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Violenza, razzismo e stereotipi secondo Joe Lansdale

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"Non aspettare l'ispirazione, mettiti in gioco. La tua ispirazione sei tu, il resto sono cazzate".

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Joe Lansdale - Photo by Fabio Cantile

Joe Lansdale è uno scrittore americano - texano per la precisione - nato nel ‘51. Da allora gli Stati Uniti sono profondamente cambiati, dall’elezione del primo presidente afroamericano fino all’attuale presidenza Trump. Ma lui sembra rimanere lo stesso. Certo, dal suo esordio avvenuto alla fine degli anni ottanta le persone sono cambiate, ma anche il razzismo, il sessismo, il politicamente corretto e persino la violenza della polizia. Tutte questioni molto presenti nei suoi romanzi, temi con cui riempie le sue trame tessute con uno stile unico che unisce horror, pulp, noir e giallo. Come vede l’America di oggi? Ed è possibile un parallelo con l’Italia? Ecco cosa ci ha risposto.

 

Da poco è uscito Il sorriso di Jackrabbit, il tuo ultimo libro della serie di Hap e Leonard che è iniziata ormai trent’anni fa, ed è anche iniziata la nuova stagione prodotta da Sundance TV che invece riprende i primi libri degli anni novanta. Com’è stato riprendere le stesse storie dopo così tanto tempo? E cosa è cambiato per te nel modo in cui concepisci i personaggi rispetto all’inizio? 

Oh, è stato facilissimo. Un po’ come se fossero stati loro, i personaggi, ad aver smesso di parlarmi per un po’. Ma poi, quando hanno ripreso, era come se il tempo non fosse mai passato, tutto è avvenuto naturalmente.

Non mi siedo ad aspettare e riflettere finché non trovo l’idea: io scrivo e basta

Sembra che nel creare i due personaggi di Hap e Leonard tu abbia racchiuso quanto di più contrastante con la cultura texana: un liberal antimilitarista e un nero repubblicano e omosessuale. Anche se Hap ha molto di autobiografico, questa è stata una scelta voluta? Sei andato contro gli stereotipi in modo volontario?

No, non direi, ciò che ho descritto è essenzialmente quello che ho visto in prima persona. Io durante la mia vita ho fatto esattamente ciò che fanno loro e quindi non ho mai dovuto pensare cose come “ora farò il personaggio in questo modo”. Ho solo cominciato a scrivere e sono venuti fuori da soli. Perché è il tuo subconscio a scegliere i dettagli, a proporteli nella scrittura.

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Sì, ricordo che hai raccontato di come il personaggio di Leonard si sia quasi scritto da solo. E anche se i tuoi personaggi hanno ricevuto delle critiche per le loro caratteristiche, tu hai detto esplicitamente che non ti importa. Eppure il fatto che siano caratterizzati in modo così forte sembra suggerire che ci sia un’idea politica...

Be’ sì, è quello che intendo dire quando parlo di subconscio. Tu cresci con certe idee perché ci sei immerso, non sai nemmeno di averle finché non cominciano a venir fuori dalle tue dita. Almeno è così che funziona per me, io non mi siedo ad aspettare e riflettere finché non trovo l’idea: io scrivo e basta, lavoro un po’ come un reporter.

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Photo by Fabio Cantile
 

Da quando hai cominciato a scrivere, le cose sono molto cambiate politicamente e socialmente. Credi che se iniziassi a scrivere oggi le tue storie, l’inclusività che viene richiesta dal politicamente corretto le renderebbe diverse? Magari più artefatte?

