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La prima volta che ho sentito pronunciare la parola “ansia” avevo sette anni ed ero seduta al mio banco intenta a tenere gli occhi bassi e i pugni chiusi. Fu la maestra a tirare fuori l’argomento. Ci chiese “ma voi, quando uno dei vostri amici deve venire a casa vostra a giocare, lo aspettate alla finestra con un po’ d’ansia, con un po’ di agitazione, oppure continuate a fare le vostre cose con tranquillità?”

Io ovviamente non risposi. Io non rispondevo mai. O meglio: rispondevo soltanto quando era strettamente necessario, per il resto del tempo mi limitavo ad ascoltare. Tutti i miei compagni affermarono con convinzione di non aver mai aspettato nessuno alla finestra, io invece alla finestra ci passavo metà delle mie giornate. Quando mia madre usciva per andare a lavoro mi mettevo a guardare fuori con i gomiti appoggiati sul davanzale in attesa che il cancello si aprisse e quando sapevo che stava per tornare iniziavo ad avvertire un leggero mal di pancia. L’unica volta in cui una bambina mi aveva promesso che sarebbe venuta a casa mia a giocare con le Barbie io mi sono anche rifiutata di mangiare per starla ad aspettare in santa pace con il naso appiccicato al vetro e lo stomaco in subbuglio.

 

Non riuscivo ad andare al cinema e nemmeno a prendere il treno senza tremare, come se esistere per me fosse troppo, come se vivere andasse un pochino oltre le mie possibilità. 

Poi la bambina non venne, ma questa è un’altra storia. La professoressa di Italiano delle medie, durante un colloquio, disse a mia madre: “è molto introversa e aprirsi al mondo le crea disagio, però vedrà che con il tempo migliorerà”, ma probabilmente non aveva capito tanto bene con chi aveva a che fare. Non era solo il pensiero di aprirmi al mondo a crearmi disagio. A crearmi disagio erano le cose più semplici che ogni persona si ritrova a fare ogni santissimo giorno: camminare in mezzo alla gente, rispondere al telefono, parlare con gli altri, sorridere senza nascondere le labbra con le mani, respirare. Avevo paura del vento, di morire durante la notte, di non essere abbastanza brava, di non essere abbastanza bella. Di non essere abbastanza, in generale. E le cose, cara prof, con il passare del tempo non sono migliorate per niente. Durante l’adolescenza ho sofferto di insonnia e di attacchi di panico. Non riuscivo ad andare al cinema e nemmeno a prendere il treno senza tremare, come se esistere per me fosse troppo, come se vivere andasse un pochino oltre le mie possibilità. Il mondo mi terrorizzava, ma anche l’idea di scomparire mi mandava in tilt. Ero sempre sull’attenti e gli unici momenti in cui ero davvero serena erano quelli in cui mi rinchiudevo in camera mia con l’abat-jour e la radio accesa.

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Una sera, quando avevo già iniziato a frequentare l’università, ero seduta al tavolo con un’amica e quella sera capii di aver perso il controllo. All’improvviso smisi di parlare, di ascoltare, di vedere. Esisteva solo la mia paura. Si era presa tutto: le mie mani, i miei pensieri, le mie speranze, le mie gambe, i miei capelli, i miei occhi. Tutto. E io non avevo più forze per combatterla. Mi sentivo inerme di fronte a tanta irruenza, di fronte a tanta prepotenza, e mi lasciai andare, mi lasciai trascinare come un pesce che si fa trasportare dalla corrente. Ricordo che pensai: prendimi pure, fai di me quello che vuoi. Per un attimo mi ritrovai in un mondo diverso da quello a cui ero abituata, un mondo in cui i fiori non esistevano e nemmeno il mare e nemmeno la luna che non lo so perché, ma mi è sempre piaciuta tanto. Fu un attimo, un solo attimo, ma a me sembrò un’eternità, perché questo è l’effetto che fa il panico: dilata il tempo, annienta tutta la bellezza che c’è.

 Chi soffre d’ansia, non ha alternative: deve imparare a fidarsi degli altri, deve imparare ad affidarsi.

