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Il 1° agosto 2019 saranno passati 200 anni dalla nascita di uno dei più grandi scrittori di sempre, Herman Melville. È un anniversario significativo e nel suo caso può esserlo ancora di più. Non tutti sanno infatti che l’opera di Melville era ormai dimenticata alla morte dell’autore e che la sua prima grande riscoperta avvenne proprio in occasione del suo centenario, quando, nel 1919, i suoi testi cominciarono nuovamente a circolare ed essere apprezzati. Analogamente mi piacerebbe che questo bicentenario fosse occasione di riscoperta per gran parte dei suoi lavori che tuttora sono noti solo a una ristretta cerchia di appassionati.

La vita di Melville ha conosciuto momenti di tensioni familiari e fughe avventurose, così come tanti spostamenti e frequenti ristrettezze economiche. L’immagine del suo travaglio biografico si è insomma raddoppiata nella sua vicenda editoriale, che tra fortune e rovesci ha conosciuto la giusta consacrazione solo dopo la sua morte. Con questo articolo, in cui ripercorro la vita e le opere dell’irrequieto, perennemente in moto, sfortunato, ironico e indomito Herman Melville, mi auguro di agganciarmi idealmente al volano che nel centenario mise in moto la riscoperta degli indiscussi capolavori della sua opera, per gettare un fascio di luce anche sul resto della sua produzione, perché, per dirla con Elemire Zolla, “Melville non delude mai”.

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Negli anni ’20 dell’800 la famiglia Melville, composta dai genitori Allan e Maria, dal piccolo Herman e dai suoi sette fratelli, vive una vita tra gli agi dell’alta borghesia newyorkese, ben al di là delle possibilità offerte dai guadagni dei commerci di prodotti francesi del padre, e in gran parte sostenute dalla benevolenza dei suoceri. Ogni quattro anni, in quel periodo, i Melville cambiano casa, scalando costantemente la piramide del lusso, fino ad arrivare – nel 1828 – a vivere in un appartamento di Broadway con tre maggiordomi. Herman a 6 anni era iscritto alla New York Male High School e, malgrado all’inizio, come testimoniano alcune lettere preoccupate della madre, mostrasse alcune difficoltà nell’apprendimento, nel 1928 era considerato il miglior oratore della scuola. Ma, in una parabola che curiosamente sarebbe stata in seguito replicata dal destino del successo editoriale delle sue pubblicazioni, il rovescio disastroso era ormai dietro l’angolo. Infatti le insostenibili esposizioni finanziarie del padre costrinsero la famiglia a trasferirsi nella ben più modesta Albany, dove Allan Melville iniziò a lavorare in un’azienda che commerciava pellame, senza riuscire a riportare gli standard familiari al livello precedente. Appena due anni dopo il trasferimento, durante un viaggio da New York, condotto a causa di un incidente in una carrozza scoperta nel gelo invernale, Allan Melville si ammalò gravemente, la malattia lo condusse a un drammatico esaurimento nervoso, che nel giro di due mesi lo portò a morire, appena due giorni prima del suo cinquantesimo compleanno. Melville e il fratello maggiore Gansevoort, assecondando le loro inclinazioni, erano nel frattempo entrati nella Albany Accademy, ma già dopo pochi mesi, non essendo sostenibili i costi scolastici per entrambi i fratelli, Herman era di nuovo a casa, circostanza che lo costrinse ad assistere da vicino alla malattia e al crollo paterno, vicenda lacerante che riprodusse vent’anni dopo nella morte del padre di Pierre in Pierre, o delle ambiguità (Pierre; or, The Ambiguities). I sentimenti provati in quel periodo saranno descritti fedelmente anche in alcuni passaggi di Redburn (Redburn: His First Voyage), il suo quarto romanzo: “Meglio che io non pensi a quei giorni deliziosi, prima che mio padre andasse in bancarotta […] e noi dovemmo lasciare la città; quando lo faccio qualcosa mi risale in gola finendo quasi per strangolarmi”.

