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Valutare l’importanza di un’opera senza che siano passati almeno un centinaio d’anni non è facile, perché le idee evolvono come semi e se ne può giudicare la crescita solo col tempo. Se alla non-chiaroveggenza si sommano i limiti della mia ignoranza e dei miei gusti, inoltre, stilare una lista dei dieci libri di filosofia più importanti del ventunesimo secolo diventa impossibile. Dunque mettiamola così: grazie ai libri che seguono (in ordine di anno di pubblicazione) avrete le idee più chiare, se non sulle risposte, per lo meno sulle domande del nuovo secolo.

 

David Chalmers, Che cos’è la coscienza? (Castelvecchi)

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Uno dei problemi filosofici più in voga del ventunesimo secolo è senza dubbio quello della coscienza. A tormentare i filosofi è in particolare il cosiddetto “problema difficile” (hard problem), ovvero il motivo per cui le funzioni mentali degli organismi senzienti sono accompagnate dall’esperienza. Per quale motivo proviamo freddo, piacere, sensazioni visive, tattili e così via, invece di comportarci semplicemente come se le provassimo, allo stesso (supposto) modo di un termostato o un tostapane? Perché non siamo degli “zombi filosofici” (p-zombie), ovvero delle creature identiche a noi, nel corpo e nel comportamento, ma prive dell’esperienza di una coscienza soggettiva? A questa domanda sono state date varie risposte, da quella di John Searle, che sostiene che la coscienza sia irriducibile ai processi fisici che la sottostanno (è celebre il suo esperimento mentale della stanza cinese) a quella di Daniel Dennett, che sostiene che la coscienza non esiste (dichiarandosi, di fatto, un p-zombi). Ma è a Chalmers che dobbiamo la definizione del problema, oltre che varie prove dell’insufficienza delle attuali risposte, che si fermano sempre alla definizione delle funzioni della coscienza. Come scrive l’autore però, «[...] per ogni processo fisico che individuiamo non si risponderà alla domanda: perché questo processo dovrebbe produrre esperienza? Dato un tale processo, è concettualmente coerente aspettarsi che esso possa essere attivato senza averne esperienza». Nonostante sia di poco precedente al secolo attuale (1995), faccio un’eccezione per questo brevissimo libretto, chiaro ed estremamente influente.

 

Byung-Chul Han, Filosofia del buddhismo zen (Nottetempo) 2002

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La filosofia occidentale si sta affrancando solo di recente dalla scarsa considerazione che ha prestato ai pensatori orientali. Una colpa tanto più imperdonabile dal momento in cui, dalle Upaniṣad ai numerosi trattati di filosofia buddhista (Nāgārjuna su tutti, un autore che sta vivendo una giustificata rinascita), ignorare la tradizione orientale in filosofia è come studiare fisica saltando le teorie di Galileo e di Einstein. D’altra parte, da Pirrone, il filosofo scettico che accompagnò Alessandro Magno nelle sue conquiste, ai Gesuiti, che per primi raccolsero e tradussero molti capolavori asiatici, la filosofia occidentale è stata permeabile al pensiero dei vicini sin dalle sue origini – non è difficile trovare influenze e travisamenti dai greci antichi fino alla grande filosofia tedesca. È il momento della rivincita: in questo libro Byung-Chul Han compie un percorso inverso e mette a confronto le filosofie di Platone, Leibniz, Fichte, Hegel, Schopenhauer, Nietzsche, Heidegger e altri con le visioni filosofiche del buddhismo zen. Il tutto con uno stile che ibrida le due tradizioni, passando da un linguaggio quasi heideggeriano agli haiku. Un testo importante nella direzione di una reale globalizzazione del sapere filosofico.