Quella sera tornai a casa e dissi a mia madre: “mamma, io non ce la faccio più”. Lei mi promise che mi sarebbe stata vicina, che avremmo trovato una soluzione, e poi aggiunse: “non ti vergognare. Non ti vergognare della tua paura”. Che è una cosa strana da dire, perché uno di solito ti consiglia di affrontarla, la tua paura, lei invece no. Lei disse proprio “mostrala, non tenerla nascosta”. E io le ho dato retta, perché la mamma è sempre la mamma, ma anche e soprattutto perché ad un certo punto, chi soffre d’ansia, non ha alternative: deve imparare a fidarsi degli altri, deve imparare ad affidarsi. Ogni volta in cui sentivo che stavo ripiombando in quel mondo senza fiori mettevo una mano sul braccio della persona che avevo accanto e dicevo “non mi sento tanto bene”. Il pensiero di poter chiedere aiuto agli altri, di poter ammettere di aver bisogno di essere presa per mano, mi ha quasi guarita.

Anche scrivere su internet mi ha quasi guarita, perché farlo mi ha mostrato l’altra faccia della medaglia, quella che la gente spesso tiene nascosa per pudore, per orgoglio, o per chissà quale assurda convenzione sociale: la verità è che abbiamo tutti paura. Scrivere su internet mi ha insegnato a non sentirmi sciocca a forza di dare così tanta importanza al cuore. Ho iniziato a pensarmi più adatta al mondo. Proprio io, che fino a qualche anno fa ero convinta di non meritare niente e ogni volta in cui mi succedeva una cosa bella iniziavo a fare il conto alla rovescia per quando l’avrei persa.

Concentrarmi sui dettagli mi ha quasi guarita. Scrivo “quasi” perché secondo me è anche un po’ un modo di essere, affrontare la vita col respiro corto e il cuore che balla il twist.

“Tutti i sogni di una notte, (…) tutte le feste a sorpresa, e il rumore della carta da regalo quando viene scartata”, scrive Francesco Piccolo nel suo libro Momenti di trascurabile felicità” (Einaudi), perché la felicità non ama mettersi in mostra. Spesso è nascosta dietro un particolare, tra le pieghe di una giornata qualunque, tra le braccia di una dolce abitudine che diamo ormai per scontata e sta a noi scovarla anche se è una ricerca estenuante, anche se siamo sfiniti.

Daria Bignardi nel suo ultimo romanzo Storia della mia ansia(Mondadori) scrive “sono emotiva, impulsiva, secondo lui irrazionale. Ma senza pelle le emozioni si sentono di più e la mia ansia era la benzina per tutto: scrivere e vivere.”

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E va davvero così. Mi ha quasi guarita accogliere la mia tachicardia, questo modo assurdo di percepire il mondo senza protezioni, senza scudi. Mi ha quasi guarita riuscire ad ammettere che forse non sono poi così male, anche se mi trema sempre la voce e non mi sento mai completamente a mio agio. Mi ha quasi guarito iniziare a vedere la mia eccessiva sensibilità come un superpotere e non come una condanna. La vera condanna è non essere in grado di sentire, non essere in grado di amare. In fondo, forse, gli ansiosi hanno soltanto i sentimenti e le speranze più ingombranti. Ma è forse un peccato mortale avere il cuore dappertutto?

Edoardo, uno dei protagonisti del mio romanzo “Sempre d’amore si tratta”, afferma: “Un vero viaggiatore non dovrebbe mai dimenticare che la cosa fondamentale è ripartire, sempre. E’ vietato adagiarsi, è vietato rimanere immobili.”


Ecco allora che cosa mi ha quasi guarita, forse: parlare con le persone, uscire di casa, andare a fare la spesa, camminare senza una meta, prendere treni e autobus, cantare sotto la doccia, guardarmi intorno, avere fiducia nella primavera ogni santissimo anno, giocare a carte sotto l’ombrellone, dire di sì, dire di no, correre nonostante la pioggia, perdere qualcuno, ritrovare qualcun altro, scoppiare a ridere per niente, vivere.

 

 

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Susanna Casciani è nata a Firenze nel 1985. È un'insegnante di scuola primaria. Nel 2010 ha aperto la pagina Facebook "Meglio soffrire che mettere in un ripostiglio il cuore", seguita da 200.000 persone. Nel 2016 è uscito il suo primo romanzo con Mondadori.