No, io credo che la maggior parte degli elementi dei miei romanzi si leggano indipendentemente dal momento in cui sono stati concepiti e scritti. Ci sono cose che comunque sono lì da sempre. Qualcuno ogni tanto mi dice che ho cambiato degli elementi, ma in realtà sono cose che io avverto sempre. Ovviamente, quando è iniziata, la serie di Hap e Leonard aveva i protagonisti che vivevano della disillusione degli anni sessanta, poi sono arrivati gli anni ottanta che sono quelli del boom economico, dei soldi e dell’avidità. Poi c’è stato Mucho Mojo che aveva a che fare con gli infanticidi, poi Il mambo degli orsi che aveva a che fare con il Ku Klux Klan e la nazione ariana. Ancora dopo c’è stato Bad Chili con gli omicidi nella comunità omosessuale. Rumble Tumble invece è una serie di racconti dove sembra esserci meno attenzione alle questioni sociali, ma la verità è che queste si insinuano sempre, non spariscono mai. Per esempio, nel 2019 uscirà un nuovo capitolo che si chiama The elephant of surprise, che è un romanzo sperimentale dove ho voluto scrivere di slancio; infatti, tutto accade molto velocemente dall’inizio alla fine, quindi sembra che ci sia meno attenzione agli aspetti sociali e politici, ma in realtà se lo si legge con lo sguardo giusto si insinuano anche lì.

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Tu parli molto del Sud degli Stati Uniti, in Italia il Sud ha alcuni aspetti che potrebbero essere simili e chissà, forse il tuo successo qui da noi potrebbe essere dovuto anche a questo. Conosci il Sud Italia? E hai mai visto serie ambientate nel Sud Italia che hanno elementi simili ai tuoi racconti, ad esempio la violenza, come Gomorra?

Non ho visto Gomorra, ma sono stato nel Sud Italia, in Puglia per esempio. Ma devo dire che gli aspetti positivi mi hanno colpito più di quelli negativi. Mi è sembrata formidabile l’ospitalità. Intendiamoci: tutta l’Italia mi sembra ospitale, ma il Sud in particolar modo. Comunque certo, ovunque, quando c’è una difficoltà economica, quando manca il lavoro e le persone devono lottare quotidianamente per sbarcare il lunario, certi aspetti di vita emergono, un modo di vivere un po’ ai margini e magari ai limiti della legge. Alcune cose del Sud le ho notate, per esempio sono posti dove si nota la presenza di lavoratori, e di persone lasciate ai margini, questo vale sia qui che negli Stati Uniti. E ho notato che c’è una questione di preoccupazione per la sopravvivenza quotidiana molto più pressante.

 Voglio essere contradditorio perché è così che siamo tutti

Credi che lo scontento del Sud oggi influenzi la politica?

Credo che la questione dello scontento sia molto ampia. Per esempio, in Texas da poco abbiamo avuto un’elezione locale in cui i democratici sono andati benissimo e anche alle scorse presidenziali, quando Hillary Clinton ha perso, in Texas ai democratici è andata comunque meglio che in qualsiasi elezione precedente. Io comunque mi sento molto solidale con le persone del sud, mi sento parte di quell’ambiente. Sai, credo che le persone del sud siano impegnate a prendersi cura della famiglia, e a volte la paura di alcuni problemi finanziari le caratterizza perché hanno paure che gli altri non hanno. Io li capisco, capisco questa rabbia, anch’io vengo da lì. Sono un blue-collar worker, cioè una persona normale, della classe lavoratrice e continuo a pensare di esserlo. Ho più soldi, ma alla fine mi sento ancora così, faccio il mio lavoro con questa mentalità. Mi alzo la mattina ed è così che mi sento. E tengo bene a mente che è molto più facile quello che faccio oggi rispetto ai lavori fisici che facevo prima. Tutti quelli che scrivono e dicono che sia un supplizio io li trovo insopportabili, perché scrivere è un modo splendido di lavorare. Non importa quanto possa essere dura, comunque non è come scavare una fossa o lavorare in un campo di rose col sole sulla nuca, gli insetti che ti volano addosso e la schiena dolorante. Quella fatica sì che vale due soldi bucati! Certo non si fanno tanti soldi quando si inizia a scrivere, ma è una sensazione completamente diversa. Tutte queste persone che dicono quanto soffrono a scrivere... Fanculo, non li sopporto.

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Photo by Fabio Cantile

Nelle tue storie non risparmi una violenza a volte estrema. Negli ultimi giorni, nel dibattito sugli omicidi di massa, è stato puntato il dito sui soliti capri espiatori, come i videogiochi. Cosa pensi di come la violenza nella finzione si riflette sulla realtà?