La morte del padre impresse un deciso cambiamento alle consuetudini familiari, oltre a segnare profondamente le personalità di tutti i fratelli. Herman e Gansevoort nel 1832 furono costretti a lasciare definitivamente gli studi, che ormai conducevano in modo discontinuo. Melville iniziò a svolgere vari lavori. Appena quattordicenne prestava servizio per una banca, alcuni anni più tardi lavorava per l’azienda di berretti messa in piedi dal fratello, che però fallendo nel 1837 gli rese necessario cercare un nuovo impiego, stavolta come insegnante scolastico in una scuola in cui capitavano studenti di ogni età ed estrazione sociale. Non era una mansione ideale per le inclinazioni di Herman, come non lo erano i tanti lavoretti di fortuna tra cui si barcamenava in quegli anni, e così, quando suo fratello Gansevoort, che nel frattempo si era trasferito a New York, il 31 maggio del 1839 gli scrisse che se si fosse recato in città di certo avrebbe trovato un lavoro da mozzo su una baleniera o su un vascello mercantile, Herman non se lo fece ripetere due volte. Il giorno dopo Melville era a New York pronto a imbarcarsi come marinaio semplice sulla St. Lawrence, una nave mercantile diretta a Liverpool. Il ventenne fece così la sua prima traversata, visitò Londra e, il 1° ottobre dello stesso anno tornò indietro con la stessa nave. Redburn: il suo primo viaggio, pubblicato nel 1849, si ispirerà esplicitamente a questa vicenda.

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Melville aveva cominciato così a prendere le misure al mare, ma dobbiamo aspettare ancora poco più di un anno per vederlo salpare per quello che sarà il suo viaggio fatale. Il giorno di Natale del 1840 Herman infatti firmò un contratto da apprendista, per un guadagno pari a 1/175 dei profitti che il viaggio della baleniera americana Acushnet avrebbe garantito.

Il 31 dicembre 1840 il ventunenne figurava regolarmente nei registri dell’equipaggio, mentre il 1º gennaio la nave partiva dal porto di New Bedford, nel Massachusetts. Questa avventura darà a Melville una fonte e una spinta immaginativa a cui non smetterà mai di tornare. Le crociere a caccia di balene erano avventure totalizzanti, lunghe anni e in grado di offrire fasci di diramazioni sorprendenti e imprevedibili. Quel viaggio non fu da meno e l’eco di tali peripezie era destinato a incidere nel profondo l’immaginario collettivo, ma andiamo con ordine. L’equipaggio catturò le prime balene alle Bahamas, poi proseguì verso le Azzorre, quindi giunse a Capo Verde per poi tornare sull’altro lato dell’Atlantico a marzo, quando la Acushnet attraccò a Rio de Janeiro (e da lì spedì indietro i primi 150 barili di grasso di balena). Il 15 aprile la baleniera doppia finalmente Capo Horn e si lancia nel Pacifico, il 24 ottobre supererà l’equatore in direzione nord, per arrivare sei o sette giorni dopo alle isole Galapagos. L’imbarcazione non sosterà a lungo in quell’arcipelago, ma l’impressione ricavata da quella breve visita basterà a ispirare, diversi anni dopo, la scrittura di Le isole incantate (The Encantadas), un pamphlet oscuro e frammentario – nonché il più notevole reportage sulle Galapagos che sia mai stato scritto – in cui Melville porta agli estremi le derive visionarie della sua letteratura insieme biblica e marinaresca. 

Ma la particolare maledizione, come la si può chiamare, delle Encantadas, ciò che le fa superare in desolazione Idumea e il Polo, è che in loro non avviene mai mutamento alcuno, né di stagioni né di dolori. Tagliate dall’Equatore, non conoscono autunno e non conoscono primavera, mentre, già ridotte a fecce di fuoco, la stessa rovina poco può ormai operare su di loro. Gli scrosci di pioggia rinfrescano il deserto, ma in quelle isole pioggia non ne cade mai.

  • Le Isole Incantate

Il viaggio della Acushnet – una baleniera destinata a rivivere in almeno un paio di incarnazioni letterarie: la Dolly di Typee (Typee: A Peep at Polynesian Life) e, naturalmente, il Pequod di Moby Dick (Moby-Dick; or, The Whale) – era destinato quindi a toccare le coste dell’Ecuador, e poi, dopo alcune cacce nella zona equatoriale a raggiungere, il 23 giugno 1842, le isole Marchesi, e più precisamente la baia di Nuku Hiva, dove la nave avrebbe gettato l’ancora. Un paio di settimane dopo, il 9 luglio, Melville, seguendo l’esempio di diversi altri membri dell’equipaggio e in compagnia dell’amico Richard Tobias Greene (il Toby di Typee), disertava fuggendo tra le lussureggianti gole boschive dell’isola tropicale.

