“Le madri e i padri posseggono millenni di esperienza alle spalle, ma nessuno in tutta l'evoluzione umana è mai diventato un genitore perfetto. L’esperienza al genitore deve insegnare solo una cosa: non sapere, perché è lì che risiede la salvezza del figlio”.

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Quando nasce un figlio nascono anche dei genitori. Pieni di incertezze e nuovi dubbi, un ammasso di ansie difficili da diradare. Le cose da sapere per crescere un bambino sono sempre troppe, quelle conosciute troppo poche, la sensazione di fallimento si stampa addosso come un adesivo faticoso da rimuovere. Eccole, le paure di un neo genitore e le gioie di un figlio appena arrivato, raccontate con grazia implacabile da Rossella Milone nel nuovo romanzo, Cattiva (Einaudi). La scrittrice napoletana, dopo le raccolte di racconti Il silenzio del lottatore (Minimum Fax, 2015), La memoria dei vivi (Einaudi, 2008), Prendetevi cura delle bambine (Avagliano, 2007) e il romanzo Poche parole, moltissime cose (Einaudi, 2013), torna in libreria con una prosa materica e sensuale, indagando il mistero di un’esperienza che spesso rimane intima e segreta, quella della maternità.

Emilia, la protagonista di Cattiva, ha tra le braccia una bambina che urla e sa solo che la deve salvare. Ma nessuno le ha insegnato come. Non ci sono manuali o pediatri che indichino la via. Vincenzo, suo marito, la vede piangere ogni sera, sempre alle sette. Le lacrime scendono senza che lei neanche se ne accorga. L’unica cosa di cui ha la certezza è che niente assomiglia più a prima. Il tempo ha una nuova consistenza spezzata; un neonato riesce a strappartelo via all’improvviso. Il sonno è diventato come un altro figlio, opprimente, a invadere la testa annebbiando il pensiero.

La madre deve essere invisibile ma inevitabile. E la madre questo deve fare, diventare acqua senza prosciugarsi.

Il post partum è fatto di ferite che si devono rimarginare, di punti che tirano, di misure da prendere. Diventare madri significa rinascere da capo, significa avere paura perché rinascere da capo senza istruzioni non è facile. «Il tempo da soli con una neonata può essere orrendo. Non passa, è pesante, è pericoloso. Ti fa guardare in faccia chi sei, e alla fine sei qualcuno di solo e inesperto». Amore e rifiuto, gioia e dolore. Dopo la lotta, la pace, dopo le lacrime, i sorrisi. E poi, di nuovo le lacrime e le urla del bambino. In una vertigine senza fine che può far impazzire. A quante cose rinuncia una nuova madre? Emilia lo ha capito subito, quando Lucia ancora abitava nel suo ventre, alla prima febbre: “Se soffri tu soffro anch’io, mamma”. Anche la libertà di stare male è negata da subito. Essere l’unica fonte di sopravvivenza di qualcuno è un carico smisurato, che paralizza. A volte le uniche parole che salgono alla bocca sono un “Basta” urlato nel silenzio della casa. Ma poi il corpo trova la via.

«Le mamme sono tutte zingare e la sfera di cristallo è il loro cervello, anzi, la loro fantasia, lì dentro accadono le cose più belle e quelle più terribili, e le risposte pure sono lì dentro, tutte, solo che sono tutte diverse». Senza risparmiarci i momenti più bui e dolorosi, Rossella Milone guarda la maternità con una nuova lucidità e trova il nodo in cui tutto è racchiuso: «La madre deve essere invisibile ma inevitabile. E la madre questo deve fare, diventare acqua senza prosciugarsi».

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Il suo libro riesce in qualcosa di molto difficile: raccontare la battaglia di emozioni, non per forza positive, che accompagna la nascita del primo figlio. Ancora ai giorni nostri questo racconto risulta spesso edulcorato e irrealistico. Quanto è importante invece prendere le distanze dalla mistica della maternità e offrire consapevolezza di tutte le sfumature e i sentimenti contrastanti che possono investire le donne in questa avventura?

