente nuovi, con un “qui ed ora” diverso da quello in cui è immerso il nostro corpo, che ci fanno conoscere altre facce, altri sapori nell’aria, altre lingue e altri tramonti appiattiti su altri orizzonti. Scrivo così, ma questo non è l’elogio del libro in quanto insieme di fogli di carta. Io, per esempio, leggo principalmente dagli schermi e un libro è tale a prescindere, sono le storie che contiene a renderlo un mezzo tanto importante e tanto duraturo. Umberto Eco lo ha definito, ricordo, uno “strumento rivoluzionario” e intendeva proprio questo, questa possibilità di evasione, queste fughe fatte da seduti, questo viaggio costante che muove i passi a partire da curiosità e parole scelte e scritte da altri e, proprio per questo, un percorso di fiducia nel nostro prossimo.

D’estate molti viaggiano o dicono di voler viaggiare, ma ci sono viaggi fatti senza muoversi di casa, fatti coi libri, attraverso le storie e le parole. Spesso questi viaggi valgono più di quelli fatti con le valigie, gli scali in aeroporto, le migliaia di chilometri percorsi in treno o in traghetto, l’albergo e le foto davanti ai panorami fatte come a dimostrazione di aver posseduto quelle spiagge e quei cieli. La verità è che d’estate pochissimi viaggiano e molti vanno in vacanza, e la differenza è enorme: si viaggia se si conosce, se si apprende dall’esperienza dello spostamento dei propri sensi tra i luoghi e le vicende del mondo che ci ospita. Mentre le vacanze sono riposo, svago, tutto sommato nient’altro che un sinonimo della parola “ferie”. Viaggiare coi libri, con le storie, è un metodo infallibile per andare lontano da ciò a cui la vita ci inchioda e di letture ce ne sono di particolarmente adatte, narrazioni fantastiche capaci di farci finalmente dimenticare l’ufficio, l’asfalto che ogni mattina calpestiamo mossi dal senso del dovere, i tradimenti e tutte le passioni negative che, impellenti e recidive, ci opprimono senza sosta.

Avete mai letto Nelle terre estreme di Jon Krakauer? È da questo libro che viene il celebre film “Into the wild”. Un romanzo che racconta, tutto sommato, di questa volontà di evadere, di stancarsi di tutto e partire irrazionalmente verso qualcosa di sconosciuto, selvaggio e primitivo come la natura. Se anche voi state viaggiando verso luoghi naturali o vorreste farlo (io ci penso continuamente), se il vostro desiderio è quello di partire per non tornare mai più, dimenticare l’ufficio e le scartoffie su quella scrivania, dimenticare la fatica eroica e giornaliera del lavoro, della sua ripetitività e delle ansie che ne derivano, partite per il viaggio scritto da Krakauer, andateci con la mente, che tanto è quella a doversi liberare dai ricordi e dalla pesantezza che la vita, ogni tanto - o addirittura spesso - ci tiene a regalarci.

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Nella storia di Krakauer il protagonista è un neolaureato di famiglia borghese (e opprimente) che parte per le sterminate lande ghiacciate dell’Alaska. Ma di storie simili, storie di viaggio in cui immedesimarsi per vagare tra gli spazi e i tempi offerti dall’immensità dell’universo narrativo ce ne sono mille altre, lo stesso spirito escapista c’è in Adesso basta, il diario di Simone Perotti sottotitolato “lasciare il lavoro e cambiare vita”, con esempi ed esperienze raccontate in prima persona con l’intento di dare una forma concreta e possibile a questa voglia di evadere dalla morsa della quotidianità. Il libro di Perotti, molto letto, è quasi un manuale su come mettere in pratica un cambio radicale, un modo, diciamo, di uscire dall’ufficio e non rientrarci mai più. Tutti, chi più chi meno, abbiamo fantasticato su modi per svincolarci dai doveri della routine, ma c’è anche qualcuno che è andato oltre la visione onirica di quel baretto sulla spiaggia, c’è chi ci ha provato. Non è facile gestire questa voglia di evadere, ma di soluzioni possibili ce ne sono mille, tutte diverse e più o meno difficili da adattare al contesto in cui si vive, che è necessariamente sociale, familiare ed economico insieme. Ma già questa, forse, è una buona notizia: la voglia di andar via è sentimento comune, non una rarità dovuta a chissà quale nostra incompatibilità. Viaggiare, ancora prima di sognare di abbandonare il posto di lavoro come fece Simone Perotti, è una soluzione soddisfacente, coinvolgente e liberatoria.

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Viaggiare leggendo, poi, è un modo per viaggiare con la mente e la fantasia, per pochi euro, e senza bisogno di chissà quanto tempo libero visto che basta qualche ora di lettura serale. Tra i testi che fanno al caso del viaggiatore-lettore ci sono anche dei grandi classici, letture come Walden ovvero vita nei boschi, di Henry David Thoreau, un racconto autobiografico in cui l’autore racconta la sua vita sulle rive del lago Walden, una scelta ambientalista che diventò, grazie al successo del libro, una storia seminale per la controcultura americana dove il motto anarchico e individualista della liberazione prende corpo nelle passeggiate, nelle nuotate e nelle letture nel bosco del protagonista riprendendo, a tratti, i valori e i temi dell’eremitaggio più poetico. Quello di Thoreau è un vero classico che, se letto in vacanza, fa pensare ancora oggi alle possibilità e all’importanza dell’evasione come necessità prima e insopprimibile dell’essere umano.

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Di titoli, va da sé, ce ne sono moltissimi altri, basti pensare a Big Sur di Kerouac dove il protagonista narra del suo abbandono di New York per soggiornare in una capanna di una delle regioni più belle e sognanti della California rurale. Anche qui l’abbandono di un luogo e il viaggio sono la possibile soluzione per i drammi psicologici più comuni, come l’insoddisfazione e - nello specifico - l’alcolismo. Passare da New York a una capanna di proprietà di un amico poeta, non è forse la soluzione per i nostri problemi, per le nostre ansie e i nostri drammi di lettori in cerca di viaggi per la mente, ma durante l’immedesimazione, grazie alla lettura, in quella capanna ci si può vedere il proprio luogo di salvezza, pensare a quella nostra capanna e darle forma.

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Perché è una questione psicologica, questa del viaggio: una necessità psicologica che, chissà, potrebbe addirittura essere tanto profonda da essere istintiva, un modo di reagire al nostro essere animali sociali. La società ci serve, ci lavoriamo e coltiviamo lì i nostri affetti, ma è un po’ come nel Castello di Kafka: lo stesso ambiente che ci nutre ci emargina, ci attrae e ci respinge contemporaneamente in un gioco dove noi, singoli, ci sentiamo schiacciati dall’enormità del sistema. Leggere è una reazione, probabilmente la migliore, proprio a questo infinito gioco di forza. Un gioco che va avanti da un’infinità di anni, tanti quanti noi ne abbiamo passati a leggere. Riscoprire quest’arma di emancipazione e di viaggio ha un valore inestimabile.

 

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Enrico Pitzianti, Cagliari 1988, è editor de L'Indiscreto e collaboratore di Esquire, Forbes, Il Foglio e cheFare.