A quell’epoca a Nuku Hiva vivevano 80.000 nativi divisi in tribù conosciute per la loro aggressività e spesso in guerra tra loro, alcuni di questi clan erano noti per praticare atti di cannibalismo. L’avventura di Melville sull’isola, in cui rimase un mese, sarà narrata nel suo primo romanzo, Typee, così chiamato per via del nome della valle e della tribù che lo ospitarono. La narrazione non è una semplice trasposizione diaristica, la vicenda appare romanzata, tanto che nel racconto il soggiorno dura quattro mesi invece che uno. L’immagine che offrirà l’autore non mancherà di sedurre il grande pubblico, Typee diventerà noto come il romanzo del “signor H. tra i cannibali”, ma si farà riconoscere anche per uno sguardo equanime del narratore, che sembra tradire una visione del mondo rousseauiana, in cui la civiltà sarebbe in ultima analisi nemica della felicità umana, come testimoniato appunto dalle vicende del giovane americano accolto in una tribù di cannibali e che invece di finire scannato assiste riverito come un ospite d’onore a orge, banchetti e baccanali, in un suggestivo paradiso in mezzo al Pacifico.

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Con un pizzico di sale in una mano e un quarto di frutto dell’albero del pane nell’altra, il più potente capo della valle avrebbe riso di tutte le prelibatezze di una tavola parigina.

  • Typee


Il soggiorno di Melville a Nuku Hiva durò poco: appena un mese dopo, il 9 agosto, lo scrittore si imbarcava – fuggendo a gambe levate da cure che nella versione romanzesca sarebbero diventate amorevoli – su di un’altra baleniera, la Lucy Ann (la Julia di Omoo – Omoo: A Narrative of Adventures in the South Seas –, il secondo romanzo di Melville), e diretta a Tahiti. Appena giunto nel porto della più grande delle Isole della Società, l’equipaggio della nave deciderà di ammutinarsi passivamente, rifiutando di eseguire qualsiasi ordine che non fosse quello di scendere a terra. (Se per caso vi state domandando il perché di una tale concentrazione di ammutinamenti e diserzioni proprio in Polinesia, invece che, poniamo, nella Terra del Fuoco, sappiate che mi sono trovato a pormi lo stesso interessante quesito…). I marinai infine furono fatti scendere sull’isola nel giorno in cui questa passava definitivamente sotto il dominio francese, e il governatore li spedì dritti dritti in una prigione maori, la Calabooza Beretanee, in realtà poco più che una capanna in cui i nativi di notte bloccavano i piedi dei reclusi per assicurarsi che non si allontanassero, lasciandoli per il resto sostanzialmente liberi, riconoscendo in loro dei nemici del governatore e quindi, in ultima analisi, degli alleati.

Dopo alcuni mesi in ogni caso Melville decideva di fuggire, insieme al compagno John B. Troy, al blando controllo dei nativi, lasciando Tahiti per raggiungere la vicina Eimeo, vale a dire Moorea. Questi eventi sono narrati nel secondo romanzo di Melville, Omoo, una sorta di seguito di Typee, sebbene l’autore si sia sforzato di scrivere testi non sovrapponibili. Omoo ha infatti una struttura più romanzesca e un passo meno autobiografico, sebbene sia in questo caso più che nel primo libro evidente, oltre all’esperienza personale, il sostanzioso uso di fonti nella ricostruzione degli usi e dei costumi delle popolazioni raccontate, per altro tra loro molto diverse. Anche in questo volume emerge il portato di sostanziale sventura costituito per le popolazioni del Pacifico dal contatto con gli occidentali, che hanno finito per peggiorare in modo consistente quelle che erano le precedenti condizioni di vita.

Per lasciare Moorea, Melville si imbarca come timoniere della baleniera Charles and Henry nel novembre del 1842, nave che abbandonerà dopo una crociera di 6 mesi nell’aprile del 1843, finalmente col consenso del capitano, a Honolulu. Il futuro scrittore restò alle Hawaii per quattro mesi, durante i quali trovò lavoro come magazziniere prima di tornare a imbarcarsi come marinaio sulla fregata United States (che servirà da modello alla Neversink – L’Inaffondabile – del romanzo Giacchetta bianca; White-Jacket; or, The World in a Man-of-War) nell’agosto del 1843. A bordo di questa nave, dopo uno scalo in Perù, Melville raggiungerà finalmente Boston nell’ottobre del 1844.

Melville non era un marinaio nato, certo, nei suoi romanzi presenta i protagonisti spesso come scafati uomini di mare, anche se non di rado si tratta di giovani che navigano da poco. È lecito pensare che nei quattro anni da marinaio avesse sviluppato una confidenza tale con le barche, con gli uomini e con le attrezzature marinaresche da potersi trovare più volte perfino a deridere (quando non a consolare dalle angherie della ciurma) i cosiddetti marinai d’acqua dolce, ma tuttavia, per usare un’altra frase fatta, non si può dire che lui a sua volta fosse un lupo di mare. Lo si vede anche dallo sguardo di tanti suoi personaggi, pronti a soccorrere un compagno in difficoltà, in opposizione all’elevato cinismo che invece sembrava vigere nei suoi stessi racconti a bordo di quelle imbarcazioni.