 

Judith Butler, Fare e disfare il genere (Mimesis) 2004

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Judith Butler è la più celebre filosofa degli studi di genere. L’idea base attorno alla quale ruota il suo lavoro è che il genere sia un processo (il genere è “performativo”), che si crea si disfa in continuazione. Non esiste una forma “normale” del desiderio, che è invece intrinsecamente queer: né eterossesuale né omosessuale né altro, ma in continua mutazione. Proprio perché le categorie di sesso, genere e sessualità necessitano la ripetizione di atti performativi nel tempo, questi hanno una forza normativa, disegnano norme e convenzioni che stabiliscono i confini e le condizioni della nostra vita. Nelle parole della stessa filosofa, «l’Io si ritrova, allo stesso tempo, costituito da norme e dipendente da norme; ciò, tuttavia, non esclude che l’Io possa provare a vivere in modo da mantenere con quelle norme un rapporto critico e trasformativo». Le norme sociali che «strutturano la nostra vita comportano desideri che non si originano da noi», e non sono date una volta per tutte, anzi, è necessario ripeterle e metterle continuamente in scena, per mantenere saldi i loro confini. È anche per questo carattere precario dei generi, quindi, che nasce l’astio per il diverso, che, pur senza danneggiarci direttamente, con la sua semplice presenza ha il potere di mettere in dubbio le nostre certezze. La Butler pone l’identità in un innovativo equilibrio tra natura e cultura, tra l’essere predeterminata e l’essere costruita socialmente. Per la filosofa si tratta di un mutuo feedback tra quel che è definito dal contesto in cui si vive e le proprie scelte: accettare la recita in voga o improvvisare qualcosa di diverso. Un libro importante, anche per ricordare l’innocua mutevolezza e varietà del desiderio erotico.

 

Nassim Nicholas Taleb, Il cigno nero (Saggiatore) 2007

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Il cigno nero è un influente saggio di Nassim Nicholas Taleb che percorre con uno stile narrativo molte materie, dalla filosofia alla matematica, passando per l’economia e l’epistemologia. Nonostante l’interdisciplinarità è un testo appassionante e accessibile, a tratti persino divertente – soprattutto quando emerge il rude linguaggio da ex-trader dell’autore. L’idea alla base è semplice: le nostre previsioni sono inevitabilmente falsate dall’accadere di eventi rari e imprevedibili che scombinano le cose. Sono per l’appunto dei “cigni neri”: il fatto che “ogni cigno è bianco” è una regola valida solo finché non appare un cigno nero. Taleb parte dall’idea del tacchino induttivista di Bertrand Russell: un tacchino che ogni mattina viene nutrito da un contadino ne farà una regola, che verrà disillusa il giorno in cui sarà sgozzato per la Festa del ringraziamento. A partire da quest’idea – e al netto della predilezione per i pennuti –  il libro affronta l’effetto degli eventi imprevedibili assieme alla tendenza umana a spiegarli retrospettivamente, per giustificare la nostra connaturata incapacità di leggere il futuro.

 

Quentin Meillassoux, Dopo la finitudine (Mimesis) 2008

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Quentin Meillassoux è un allievo di Alain Badiou e un esponente di spicco del realismo speculativo, una corrente filosofica nata nel 2007  in occasione di una conferenza a cui presero parte anche Ray Brassier, Iain Hamilton Grant, Graham Harman. Detto in modo un po’ brutale, i nuovi realisti cercano di recuperare la fiducia in una realtà assoluta dopo i bombardamenti del relativismo. Nello specifico, Meillassoux si concentra nel confutare il correlazionismo, che, nelle sue parole, è «l’idea secondo cui abbiamo sempre e solo accesso alla correlazione tra pensare e essere, e mai a nessuno dei due termini considerati separatamente dall’altro». Non è un’impresa facile, ma l’autore la persegue con lodevole tenacia e intelligenza, fino a raggiungere alla conclusione che almeno una certezza c’è, ed è che non vi sia nulla di certo: «L’assoluto è l’impossibilità assoluta di un ente necessario». È un libro a tratti complesso, ma privo delle circonvoluzioni linguistiche tipiche di certi pensatori francofoni: Meillassoux affronta il difficile compito con estrema onestà intellettuale, senza nascondersi alle critiche mediante stratagemmi retorici. Rispetto agli scopi che si prefigge il risultato può sembrare un granello di sabbia, ma è senz’altro ben argomentato.

