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Che cosa succede quando scrivi e insieme traduci? Come dividi il tempo, le parole, le scrivanie? Nella svogliata routine delle presentazioni, spesso mi è stato chiesto e io credo di aver risposto sempre in modo diverso. A volte tiro in ballo quello che si diceva del chitarrista dei Velvet Underground: “Quando suonava, gli mancava insegnare; quando insegnava, gli mancava schitarrare”.

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Ci sono dei momenti in cui la traduzione semplicemente ti annienta come scrittore: sparisci sotto al cumulo del lavoro; altre volte, quando ricominci a scrivere, ecco che ti manca patologicamente avere un testo di partenza – per quanto problematico – e ti senti nel vuoto: annaspi, vagoli, poi inizi a ingranare, a ritrovare il coraggio. Altre volte ancora, invece, tradurre ti aiuta ad ampliare, a levigare, ad articolare tutto quel bagaglio lessicale e sintattico che spacciamo sotto il termine di “stile” e ti accorgi, quasi sgomento, che stai migliorando per via osmotica, naturale. ​Spesso tradurre è solo un mestiere, tanto quanto dovrebbe esserlo scrivere: sgobbo, quotidianità, automatismi. Eppure di tanto in tanto diventa un momento magico, come quando ti succede di entrare in Mark TwainCharles DickensHunter S. ThompsonJames M. Cain. Se sei fortunato, può aprirti nuove strade: in un periodo in cui non riuscivo non dico a scrivere ma a pensare un rigo, entrare nei paragrafi di Percival Everett mi ha aperto nuove prospettive per arrivare a un libro intitolato L’unico scrittore buono è quello morto (E/O).

Scrivere, poi, ti insegna anche a essere arrogante, la nostra voce reiterata rischia di diventare uno specchio opaco e compiacente dove non vediamo più i nostri difetti: “Senti come suona bene, guarda quanto sono forte”, finché il no degli editori non ti spiega che è più bravo un altro. Tradurre, invece, ti insegna l’umiltà: devi appoggiarti a un testo di partenza e portarlo con dedizione in italiano, cercando di non fargli torto. E a volte hai bisogno di essere umile e altre di essere arrogante, in fondo la scrittura è fatta di queste due cose apparentemente contraddittorie.

Soprattutto mentre scrivevo Nel cuore della notte è successa una cosa strana. Avevo passato un po’ di tempo dentro questo romanzo ambientato su una corriera scassata che attraversa un non meglio precisato paese tropicale, quando a un tratto mi era venuta l’idea di mettere come destinazione un vulcano bellissimo. La cosa era saltata fuori all’improvviso – reminiscenze di passati viaggi, fascino delle parole – e per un attimo avevo addirittura pensato di intitolare il romanzo Verso il vulcano, e lì tutto a un tratto aveva fatto capolino l’evidente suggestione di un capolavoro della letteratura che non rileggevo da un po’ e che avevo amato moltissimo. E fin qui, niente di speciale. Poi mi ha scritto un editor. Non so se sia possibile immaginare la mia faccia quando, proprio al termine del romanzo, ho ricevuto l’invito a tradurre Sotto il vulcano di Malcolm Lowry per Feltrinelli. 

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Ecco che, non per la prima volta, i due mestieri che mi avevano occupato negli anni si saldavano in un modo che aveva un che di fatale e misterioso. Il vulcano appariva di nuovo: l’uomo che aveva raccontato la sua lunga storia di dolore e passione era arrivato al vulcano insieme a me e ora mi toccava tornare – parola per parola – dentro una storia di passione e dolore, e vederle poi uscire quasi in contemporanea: un gigante con accanto un piccolo libro gemello, le due scrivanie di nuovo vicine, le due identità saldate in un magma ribollente di parole e storie.

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Marco Rossari, scrittore e traduttore, è nato a Milano nel 1973. Tra i suoi libri: L'unico scrittore buono è quello morto (Edizioni e/o 2012), Piccolo dizionario delle malattie letterarie (Italo Svevo 2016), Le cento vite di Nemesio (Edizioni e/o 2016). Tra i tanti autori tradotti: Charles Dickens, Mark Twain, Percival Everett, Dave Eggers, Alan Bennett, Hunter S. Thompson, John Niven. Per Einaudi ha curato l'antologia Racconti da ridere (2018) e ha pubblicato Nel cuore della notte (2018). Tiene un laboratorio di scrittura umoristica presso la Scuola Belleville di Milano.