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Nei lunghi viaggi in mare Melville ha trovato una risonanza ideale per la sua irrequietezza, così come una sorgente di storie e metafore infinita. Un’altra prova che la sua vocazione non fosse quella del marinaio si desume dagli eventi successivi, a partire dalla constatazione che il 1844 fu l’ultimo anno in cui lavorò come marinaio. Da quel momento decise di assecondare quella che era la sua vera inclinazione: la scrittura. Come segnalato in precedenza, la sua parabola esistenziale si è curiosamente replicata in quella editoriale, e dopo gli entusiasmanti successi dei suoi primi due romanzi, Typee e Omoo, le sue opere successive iniziarono a essere accolte con costante favore decrescente. Nel frattempo nel 1847 Melville sposava Elizabeth Shaw a Boston, con cui ebbe quattro figli, due maschi e due femmine. Una famiglia che a partire dal terzo libro, Mardi (Mardi, and a Voyage Thither), non poteva più essere sostenuta dai soli proventi dei diritti d’autore del romanziere.

Dopo aver scritto due coinvolgenti e sorprendenti romanzi d’avventura nei Mari del Sud, Melville decise con la terza prova di sviluppare la sua narrativa in un’altra direzione, non aveva infatti interesse a cavalcare la vena commerciale di un genere che, anche grazie ai suoi due precedenti libri, stava decisamente decollando tra i gusti del pubblico, al tempo stesso definendosi, in modo per Melville forse svilente, appunto come ‘genere’. Mardi, uscito nel 1849, era ancora una volta una narrazione che prendeva spunto da vicende marinaresche tra le isole del Pacifico (in questo caso immaginarie), sviluppandosi però decisamente verso l’allegoria filosofico-satirica, due vene che definiranno fortemente (la prima) o riemergeranno carsicamente (la seconda) durante tutto il prosieguo della sua carriera. Il romanzo, che vira in direzione della quête filosofica, pare influenzato dai modelli di Rabelais e Swift, ma sarà anche il suo primo lavoro a non ottenere successo di pubblico. Nel giudizio di Nathaniel Hawthorne Mardi è un “libro ricco, dotato di profondità che costringono l’uomo a nuotare nel mistero della vita. È così bello che si riesce a perdonare lo scrittore per non averlo covato più a lungo, in modo da renderlo ancora migliore”.

Anche il libro successivo, Redburn, uscì nel 1849 e Melville impiegò per scriverlo appena dieci settimane. Ancora una volta si tratta di una narrazione marinaresca, che trae spunto dal suo primo viaggio a bordo di un vascello mercantile diretto a Liverpool, e della conseguente scoperta dell’Inghilterra. Il libro fu accolto favorevolmente dalla critica del tempo, tanto che ci fu chi ne parlò come della sua prova più divertente, così come da quella successiva: per il critico letterario Matthiessen (che in pieno Novecento coniò l’espressione “Rinascimento americano” in relazione alla grande letteratura statunitense dell’800), era addirittura “il più commovente dei suoi libri prima di Moby-Dick”.

Redburn oltre a ripercorrere gli anni della gioventù metteva in scena il tema dell’abisso interiore e del passaggio dall’innocenza al male, spunto conradiano e del resto tipico della letteratura americana. Come sempre nell’opera di Melville vi si rintracciano una franca liberalità di vedute mista ad aperture trascendenti e illuminate, sebbene per espressa dichiarazione dell’autore questo romanzo, come il successivo Giacchetta bianca, sono “due lavori che ho fatto per soldi, obbligato dalle circostanze come altri lo sono a spaccare la legna”. Le impellenze economiche costringeranno in quegli anni Melville a ritmi di produzione letteraria forsennati, così come a cocenti dubbi – attizzati dall’alterna ricezione critica e dall’ormai costante decrescente successo commerciale incontrato dalle sue opere, che anche in questa fase, malgrado l’impressione dell’autore, restano ambiziose, oscure e grandi –, dubbi che lo spingeranno a riflessioni di questo tipo: “Ciò che sarei più propenso a scrivere mi è precluso: so che non pagherà. Eppure, tutto considerato, non posso davvero scrivere in un altro modo. Il risultato è una sorta di spezzatino, e tutti i miei libri sono pasticci”.