Mi sono stupita fin da subito di scoprire come non ci fosse un’ampia letteratura che trattasse l’argomento maternità da questo punto di vista. Quando ho sentito la necessità di raccontare questa storia, come faccio sempre, ho cercato di documentarmi su cosa era stato fatto prima. Ed era veramente molto poco, quasi niente. Quando non è edulcorata o mitizzata, spesso la maternità è trattata in maniera ironica, si cerca di ridere degli aspetti più oscuri a cui può metterci davanti. A me interessava invece raccontarla come evento naturale e fisiologico, quello che è in realtà: un terremoto vero e proprio, nel bene e nel male. Un evento così grandioso non può infatti che comportare sentimenti ambivalenti. Mi sono concentrata sul periodo del puerperio, i primi mesi che seguono il parto, il momento in cui la madre è più fragile. Ma ci tenevo che il libro non raccontasse un trauma quindi ho costruito una storia in cui la madre protagonista, Emilia, è accompagnata da una famiglia presente, un marito comprensivo, il parto è stato fisiologico, il neonato non ha malattie neonatali. In questo contesto così naturale, risalta ancora di più quanto sia di per sé straordinaria la maternità. Accogliere una nuova vita, farle posto in senso fisico ed emotivo, rinascere come genitori, non può essere una faccenda semplice, neanche in assenza di complicazioni. Ma parlare di questa difficoltà sembra essere ancora un tabù. 

Perché nessuno parla alle future mamme dei momenti di sconforto che possono seguire il parto?

È come se per una madre ammettere la stanchezza, la fragilità, l’esasperazione che ti può dare in alcuni momenti un neonato compromettesse l’amore che si prova per il figlio. La genitorialità è un cardine dell’evoluzione umana, essere genitori richiede forse la competenza più difficile di tutte. Per questo la paura del giudizio e del fallimento è altrettanto forte della competenza che viene richiesta. Quello che pesa poi non è solo il giudizio della società ma anche il giudizio su se stessi. A volte questo giudizio è talmente introiettato che è la stessa madre a sentirsi inadeguata e ad autogiudicarsi. Da qui nasce anche il titolo del romanzo, Cattiva.

Qualsiasi rapporto che costruiamo con chiunque è ambivalente, non possiamo avere il controllo su tutto.

Cattiva è una madre che vive l’ambivalenza dei suoi sentimenti. Ma poi, sul finale del libro, è anche una figlia che se ne andrà, lasciando i genitori quando sarà grande. Emilia e Vincenzo, nelle ultime battute, accettano questa eventualità quasi come una promessa di salvezza: “Pure lei un giorno vorrà fuggire, abituiamoci Emi’”. “Allora sarà una figlia cattiva”.

Il titolo del romanzo è arrivato in maniera abbastanza automatica perché al centro del libro c’è proprio questa battaglia di emozioni, questo sentirsi a giorni alterni una buona o cattiva madre. Il finale poi è molto ironico: la cattiveria, il senso di inadeguatezza è una sensazione tutta della madre, frutto di un’aspettativa esagerata. Non possiamo conoscere il futuro, non sappiamo cosa diventeremo e che genitori saremo quando la bimba nascerà o quando poi sarà adolescente o adulta. Bisogna solo accontentarsi di accompagnare un percorso. “Stiamo a vedere cosa succede”, sembrano dirsi alla fine Emilia e Vincenzo. Qualsiasi rapporto che costruiamo con chiunque è ambivalente, non possiamo avere il controllo su tutto.

Il discorso vale quindi per entrambi i protagonisti…

Ci tenevo che fosse un racconto anche sui padri. Il punto di vista narrativo è ovviamente femminile perché era importantissimo andare nel cuore profondo della questione, dove tutto nasce. La voce in prima persona è quella di chi vive la trasformazione sulla propria pelle affrontando il parto. Ma la coppia è altrettanto centrale nel racconto. La costruzione del rapporto con la figlia, che non è automatico ma ha come complice il tempo, è un rapporto a tre. E poi mi piaceva mettere in primo piano anche un padre come Vincenzo, partecipe. I padri di oggi sono diversi dai nostri nonni, cambiano pannolini, sono più presenti di una volta. 

Stiamo affrontando un periodo storico molto pericoloso in cui viviamo un rigetto del progresso. 

Quanto c’è di autobiografico in questa storia?

Pochissimo. Siamo abituati all’autofiction in questo Paese e non c’è niente di male ma non è il mio modo di raccontare le storie. In tutto quello che si scrive c’è sempre un dato che parte da sé ma non è un dato per forza autobiografico. È chiaro che se io non avessi vissuto sulla mia pelle l’esperienze della maternità sarei stata molto disonesta a raccontare questa storia. Come si fa a dare un personaggio delle emozioni se non le hai provate in prima persona? La narrativa poi però è invenzione. Ho regalato ad Emilia delle considerazioni che ho fatto io nella mia esperienza di madre ma lei ha una famiglia diversa dalla mia, ha partorito in un posto dove io non ho partorito, fa e dice delle cose che io non ho mai pensato e fatto. La grandezza della letteratura permette di andare a scovare cose che puoi solamente immaginare. Ovviamente partendo da una sorgente che è necessaria e onesta e che nasce sempre dal vissuto dell’autore.