Hap e Leonard sono esseri umani con i loro difetti, non fanno sempre la cosa giusta e questo è normale. Non c'è bisogno di vedere la loro scelta di far male o uccidere qualcuno come buona, loro la vedono come l'unica scelta che hanno e io lascio al lettore come sentirsi. Voglio essere contradditorio perché è così che siamo tutti: abbiamo certi sentimenti anche se se siamo pro o contro questo o quell'altro. Nelle mie storie cerco di rendere questa contraddizione reale. Credo che rappresentino la violenza nel modo in cui era rappresentata da Shakespeare o nella Bibbia, perché è sempre stata parte della nostra natura. Hap stesso soffre del fatto che non sempre riesce a tenere fede ai propri ideali. Sugli omicidi di massa, credo che negli Stati Uniti ci sia qualcosa nell'aria con i movimenti degli studenti, qualcosa si sta muovendo, anche se non molto, ma credo che voteranno presto e che sarà quello il momento in cui si vedrà un cambiamento, forse per la fine di quest'anno o nel prossimo.

Pensi che nascondere la violenza o racchiuderla nei confini del politically correct possa costituire un limite nel raccontare la realtà?

Forse. Ma non tutto quello che si scrive deve avere un contenuto politico, a volte è solo una dannata storia, anche se è vero che ci sono degli elementi politici e sociali nelle mie cose. Si ritorna al fatto che i personaggi sono contraddittori, potrebbero avere le migliori intenzioni ma, come Hap spesso scopre, alla fine il risultato non è sempre il migliore e quindi porta con sé un certo senso di colpa, contrariamente a Leonard a cui non importa. Ha costantemente questo senso di colpa perché fa la scelta sbagliata e la fa di continuo per il modo in cui è cresciuto, per cui anche se è contrario alla violenza gli sembra comunque un mezzo accettabile, anche se sa che in realtà non è così.

Non aspettare l'ispirazione, mettiti in gioco. La tua ispirazione sei tu, il resto sono cazzate.

Per via della vittoria di Trump si è tornati a parlare di risentimento dei “bianchi poveri”, e oggi se ne parla anche in Europa (per esempio con la Brexit). Cosa ne pensi di questa nuova attenzione politica verso i bianchi “delusi e arrabbiati”?

Innanzitutto bisogna dare risposte realistiche e non stupide. Conosco queste persone - sono la mia gente - non sono stupide, sono disilluse, sono spaventate e vivono nella paura, e i giornali e i politici campano vendendo paura. Quello di cui c'è bisogno è offrire un'alternativa più realistica di quella attuale. Capisco queste persone perché sono venuto su come loro; da entrambi i lati non puoi proporre candidati ricchi, a meno di non essere Trump, che finge di essere come loro. È la cosa più stupida possibile. Quello di cui c'è bisogno è di persone autentiche, mi viene in mente Joe Biden, anche se potrebbe essere un po' troppo vecchio per ricandidarsi, ma lui sa come parlare a queste persone; Obama sapeva farlo, Bill Clinton anche. Loro riuscivano a parlare con questa gente perché avevano radici simili. incredibile che abbiano lasciato che a parlargli sia stato questo tizio [Trump] e molto nasce dalla paura del prossimo, dalla paura delle persone di colore e di tutte quelle cose che potrebbero avere un effetto sul tuo stile di vita e sul tuo lavoro.

Non vieni da una famiglia benestante e non hai fatto il college. Cosa pensi di suggerire a chi per scrivere investe molto nei master e nello studio specialistico?

Smettila di cercare di farti insegnare a scrivere: leggi libri e scrivi! Fine della storia. E non arrenderti. Non aspettare l'ispirazione, mettiti in gioco. La tua ispirazione sei tu, il resto sono cazzate. Se ti impegni e lo fai quotidianamente, tutto diventa più semplice, ma se aspetti l'ispirazione, beh... (ride) è proprio per questo che il resto del tempo non ti senti ispirato. Se poi metti a confronto i giorni in cui avevi l'ispirazione e quelli in cui non te la sentivi, ti accorgi che non c’è alcuna differenza nella tua scrittura. Sì, a volte esiste un momento di ispirazione, ma quello che conta davvero è impegnarsi.

 

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Enrico Pitzianti, Cagliari 1988, è editor de L'Indiscreto e collaboratore di Esquire, Forbes, Il Foglio e cheFare.

 
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