Il 1850 è l’anno dunque di Giacchetta bianca, significativamente sottotitolato Il mondo visto da una nave da guerra, libro che trae spunto dal viaggio compiuto da Melville a bordo della fregata United States, ribattezzata Neversink per l’occasione. Immediato nonché diretto precursore di Moby Dick, il romanzo – che mostra diversi punti di contatto anche col postumo Billy Budd articola nella sua mistura di resoconto dal piglio storico e schietta finzione, nei personaggi icastici, nell’immagine del veliero come di un mondo in vitro e nell’accecante simbolo del bianco, quelli che saranno alcuni dei nodi centrali del successivo capolavoro.  

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In questo periodo, siamo ormai all’inizio degli anni ’50 dell’800, Melville acquista una fattoria ad Arrowhead, vicino Pittsfield, e stringe amicizia con Nathaniel Hawtorne. Il sodalizio intellettuale tra due dei più grandi scrittori statunitensi, celebrato a suon di brandy, sigari e chiacchiere metafisiche di fronte al camino, lascerà traccia in un importante epistolario di cui però restano solo le lettere di Melville, avendo questi distrutto le risposte dell’amico. Proprio in questi anni, ispirato dalla lettura di quello che era il più popolare romanzo di mare del periodo, Two Years Before the Mast di Richard Henry Dana, dal racconto di Jeremiah N. Reynolds della leggendaria caccia di un grande capodoglio bianco chiamato Mocha Dick al largo delle coste cilene (resoconto apparso nel maggio 1839 nella rivista The Knickerbocker), così come dalla notizia dell’affondamento della baleniera Essex, sventrata nel 1820 dall’urto di un enorme capodoglio, Melville nel 1850 iniziò la stesura di Moby Dick, che pubblicò nell’ottobre dell’anno seguente, il 1851. 

Io lascio un bianco e torbido solco, acque pallide, volti più pallidi, dovunque io navighi. Flutti gelosi si gonfiano lungo le fiancate per sommergere la mia traccia. Facciano pure, ma prima, io passo.

  • Moby Dick

La prima notizia della gestazione del capolavoro si trova in una lettera che Melville inviò nel maggio del 1850 proprio a Richard Henry Dana Jr., in cui scriveva che il romanzo era “half way done”, ormai a metà stesura. È di giugno invece un’altra lettera in cui descrive Moby Dick al suo editore inglese Richard Bentley, come un “romanzo avventuroso, basato su certe selvagge leggende che circolano tra i cacciatori di capodogli dei Mari del Sud”. Non mi dilungherò sul celeberrimo e straordinario contenuto del romanzo, che fu ben accolto dalla critica britannica (ma pare che Melville non ebbe mai modo di leggerne le recensioni) ma in modo decisamente più tiepido dall’allora più grezzo mondo letterario statunitense, dove più che a veri e propri critici i giornali si affidavano a segnalazioni di volenterosi lettori. In ogni modo negli USA anche le riviste più quotate non resero il giusto onore al romanzo, tanto da spingere il 1° dicembre 1851 Nathaniel Hawthorne (a cui per altro Moby Dick è dedicato), a scrivere una inusuale missiva di aperto apprezzamento per il romanzo a Evert Augustus Duyckinck, editore dell’influente rivista Literary World, per testimoniare un deciso disaccordo col giudizio espresso dal periodico: “What a book Melville has written! Mi pare che la recensione apparsa su Literary World non renda affatto giustizia alle parti migliori del libro”. Per quanto possa sembrare strano può succedere ancor oggi di registrare pareri sbilenchi riguardo Moby Dick. Sebbene siano con ogni evidenza pronunciati da lettori sprovveduti – una volta mi sono sentito dire che Melville aveva infilato le balene in un libro che parlando delle sue paure niente aveva a che fare col mare e i cetacei – vale la pena rendere giustizia anche oggi a un testo divenuto una Stella Polare della letteratura mondiale con le parole del critico letterario Harold Bloom: Moby Dick è il paradigma narrativo della sublimità americana, di un successo tra le vette o negli abissi, profondo nell’uno e nell’altro caso. Malgrado i notevoli debiti di Melville verso Shakespeare, il romanzo è un’opera di un’originalità straordinaria, insieme il Libro di Giona e il Libro di Giobbe della nazione americana.” E, già che ci siamo, anche con quelle del filosofo Carl Schmitt: “Melville è per gli oceani del mondo quello che Omero è per il Mediterraneo orientale. In un formidabile romanzo, Moby Dick, egli ha scritto la storia della grande balena Moby Dick e del suo cacciatore, il capitano Achab, e creato così il più grande epos dell’oceano in quanto elemento”.