Durante il parto si muore per rinascere da capo con un figlio di cui prendersi cura. In questa trasformazione il corpo della madre diventa strumento di un vero e proprio rito di passaggio, sa istintivamente cosa fare e come adattarsi alla nuova vita ma è anche il primo a subire la violenza della sua spinta. Nel romanzo sembra quasi che il corpo abbia una voce, si erga a personaggio esso stesso…

Era esattamente quello che volevo. C’è una scissione tra quello che il corpo già sa e quello che Emilia ancora non può sapere. Il corpo sa dove andare e, se si è disposti all’ascolto, ti aiuta anche, sia nel momento del parto che in quello dell’accudimento. A volte perdiamo degli istinti primordiali che ci sono molto utili. Allo stesso modo, però, volevo che fosse chiaro che accanto al corpo e ai suoi impulsi atavici, oggi dobbiamo anche fidarci della medicina e della scienza. Stiamo affrontando un periodo storico molto pericoloso in cui viviamo un rigetto del progresso. Come se il progresso facesse sempre male. Emilia, per esempio, chiede invece a gran voce un’epidurale. Il ritorno alla naturalità primitiva a tutti i costi mi spaventa perché rischiamo di perdere fiducia in qualcosa che ci può aiutare e in cui io credo molto. Questo doppio binario di abbandono all’istinto e fiducia nel futuro e nella scienza procede quindi parallelo nel libro.

Mentre il percorso evolutivo del ruolo di donna sta facendo i suoi passi, anche se molto a rilento, sulla maternità siamo ancora molto indietro.

C’è molta fisicità nei suoi racconti…

È il mio modo di approcciarmi alla scrittura. La percezione che passa attraverso la corporeità è una costante. Forse perché è anche il primo modo di fare esperienza del mondo, da bambini. La scrittura è un ritorno a una sorgente. E io ritorno alla sorgente così, usando tutti i sensi. Poi ho sempre avuto un buon rapporto con il movimento e la fisicità, ho praticato moltissimi anni di danza e sport di vario tipo, mi sono rotta diverse parti del corpo e ho avuto genitori che mi hanno lasciato fin da piccola libera di giocare, sporcarmi e stare tantissimo all’aria aperta.  

Sullo sfondo del romanzo c’è Napoli, la città dove è nata. Che ruolo ha in questa storia?

L’ambientazione a volte nasce spontanea. Qui si parla di qualcosa di viscerale, di primordiale. Mi è venuto naturale parlare di Napoli. In questo libro la città accompagna molto i protagonisti nel loro percorso di crescita. La storia è ambientata a Portici, in un paesino vesuviano. L’ospedale e la casa di Emilia e Vincenzo affacciano sul mare, poi c’è il vulcano con il suo fuoco. La caratteristica di questa città di essere sia d’acqua che di fuoco era perfetta per raccontare sia la turbolenza degli eventi, sia il concetto di origine, il magma da cui proveniamo. E poi c’è la Villa d’Elboeuf che compare sullo sfondo e che ho sfruttato narrativamente come luogo primitivo, chiuso e abbandonato, una sorta di grotta uterina dove Emilia va a passeggiare con la bambina e a ritrovare se stessa e la sua storia.

Tutto ciò che riguarda il mondo femminile, soprattutto in questo momento storico, sembra toccare nervi scoperti. È tutto molto amplificato. Mentre scriveva il libro ha pensato a come sarebbe stato accolto dal pubblico?

All’inizio avevo un po’ paura. Va a toccare un tabù, come dicevamo prima. Sono convinta che è qualcosa che le donne chiedono a gran voce di raccontare. Ma c’è anche una grande parte della società che sta ritardando in questo ruolo di analisi del ruolo di madre. Mentre il percorso evolutivo del ruolo di donna sta facendo i suoi passi, anche se molto a rilento, sulla maternità siamo ancora molto indietro. Lo dimostrano per esempio i dati sul lavoro femminile. Molte donne lasciano il lavoro dopo la nascita dei figli, in Italia manca l’assistenzialismo. In Nord Europa, al contrario, le donne madri sono molto agevolate sul rientro al lavoro. Questo significa chiaramente che una parte della società ancora non è pronta a muoversi su questo binario evolutivo del ruolo materno. Scrivendo il libro avevo un po’ paura di questa fetta di persone, ancorate saldamente al ruolo tradizionale di madre, dove poi rischiano di annidarsi i problemi più grossi legati alla maternità (dalla violenza, alla depressione post partum). Finora il libro però è stato accolto molto bene. Tantissime donne mi scrivono per dirmi che si sono ritrovate nel racconto, che hanno vissuto emozioni simili e non sapevano nominarle. Anche molti uomini stanno apprezzando il romanzo e, sorprendentemente, alcuni non sono genitori. Il libro parla infatti di maternità e genitorialità ma in realtà va a toccare un tema universale che racconta di come l’essere umano reagisce e si riposiziona di fronte a qualcosa che scombussola la propria vita.