 

Franca D’Agostini, Introduzione alla verità (Bollati Boringhieri) 2011

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In filosofia, come in altri ambiti, la modestia passa spesso inosservata, sovrastata dalla retorica più roboante. Se invece di Introduzione alla verità Franca D’Agostini avesse intitolato questo libro “Il ritorno della verità” o “La nuova verità” avrebbe forse attirato più attenzione – ma è evidente che non è nel suo stile. L’eccellente lavoro di questa filosofa italiana presenta un’onestà intellettuale cristallina sin dai titoli, ma non se ne deve sottovalutare la portata. D’Agostini infatti, in questo come in altri libri, porta avanti con una scrittura semplice e chiara le complesse evoluzioni di uno degli argomenti più importanti della filosofia: la verità. L’impostazione analitica del testo non deve preoccupare; l’autrice, come altri grandi filosofi analitici italiani (penso ad esempio ad Achille Varzi) usa un linguaggio accessibile, privo degli eccessivi formalismi che rendono questo stile filosofico illeggibile a molti – il tutto senza perdere in profondità e rigore. Descrivere in breve il percorso del libro non è semplice, ma si potrebbe dire che l’autrice cerca di trasformare il peggior nemico della verità, lo scetticismo, nel suo migliore alleato.

 

AA VV Bentornata realtà (Bollati Boringhieri) 2012

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La realtà è tornata di moda anche in Italia, per lo più grazie all’opera di Maurizio Ferraris, il fondatore del nuovo realismo (Manifesto del nuovo realismo). Si tratta di un movimento con istanze simili al realismo speculativo, che si oppone all’idea alla base del postmoderno, ben espressa da Nietzsche in Al di là del bene e del male: «non ci sono fatti, solo interpretazioni». Per farlo, i nuovi realisti cercano di delimitare il confine di ciò che è interpretabile e di ciò che non lo è – di quel che “fa resistenza”, per usare un’espressione del saggio di Umberto Eco. Per Eco, infatti, non tutte le interpretazioni sono possibili, perché le cose possiedono un limite invalicabile oggettivo. Un cacciavite, per esempio, può diventare un’arma, un attrezzo per scassinare una porta o uno per bucare una scatola, ma non sarà mai un’astronave o un bicchiere. I nuovi realisti fanno proprio il metodo (ma non gli esiti) dello scetticismo, per proporre una filosofia che non si pone in antitesi con la scienza. È un compito difficile, che si scontra con l’infinito e i limiti del pensiero; che «non ci sono fatti, solo interpretazioni», ad esempio, è un fatto o un’interpretazione? Come evidenzia Franca D’Agostini, Nietzsche se ne tira fuori con una battuta: a chi sostiene che è un’interpretazione risponde: «ebbene, tanto meglio». Quali che siano gli esiti della guerra all’antirealismo, comunque, Bentornata realtà è un’antologia interessante, anche perché tra i meriti di questo movimento c’è la proposta di una scrittura filosofica chiara e accessibile, priva di tecnicismi e contorcimenti retorici.

 