Dopo Moby Dick, nel 1852, Melville abbandona l’abituale scenario marittimo e pubblica il difficile romanzo Pierre, o delle ambiguità. La nuova prova intendeva in qualche misura proporre una rilettura dell’Amleto, non senza cogliere l’occasione di offrire un ritratto satirico della cultura letteraria del tempo. La sfida che si pone l’autore sembra in questo caso quella di tentare di scrivere la sua autobiografia spirituale in forma di romanzo, il coefficiente di difficoltà dell’esercizio è inoltre innalzato dalle numerose convenzioni della letteratura gotica che l’autore sembra prefiggersi di tenere presenti, così come dall’elevato psicologismo con cui investe tutti i personaggi. Il romanzo cresce infatti attorno alle tensioni psichiche, sessuali e familiari in corso tra Pierre Glendinning, sua madre, il cugino Stanley, la sua fidanzata Lucy e Isabel, che si rivelerà essere la sua sorellastra. L’impianto della narrazione rivela la grandezza della mente autoriale capace di imbastirlo, ma un certo lugubre pessimismo, misto a soluzioni non sempre verosimili ne decretano un vero e proprio naufragio per quanto riguarda la ricezione sia da parte del pubblico che della critica. L’insuccesso disastroso di Pierre peserà come un macigno sulla carriera di Melville – di fatto la sua esperienza di romanziere di successo trova qui la sua fine – e l’autore, sentendosi incompreso e alienato, inizierà a dubitare dei propri mezzi. Comparvero critiche feroci, come quella uscita sul New York Day Book l’8 settembre 1852, intitolata senza mezzi termini “Herman Melville Crazy”. La recensione tra le altre cose arrivava a gettare illazioni sullo stato di salute psichico dell’autore: “Un amico critico, che ha letto l’ultimo libro di Melville, Pierre, ci ha detto che pareva frutto dei deliri e delle fantasticherie di un pazzo. Rimanemmo un po’ sorpresi dall’osservazione, ma ancora di più nell’apprendere, pochi giorni dopo, che Melville doveva davvero essere squilibrato, e che i suoi amici stavano prendendo misure per metterlo sotto trattamento. Speriamo che una delle prime precauzioni sia quella di tenerlo rigorosamente isolato dalla penna e dall’inchiostro”.

Recentemente la critica ha iniziato a rivalutare Pierre, o delle ambiguità, apprezzandolo come antesignano del romanzo psicologico, centrato sullo studio degli stati d’animo, dei processi mentali e delle percezioni del suo protagonista.

Un sorriso è il mezzo scelto per ogni ambiguità.

  • Pierre o delle ambiguità

Dopo la disfatta di Pierre, Melville inizierà nel 1853 una collaborazione di un paio d’anni con le riviste Putnam’s e Harper’s, sulle quali pubblicherà vari racconti, che verranno successivamente raccolti in volume. Riviste su cui, date le difficoltà incontrate dopo l’insuccesso di Pierre nella ricerca di un editore, Melville pubblicherà a puntate anche il suo ottavo romanzo, Israel Potter, che prima di uscire in volume comparirà così a puntate sulle colonne del Putnam’s Monthly Magazine a partire dal 1853. Il romanzo, che riprende un abbozzo cominciato e poi abbandonato prima di Moby Dick, è costruito attorno alle tristi avventure e al racconto di un veterano della Guerra di Indipendenza Americana. Nella vicenda vagamente picaresca di un protagonista diseredato e reietto, Melville torna al motivo della solitudine tragica, stavolta articolandola su di uno sfondo magniloquente e dominato da un’amarezza tinta di un’accennate tensione alla rivolta. In Israel Potter, forse la meno riuscita tra le opere di Melville, il pessimismo presente in filigrana in ogni parte della vicenda riesce a stemperarsi in alcune note satiriche, così come in una ironia amabile che non preclude un miraggio di salvezza.

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I would prefer not to.

  • Bartleby lo scrivano

I racconti pubblicati a partire dal 1853 sulle riviste Putnam’s e Harper’s vennero raccolti in volume nel 1856 col titolo di The Piazza Tales (il titolo della raccolta, raramente proposta in forma integrale in Italia, e presto capiremo perché, qui solitamente è stato reso con I racconti della veranda, o, più semplicemente, Racconti). Vi si trovano autentici diamanti della narrativa americana, frequentemente pubblicati autonomamente. Basti pensare che il primo a uscire sulle riviste fu Bartleby lo scrivano (Bartleby, the Scrivener: A Story of Wall Street), ma tra gli altri figurano ulteriori gioielli quali Benito Cereno e Le Isole Incantate, cui abbiamo già accennato. In particolare era destinato a preconizzare uno sguardo e un atteggiamento che sarebbero divenuti intrinsecamente caratteristici della più alta letteratura novecentesca proprio Bartleby, in grado di prefigurare una reazione all’avvilimento da bullshit jobs che risulta ancora attuale a più di un secolo e mezzo di distanza. Il testo, con la sua capacità di moltiplicare infinite speculazioni negando qualunque chiarimento è per alcuni il racconto perfetto. Gianni Celati si è detto affascinato dal modo in cui “questo personaggio ci attiri verso un tranello in cui tutte le spiegazioni e interpretazioni debbono cadere nel vuoto”. Del resto c’è chi, come l’americanista Sergio Perosa, sottolinea come l’esprit dello scrivano dovesse in qualche misura essere in quegli anni condiviso dallo stesso autore:

