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Un paio d'anni fa, nella rubrica 'Modern Love' del New York Times, ho letto un articolo su uno studio psicologico degli anni Novanta intitolato Creazione sperimentale di intimità interpersonale. Un titolo lungo e noioso che celava un'idea affascinante: poteva esistere un modo per creare artificialmente un legame affettivo? Lo psicologo canadese Dr Arthur Aron ne era convinto. Per verificare se fosse effettivamente possibile far scoccare la scintilla fra due persone attraverso un esperimento, lo psicologo abbinò perfetti sconosciuti a due a due e chiese loro di rivolgersi a vicenda una serie di trentasei domande appositamente costruite. Alla fine dell'esperimento le due persone dovevano guardarsi negli occhi senza parlare per quattro minuti.
 
Ancora prima di finire di leggere l'articolo, mi sono detta: "Bingo! Ecco il mio prossimo romanzo!"
 
(Quattro minuti lunghissimi, immagino. Se dopo quarantacinque secondi non hai scandagliato l'anima del co-partecipante, non ti è venuta un'emicrania o non sei scoppiato a ridere, devi essere fatto di pietra. Ma torniamo a noi...). Mi è sembrata una premessa davvero geniale. Immaginate di poter sostituire il mal di testa, la sofferenza emotiva, la frustrazione e persino la noia della ricerca dell'amore con una breve, semplice serie di domande. (A me pare così geniale che aggiungendo un po' di tecnologia alla Creazione sperimentale di intimità interpersonale si otterrebbe un episodio di 'Black Mirror').
 
Ancora prima di finire di leggere l'articolo, mi sono detta: "Bingo! Ecco il mio prossimo romanzo!" Pensavo che tantissimi adolescenti avrebbero colto al volo l'opportunità di partecipare a un esperimento del genere, soprattutto se si erano già beccati qualche strike nei loro match amorosi... o se, ancora peggio, erano ancora in panchina. Ho deciso di utilizzare le domande reali dell'esperimento come cornice per il libro (grazie, Dr Aron!), ma facendo sì che non ci fosse nulla di gradevole nello svolgimento dell'intervista.
 
E poi ho visto com'erano le domande. Molti sembravano buttate lì a caso, se non addirittura un po' sciocche.
 
"Quand'è l'ultima volta che hai cantato da solo?"
"Prima di fare una telefonata, fai mai le prove di quello che devi dire?"
"Vorresti essere famoso? Se sì, in che modo?"
 
Com'era possibile che le risposte a domande del genere facessero scoccare la scintilla fra due persone? Sembrava quasi più facile riuscirci con domande come "Quanto spesso usi il filo interdentale" o "Fai sempre quel rumore strano quando respiri?". Altre domande dell'esperimento sembravano ripetitive, imbarazzanti o addirittura crudeli. Prendiamo per esempio "Qual è il tuo ricordo più brutto?". Ma scherziamo?
 
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Pensate a quanto può essere traumatico rivelare una cosa così personale a un perfetto sconosciuto. La maggior parte delle persone confida segreti del genere soltanto agli amici più stretti, a quelli che conosce fin dai tempi del campo estivo e/o che ha trovato a singhiozzare in bagno durante il ballo della scuola. E poi chi vorrebbe scoprire il ricordo più brutto di uno sconosciuto? C'è una probabilità altissima di sentirsi rivelare qualcosa cha dà veramente i brividi.
 
 Le domande spaziano dai convenevoli apparentemente innocenti dei primi appuntamenti alle questioni profonde
Eppure, più tempo passavo riflettendo sulle domande, più riuscivo ad apprezzare il metodo che si nascondeva dietro la loro apparente follia. In realtà lo studio riproduce in modo accuratissimo il processo dell'innamoramento, o almeno alcune sue parti... (lascio a voi immaginare quali mancano). Il Dr Aron ha creato domande ingannevolmente semplici per riprodurre le fasi che si attraversano quando ci si innamora. Le domande spaziano dai convenevoli apparentemente innocenti dei primi appuntamenti (come quella sul cantare da soli) alle questioni profonde (o almeno così si spera) che le persone si rivelano man mano che il legame cresce. In pratica l'esperimento è un upgrade dello speed dating.
 
Quando sono arrivata a questa conclusione, ho capito che tipo di storia volevo scrivere. Mi servivano due personaggi opposti (Hildy e Paul) che provassero sentimenti contrastanti l'uno per l'altra (la classica combinazione di amore e odio) e tante, tantissime occasioni per attizzare le fiamme da entrambe le parti. Questa ovviamente è la tipica formula della commedia romantica, ma volevo che il libro avesse anche una componente di mistero.
 
All'improvviso mi sono sentita grata per la presenza della domanda sul ricordo più brutto. Era l'appiglio perfetto per un segreto terribile. Ovviamente né Hildy né Paul avrebbero voluto rivelare qualcosa di così personale e doloroso all'irritante sconosciuto che si trovavano davanti, cosa che funzionava benissimo per il mio obiettivo: dovevo continuare a trovare modi diversi per separarli finché non fosse arrivato il momento della rivelazione.
 
Ciascun libro ha bisogno di un evento terribile che coinvolga i protagonisti. 
E così si comincia con un litigio. Volano oggetti. Hildy corre via arrabbiatissima nel bel mezzo dell'esperimento. I due si cercano poi sui social media, si riavvicinano in punta di piedi attraverso la chat e riprendono la goffa danza del corteggiamento. Stranamente le parti che mi sono divertita di più a scrivere non sono state le scene comiche. È stato lavorare sulle tragedie che si nascondevano dietro quei ricordi (spoiler: non rivelerò nulla qui).
 
Ovviamente ciascun libro ha bisogno di un evento terribile che coinvolga i protagonisti. Ecco perché troviamo bulli, vampiri, malattie mentali e patologie debilitanti. Sono tutti ottimi dilemmi da usare come base per la trama… ma non è quello il tipo di storie da cui sono attratta. Per un motivo o per l'altro, i miei giovani protagonisti di solito devono affrontare le conseguenze di ciò che chiamo "comportamento sbagliato degli adulti". La maggior parte degli adulti su cui spettegoliamo, come gli ubriaconi, gli adulteri, i perdenti, i criminali o gli attuali presidenti delle superpotenze mondiali, a casa hanno figli costretti a sopportare gli effetti negativi delle loro scelte sbagliate. Queste situazioni possono essere comuni come i divorzi o rare come le stragi. In molti casi poi i ragazzi si sentono in qualche modo responsabili di ciò che è successo. È questo che suscita il mio interesse.
 
I bambini e i ragazzi di cui scrivo devono spesso venire a patti con il fatto che una delle persone a cui vogliono più bene in assoluto ha fatto qualcosa di sbagliato, di riprovevole o addirittura di crudele. Devono cercare di continuare a costruire la propria vita e diventare la persona che vogliono essere, metabolizzando però nel frattempo la sconvolgente rivelazione che anche i loro genitori in fondo sono umani. Se c'è qualcosa che fa avvicinare Hildy e Paul, sono le tragedie legate a quei terribili ricordi. O forse il fatto che sono fighi entrambi, per certi versi.
 
(Traduzione di Alice Casarini)
 
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Vicki Grant, dopo un’adolescenza piuttosto travagliata, è inciampata nella scrittura e lì è rimasta. Ha iniziato a scrivere di tutto, da spot di trenta secondi a programmi televisivi, a romanzi veri e propri. 36 domande per farti innamorare di me sarà pubblicato in diciannove paesi. Vive ad Halifax, Nuova Scozia.