Timothy Morton, Iperoggetti (Nero) 2013

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È importante anche perché è l’unico testo tradotto in italiano di una corrente filosofica contemporanea chiamata Object Oriented Ontology (OOO), branca del realismo speculativo fondata da Graham Harman e che ha tra i suoi esponenti Levi Bryant, Ian Bogost e Timothy Morton. L’idea di base è quella di un “egalitarismo ontologico” che si oppone al primato del punto di vista umano sulle cose, per sostenere la liceità delle relazioni anche tra le cose stesse. Per esempio; mi è possibile esperire, descrivere e persino prevedere le relazioni che ho con un sasso, ma non posso in alcun modo attingere alle relazioni tra un sasso e un altro sasso, o un cane, o un triangolo equilatero. Dall’impossibilità di rappresentarsi delle relazioni extra-umane, però, non deriva l’impossibilità di una loro esistenza al di là della mia comprensione. Quello di Morton è un testo interessante, dallo stile scorrevole e chiaro, pieno di suggestioni multidisciplinari, come l’innovativa analisi dell’ecologismo. La trattazione filosofica è imperniata attorno all’idea di iperoggetti: in breve, degli oggetti molto complicati di cui abbiamo solo una prospettiva interna. Un esempio di iperoggetto è il riscaldamento globale, che si estende su dimensioni spazio-temporali così grandi e complesse da renderlo impermeabile allo sguardo. È un concetto orecchiabile ma un po’ fumoso, che in parte tradisce la OOO, per via di un’applicazione più antropocentrica di quella da cui si vuole allontanare. D’altra parte, tutti gli oggetti sono in fondo iperoggetti – come l’autore ammette all’improvviso nelle ultime tre righe.

 

Graham Priest, One (Oxford University Press) 2014

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Purtroppo non tutta la buona filosofia contemporanea è stata tradotta in italiano: mi è stato concesso di inserire un titolo in lingua inglese e uso il bonus per un libro che mi auguro venga presto tradotto: One, di Graham Priest. Questo filosofo australiano è celebre per la sua interpretazione della logica, detta dialeteismo; una posizione che ammette che le cose non siano solo vere o false, ma che in alcuni casi possano essere sia vere che false. Se la pensate come Aristotele vi suonerà blasfemo, ma è una tesi dalle fondamenta solide (per quanto fatte di paradossi) e dalla storia nobile, per via delle analogie con l’antica logica buddhista (soprattutto Dignāga e Nāgārjuna), che l’autore conosce e declina a modo suo. In questo libro Priest parte dalle posizioni del dialetismo per affrontare un problemone metafisico: l’unità. Da cui il breve titolo, One, e il lunghissimo sottotitolo, «un’indagine sull’unità del reale e delle sue parti, compreso quel singolare oggetto che chiamiamo il nulla» (mia la traduzione). Da leggere per chi conosce l’inglese e da tradurre al più presto per tutti gli altri.

 

Wolfram Eilenberger, Il tempo degli stregoni (Feltrinelli) 2018

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Il successo di un ibrido si può anche misurare nella difficoltà che si incontra nel definirlo: cos’è Il tempo degli stregoni? Un saggio filosofico, un romanzo, un’analisi storica? È un oggetto strano, che riesce a intrecciare il pensiero di quattro intellettuali (Benjamin, Cassirer, Heidegger e Wittgenstein) alle loro biografie e alla fase storica in cui sono vissuti. Wolfram Eilenberger espone il pensiero di questi filosofi con estrema chiarezza, senza annoiare né perdere il ritmo, e nel farlo non solo crea un’eccellente opera di divulgazione, ma offre anche una lettura innovativa e originale della filosofia del secolo scorso. L’esposizione del contesto storico e biografico in cui nascono certe correnti di pensiero, inoltre, palesa l’estrema vitalità di idee che a molti sembrano la quintessenza dell’astrazione. Esse sono, piuttosto, tranci vivi e pulsanti di realtà, che si manifestano in determinate persone, luoghi e tempi. Più che un saggio o un romanzo, Il tempo stregoni è un frammento di realtà, da esplorare in tutte le sue dimensioni, storiche, psicologiche e filosofiche.

 

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Francesco D’Isa (Firenze, 1980), di formazione filosofo e artista visivo, dopo l’esordio con I.(Nottetempo, 2011), ha pubblicato romanzi come Anna (effequ 2014), Ultimo piano (Imprimatur 2015), La Stanza di Therese (Tunué, 2017) e saggi per Hoepli e Newton Compton. Direttore editoriale dell’Indiscreto, scrive e disegna per varie riviste.