“Comunque si interpreti l’enigma del giovane sparuto che ha rinunciato alla capacità della decisione e resiste alle lusinghe dell’attività, chiuso nel suo ostinato silenzio e nella sua immobilità – nella squallida stanza d’ufficio, di fronte a un muro bianco – è probabile che Melville abbia tracciato in lui anche un emblema della condizione di rinuncia e amareggiato silenzio cui sembra giunto”.  

Nell’anno in cui uscì The Piazza Tales Melville cominciò a scrivere anche il suo ultimo romanzo, L’uomo di fiducia (The Confidence-Man: His Masquerade), che sarebbe uscito nel 1857. Nel romanzo si assiste a una vera lotta col demonio, la narrazione ne racconta i raggiri e la sua abilità persuasiva, così come il dominio totale che l’oscura figura è in grado di imporre sull’uomo e sul mondo. Tutto il racconto è punteggiato di divertita e ambigua compiacenza, e quasi si abbandona allo spettacolo del maligno trionfo. Il demonio veste qui i panni di un impostore che arriva da un altro mondo, spiccando, nelle parole di Perosa, in un’opera “di tono dimesso e amaro, venata di pessimismo, contorta e a volte faticosa nello stile, ma che porta ugualmente l’impronta e il segno del genio”. Tuttavia l’umorismo non manca di scorrere tra le pagine del libro, benché la visione di fondo finisca per risultarne tanto più sconsolata quanto più si avverte lo sforzo di sorridere di fronte al male imperante. Una curiosità per inquadrare il protagonista del romanzo è il paragone ricavatone da Philip Roth, che ne ha accostato la figura a quella di Donald Trump.

Un primo aprile al levar del sole, sul molo della città di Saint Louis fece improvvisamente la sua comparsa, come Manco Capac sul lago Titicaca, un uomo con un vestito color panna.

  • L’uomo di fiducia

Tra il 1856 e il 1857 Melville partì per un lungo e solitario viaggio in Europa e Medio Oriente. Giunto in Inghilterra ebbe occasione di visitare lungamente l’amico Hawthorne. Tra le sue mete ci fu anche la Terra Santa, che lo colpì particolarmente e quindi, in una sorta di piccolo Grand Tour, visitò anche la Grecia e, in parte, la Germania. Poco prima del rientro, nella primavera del 1857, sostò una settimana a Napoli e a Vico Equense, quindi un mese a Roma e vide anche Genova e Venezia. Per il viaggio di ritorno si imbarcò infine di nuovo dall’Inghilterra. In questa fase le finanze familiari dipendevano sostanzialmente dal suocero, un autorevole giudice del Massachusetts. Dal 1857 al 1860 Melville intraprese, senza troppo successo, tre cicli di conferenze itineranti, argomento delle quali erano i suoi viaggi nei Mari del Sud e nel Mediterraneo. Conclusa questa attività e trasferitosi definitivamente a New York, cercò a lungo un lavoro stabile, che riuscì a ottenere solo nel 1866 alla Dogana di New York. Per i successivi diciannove anni lavorò ininterrottamente lì, pur affrontando qualche turbolenza e rischiando talvolta il licenziamento. Il posto fisso fu un sollievo per la famiglia, non solo dal punto di vista economico: in quel periodo infatti l’instabilità emotiva di Melville era  un problema difficile da gestire per i congiunti. Fortunatamente però i principali tratti depressivi che ormai mostrava si attenuarono decisamente grazie all’occupazione alla dogana.

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La produzione letteraria di quegli anni era ormai confinata alla poesia. La prima silloge poetica che pubblicò, Battle Pieces, e che riscosse un certo successo, era dedicata alla Guerra di Secessione americana. Mentre il successivo poema, l’ambizioso Clarel, rimase pressoché sconosciuto ai suoi tempi. Clarel venne pubblicato nel 1876 a spese dello stesso Melville, aiutato da un contributo del suocero. L’opera, in due volumi, forse il più lungo poema della letteratura statunitense, è oggi rivalutato come il “grande poema vittoriano della fede e del dubbio”. Un aneddoto significativo riguarda il critico Lewis Mumford, che ne prese in prestito una copia nella New York Public Library nel 1925: i volumi avevano le pagine ancora da tagliare: il libro, in oltre cinquant’anni, non era mai stato letto.