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Dal 2014 è la coordinatrice, insieme ad Armando Festa, del progetto Cattedrale, un osservatorio che intende monitorare, promuovere e sostenere il racconto nella sua forma letteraria. Com’è nata l’idea e qual è lo stato di salute del racconto in Italia?

Il progetto è nato un po’ per gioco da una passione comune. Ci siamo accorti che non esisteva uno spazio dedicato solo al racconto. Cattedrale non voleva essere una rivista o un blog ma proprio un osservatorio che monitorasse e divulgasse la condizione di questa forma letteraria che in Italia ha sempre avuto meno dignità del romanzo. Si sentiva la mancanza di un posto in cui parlare di racconti in maniera critica ma anche dove venissero pubblicizzate raccolte e prodotti editoriali che solitamente vengono relegati in un angolino. Il racconto è una forma letteraria che vive un pregiudizio: quello che sul mercato non si riesca a vendere. Ed è come un cane che si morde la coda: se si crede che il racconto non venda si farà in modo che il racconto non venda, si investirà poco nella comunicazione e nella distribuzione e il lettore si abituerà sempre meno a leggere racconti. Mentre invece il racconto è una forma letteraria che richiede un allenamento, richiede energia partecipativa. Moltissimi lettori credono di non essere portati per leggere racconti, ammettono di non riuscire ad affezionarsi ai personaggi e di preferire le storie lunghe ma è solo questione di abitudine.mIl racconto ha in sè coagulata tutta la grandezza della letteratura. Cattedrale si amplia costantemente, crescono le rubriche e i servizi. Sullo stato di salute del racconto diciamo invece che si sta muovendo qualcosa (per esempio nascono case editrici coraggiosissime come la romana Racconti Edizioni) ma ancora gli editori investono molto poco in questo filone. Speriamo che un giorno il racconto possa diventare un prodotto culturale e commerciale al pari del romanzo. Il Nobel ad Alice Munro in questo senso ha agevolato questo processo.

A proposito della Munro…nella breve biografia sul suo sito si legge: “Mi piacciono Alice Munro, le montagne e le meduse”. Quanto l’ha influenzata questa scrittrice e quali sono gli altri autori con cui si è formata?

Alice Munro mi ha influenzato moltissimo, a livello sia di scrittura che di interesse al contenuto narrativo, quello delle relazioni tra esseri umani. Poi ci sono Anna Maria Ortese, Čechov, Fenoglio. Mi è servito molto anche studiare alla scuola di Agota Kristof, ho amato tutti i suoi libri. Imparo sempre tantissimo da ciò che leggo. La lettura è diventata un modo di acquisire conoscenze e di perfezionare la mia scrittura, un processo che non si ferma mai.

E le meduse invece?

Le meduse sono bellissime, mi affascinano molto. Sono come delle ballerine, hanno questa capacità di danzare in maniera vanitosa. Mi danno sempre l’idea di prendersi molto poco sul serio nella loro vaporosità colorata ma micidiale. Sono stata folgorata da un’ avventura che vissi con mio padre in Francia quando mi portò a visitare un luogo dove le meduse si riproducevano.

Accanto al suo lavoro di scrittrice, è molto attiva anche sul versante dell’insegnamento con le scuole dedicate al libro. Si può insegnare a scrivere?

Rispondo sempre ni. Si possono assolutamente spiegare delle tecniche di narratologia. Poi ci sono una serie di cose che non si possono insegnare come un certo tipo di sensibilità e di sguardo sul mondo. Nei miei corsi cerco sempre anche di far capire a chi non sa scrivere che non potrà scrivere. Non tutti possono fare gli scrittori, come non tutti possono fare i fotografi e i ballerini.

E lei, come hai iniziato a scrivere?

Ho iniziato da piccola. Mia madre conserva ancora delle mie storie. Con la mia famiglia viaggiavamo tanto, io in macchina mi annoiavo e inventavo storie, era il modo migliore per distrarsi. Ho coltivato quest’attitudine in tutti i nostri spostamenti. Poi sono arrivati i corsi a consolidarla. 

 

 

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