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«Fai la scrittrice? Davvero? E cosa scrivi?» mi chiede l’uomo che ho di fronte.
«Romanzi» rispondo.
«Di che genere?»
«Storie di oggi, di famiglie, relazione genitori e figli, ingiustizie sociali e tradimenti…»
«Ah, non è il mio genere, ma sicuramente mia moglie / la mia fidanzata / la mia compagna la apprezzerà».
Mi succede spesso, quasi tutte le volte che un uomo si interessa a quello che faccio per vivere, ma nel giro di pochi secondi la curiosità si trasforma in un silenzioso allontanamento, o meglio una presa di distanza.
 
Viviamo in un mondo discriminante. Lo dicono i fatti, gli stipendi, le carriere e le eccellenze. La verità è che le donne che fanno letteratura e cultura se la devono vedere con una discriminazione diventata normale. Esiste una definizione indelebile che si appiccica alla pelle come un cerotto e che colpisce ogni autrice. Si chiama letteratura rosa. Poco importa che tu abbia raccontato la violenza, la sottrazione internazionale di minori o la difficoltà di accettare l’handicap di un figlio, resterai sempre la scrittrice donna che scrive solo per altre donne, che – si sa – leggono romanzi rosa per definizione. Bene, non possiamo che prenderne atto. Ma c’è ancora una piccola cosa che mi sfugge. Non è forse vero che le più grandi storie d’amore, ieri e oggi, sono state raccontate soprattutto da uomini? Basta fare qualche nome: William Shakespeare, Boris Pasternak, Henry James o Lev Tolstoj, ma anche Gabriel García Márquez, David Nicholls o John Green… La risposta è sì. E allora, insisto, perché continua a sfuggirmi qualcosa, perché la loro viene definita semplicemente letteratura? Senza nessun colore a connotarla. Nemmeno una leggera sfumatura di lilla? Porpora? O ametista intenso?
 
No, non serve. Se una storia porta una firma maschile, non ha bisogno di essere ulteriormente classificata. Tutto qui.
Ma certamente la riflessione deve andare oltre e, a non essere d’aiuto, sono spesso le stesse case editrici che, di fronte a una affluenza prevalentemente femminile in libreria, confezionano gli abiti più adatti ai nostri libri. Sguardi persi nell’orizzonte, piante e fiori come se piovessero, o giovani donne sedute a fissare il vuoto. C’è qualcosa di romantico, qualcosa di sottile e di significativo che spesso porta con sé un titolo che tende a toglierci ogni dubbio.
Pare che questa sfilata di libri per sole donne le induca a leggere di tutto, cosa che al contrario non appartiene agli uomini, che a certi libri si avvicinano con grande fatica. L’attenzione che gli editori dedicano alle donne non è casuale, ma riserva una spiegazione chiara tanto da sembrare ovvia.
 
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I lettori forti sono soprattutto le donne (il 15,1% delle lettrici pratica la lettura in modo intensivo) e comunque la popolazione femminile mostra una maggiore propensione alla lettura già a partire dalle scuole elementari: complessivamente, il 48% delle femmine e solo il 34,5% dei maschi hanno letto almeno un libro nel corso dell’ultimo anno. Inoltre, le donne sono le più istruite, prendono voti più alti, si laureano prima. Il 60% delle donne contro il 39,7% degli uomini consegue una laurea, con una media di voto finale che supera di oltre due punti quella dei maschi. Le donne mostrano inoltre una maggiore regolarità, arrivando a terminare gli studi in corso nel 44,7% dei casi, contro il 40,7% dei colleghi maschi.
 
Quindi, perché dopo tanta fatica sui banchi di scuola e universitari le donne dovrebbero essere relegate a scegliere libri etichettati come “rosa”?
 
Si chiama differenza di genere e purtroppo non si limita alle scelte di lettura. Infatti, quello che durante gli studi sembra ancora superabile, diventa tangibile nel mondo del lavoro, che premia soprattutto gli uomini, in termini di responsabilità, realizzazione di carriere e stipendi maggiori. Ma se gli studenti sono soprattutto femmine, perché i professori sono soprattutto uomini? E perché su un totale di 78 atenei troviamo solo 5 rettori donna?
Le case editrici non sembrano voler rovesciare questa tendenza. Infatti, i grandi gruppi editoriali sono diretti quasi totalmente da uomini; le poche donne che ci arrivano per eredità di sangue, come capita spesso agli stessi uomini, hanno però il fastidioso onere di dover dimostrare sempre di essere anche qualificate per quel ruolo. Per trovare figure femminile al timone di piccole case editrici dobbiamo fare un salto nella loro intraprendenza imprenditoriale.
 
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Il problema è culturale. Continuiamo a dirlo, ma ancora non riusciamo a invertire la tendenza. Educhiamo maschi e femmine in modi completamente diversi. Imponiamo modelli e schemi, gli stessi che abbiamo ereditato o subìto e che non riusciamo a mettere in discussione. Educhiamo i maschi ad ambire a modelli vincenti senza preoccuparci di curare o prevedere le loro debolezze, perché addestriamo le femmine a occuparsi proprio di questo. A portare pazienza e a non metterli mai in ombra. Così, saranno pronte a essere pagate meno a parità di mansioni o a non essere investite delle stesse responsabilità pur avendo lo stesso curriculum. Ecco, portare pazienza. Sia se non ti promuovono, sia se il tuo libro, la grande storia che ti ha bruciato l’anima e ti ha levato il sonno, verrà definita “carina”, “rosa” o “perfetta per una donna”.
 
Ma, se c’è una cosa che le donne sanno fare bene, è proprio quella di fare spallucce e di andare dritte per la loro strada, indipendentemente dal colore, e questo spiega perché la nuova generazione di autori italiani vede proprio tra i nomi femminili le penne più convincenti, basti pensare a Chiara Gamberale, Paola Cereda, Emanuela Abbadessa, Simona Sparaco, Raffaella Silvestri e molte altre.
 
 
Sara Rattaro è una scrittrice italiana. Dopo l'esordio nel 2009 con il romanzo  Sulla sedia sbagliata, pubblica Un uso qualunque di te (2011), Non volare via (2013), Niente è come te (2014, Premio Bancarella nel 2015) e Splendi più che puoi (2016). Il suo prossimo romanzo, L'amore addosso, sarà pubblicato il 21 marzo 2017 da Sperling & Kupfer.
 
 
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