Non mancarono in quel periodo acuti dolori familiari. Melville vide morire diversi suoi parenti, tra cui due dei suoi quattro figli. Il primogenito Malcolm, nato nel 1849, si suicidò sparandosi un colpo di pistola in casa nel 1867; mentre il secondogenito Stanwix morì dopo un’esistenza vissuta da vagabondo nel 1886 a San Francisco, all’età di 36 anni. Melville smise di lavorare nel 1885, quando la moglie ricevette in eredità cifre cospicue che seppe ben amministrare. Il 1888 fu l’anno del suo ultimo viaggio alle Bermuda, e quello in cui tornò alla prosa con lo splendido Billy Budd, la stesura del quale venne ultimata il 19 aprile 1891, sebbene Melville non lo considerasse del tutto terminato, ragion per cui il libro restò inedito durante la sua vita. Il breve romanzo, in cui Melville torna per l’ultima volta alla letteratura marinaresca, ripercorre i temi della malvagità, della sofferenza umana e dell’ostinata perseveranza del bene (motivi già presenti ne L’uomo di fiducia). Billy Budd grazie al suo pugno di personaggi, alle unità di tempo e di luogo e alla stringatezza dell’azione ha la struttura tipica della tragedia classica.

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Nel 1889 l’autore entrò a far parte dei membri della New York Society Library, anche se dal 1876 tutte le sue opere narrative erano ormai fuori stampa negli Stati Uniti. Melville era considerato una figura minore nella letteratura americana negli ultimi anni della sua vita così come nei primi dopo la sua morte. Al contrario in Gran Bretagna, anche grazie alla moda della letteratura marinaresca che lì continuava a riscuotere successi, i suoi romanzi iniziarono a essere riscoperti verso la fine del XIX secolo, il che costituì un piccolo antipasto del “Melville revival” che in patria avrebbe avuto luogo solo decenni dopo la sua morte. Melville morì a causa di un attacco cardiaco nella sua casa di New York il mattino del 28 settembre 1891, a 72 anni. Giace sepolto nel Cimitero di Woodlawn nel Bronx, accanto a sua moglie Elizabeth, che sarebbe scomparsa il 31 giugno del 1906. La donna è stata una compagna devota, anche nei periodi più bui, quando buona parte della sua famiglia le suggeriva il divorzio. Ebbe cura delle sue opere sia quando il marito era in vita sia dopo la sua morte.

La passione, anche la passione più intensa, non è qualcosa cui occorra uno scenario sontuoso per recitare la propria parte. L’intensa passione è di scena fin sui palchi meno raffinati, tra chi mendica e razzola nei rifiuti.

  • Billy Budd

Come detto all’inizio, la fortuna letteraria di Melville era destinata ad accendersi proprio in concomitanza del centenario della sua nascita. Nel 1919 infatti negli Stati Uniti cominciò quello che fu conosciuto come “Melville Revival”. I critici iniziarono a riscoprire i suoi libri, gli accademici a ricostruire la sua biografia, mentre i suoi principali romanzi e racconti presero a essere considerati classici di caratura mondiale. Anche la sua poesia iniziò a guadagnare considerazione. In tale clima di riscoperta nel 1924 venne pubblicato per la prima volta Billy Budd, immediatamente assurto allo status di classico della letteratura statunitense.

Come dicevo all’inizio di questo lungo articolo, sarebbe bello che questo anniversario divenisse l’occasione per riscoprire le sue opere meno conosciute, basti pensare che alcune di queste sono oggi indisponibili in Italia. Per Redburn e Israel Potter si trovano solo vecchissime edizioni di difficile reperibilità, mentre la sua prima silloge poetica, Battle Pieces, non è mai stata tradotta integralmente. Di fronte a un autore di tale portata troverei necessario colmare queste lacune, e colgo l’occasione per suggerire agli editori più avveduti di proporre al pubblico italiano anche questi titoli, di modo da offrire la disponibilità completa dei testi principali di uno dei più grandi autori di tutti i tempi anche in lingua italiana.

 

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Federico di Vita è nato a Roma e vive a Firenze. È autore del saggio-inchiesta Pazzi scatenati (effequ 2011, poi Tic, 2012) – Premio Speciale nell’ambito del Premio Fiesole 2013; e di I treni non esplodonoStorie dalla strage di Viareggio (Piano B, 2016). Suoi contributi sono apparsi su diverse testate tra cui Il Foglio, L’Indiscreto e Internazionale.