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Quando ho perso mio figlio, con cui conversavo di notte sotto le coperte e a cui raccontavo del mondo aspettando che nascesse; quando a tradimento quel bambino con cui giocavo segretamente e che già tenevo in braccio prima ancora che avesse aperto gli occhi è morto, sono stata sul punto di morire anch’io”. Se uno dei due deve morire, moriamo insieme, sembra dire il corpo di una madre che perde un figlio così fortemente desiderato.

Nel 1960, Dacia Maraini ha 24 anni, insieme al marito, l’artista Lucio Pozzi, è in attesa del suo primo figlio. Lo perderà tragicamente al settimo mese. Solo due anni dopo Dacia diventa la compagna di Alberto Moravia, e la sua voce, al pari del suo impegno letterario, accompagnano la nascita del movimento femminista, le battaglie per i diritti, il divorzio, l'aborto. La sofferenza, mai sbiadita, la porta ancora dentro.

Oggi, nel suo ultimo libro, Corpo Felice, Dacia Maraini torna ad affrontare lo strazio della perdita, la vicenda antica e dolorosa dell’aborto. 

L’impossibilità di diventare madre era già presente in un altro celebre romanzo della scrittrice dal titolo Un clandestino a bordo, oggi però risuonano forse ancora più esplicite e logoranti le sue parole.

Il bambino che non ha mai conosciuto rimane con lei, nonostante la morte. Dacia Maraini immagina di continuare con lui un dialogo segreto, a cui dà voce nelle pagine del nuovo libro, alternando momenti di intimità con il piccolo fantasma, a momenti di riflessione colta sulla maternità e sul ruolo femminile.

Dalla vicenda personale, infatti, il romanzo si apre, come un ventaglio, diventando un saggio narrativo che racconta del faticoso ruolo delle donne attraverso la storia e la letteratura. Il passato non sembra mai abbastanza lontano e ancora oggi la condizione femminile suscita preoccupazione. “Il problema è che a furia di sentirsi attribuire colpe lontane e profonde, a furia di sentirsi dire che sono incapaci, deboli, soggette, irrazionali, irresponsabili, negate per la preghiera e per l’arte, le donne hanno finito per crederci”, scrive. Il senso di colpa introiettato fa danni ancora oggi, rimanendo una ferita aperta che fa fatica a cicatrizzare.

Cos’è che fa ancora tanta paura nel corpo di una donna e di una madre? La scrittrice prova a rispondersi ma sorgono solamente nuove domande: “Possiamo credere che si tratti di una tristissima e ovvia lotta per il potere in cui il maschio vuole gestire ogni libertà, ogni autonomia e fare tutto da sé, al punto da trasformare un grande potere come quello materno in una servitù da schiava?”.

La misoginia, d’altra parte, è un sottile veleno che scorre anche nel sangue dei letterati e filosofi più nobili. Dacia Maraini ne fa in Corpo felice una impietosa carrellata: “Una donna è sempre e soltanto una donna, mentre un sigaro è una bella fumata”, scriveva Italo Svevo in Una vita e ancora “La donna fu il secondo errore di Dio”, infieriva Friedrich Nietzsche nell’Anticristo. Il cammino verso la libertà è ancora lungo, sembra ammettere Dacia Maraini dopo anni e anni di lotta di genere.

“Le donne non hanno ancora imparato a raccontare la propria storia, rivendicando il proprio punto di vista, le proprie battaglie, le proprie conquiste, i propri sogni, le proprie verità. Ma prima o poi ci riusciranno. E le farà sentire orgogliose il proprio sesso”.

Abbiamo parlato con la scrittrice di donne, madri e corpi felici.  

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Il suo ultimo libro, Corpo felice, è un saggio narrativo che riprende una storia autobiografica di un figlio che se ne va. Di aborto e maternità aveva già parlato anche in un altro suo libro dal titolo Un clandestino a bordo. Quanto è stato difficile raccontare questa storia personale?

Lo scrittore deve ogni tanto parlare di sé in prima persona, altrimenti tutto il suo lavoro risulta poco credibile. Deve mettersi in gioco e avere il coraggio di esplorare le sue profonde memorie, anche quelle più dolorose. Qualcuno infatti ha paragonato l’esercizio della scrittura a quella dell’analisi psicologica. Certamente la scrittura ha questa capacità catartica.

Qual è il corpo felice a cui dovremmo aspirare?

Un corpo capace di dare felicità ma anche di prenderla per sé. Troppo spesso il corpo delle donne è stato considerato una fonte di piacere, ma passiva, senza che ci si interrogasse sulla sua partecipazione a questo piacere.

Il libro si apre con lei bambina a Kyoto che scappa dai suoi genitori per un’accusa ingiusta. Aveva sei anni e suo padre l’aveva incolpata di aver rovinato un libro con l’inchiostro. I suoi genitori hanno dovuto cercarla ovunque perché era scappata addirittura di casa. Che idea ha della giustizia? La persegue ancora con tanta tenacia?

Il sentimento della giustizia offesa credo che ce l’abbiano tutti gli esseri umani.  Perfino gli animali conoscono questo sentimento, anche se lo esprimono in maniera elementare.  Gli esseri umani sono naturalmente portati alla giustizia, ma la cultura che dovrebbe esaltare e fare maturare questo sentimento, paradossalmente a volte lo mette a tacere, ne fa un tabù, magari in nome di una legge superiore o di una volontà divina.

Abbiamo storicamente un rapporto molto complicato con il nostro corpo di donne. Il corpo femminile è stato quasi sempre inteso nel corso della storia come luogo della simbolizzazione del male e vissuto spesso con una certa paura. Anche per questo è capitato più volte che venisse demonizzato. Cosa si cela dietro questo racconto e a cosa ha condotto?

Quello che dice è vero. La storia simbolica del corpo femminile è impregnata di paure, disprezzo, odio, bisogno nevrotico di controllo. All’origine probabilmente c’è l’invidia della gravidanza. Il grande potere di dare alla luce un figlio. Per dei popoli poveri, che lottavano duramente per sopravvivere all’interno di una natura ostile, voleva dire il controllo sul futuro. La prima lotta per il potere credo nasca proprio dalla volontà di guidare il controllo del futuro di un popolo che evidentemente passa per il ventre delle donne. Da qui il mito della verginità, l’esaltazione del dolore del parto come il risarcimento di una colpa.

Le donne sembrano aver introiettato un certo senso di colpa a forza di sentirsi attribuire colpe lontane e profonde e anche oggi a volte sono le prime nemiche di se stesse. Vede qualche spiraglio nella situazione attuale o siamo ancora lontane dal volerci bene?

I cambiamenti avvengono solo attraverso la consapevolezza e il senso di responsabilità.  Le donne hanno guadagnato molto nell’accedere agli studi superiori che per millenni sono loro stati interdetti. Ma non basta. Le ideologie e le religioni misogine hanno radici profonde, difficili da scardinare.

Quali armi hanno le donne e qual è la strada per uscire da questa servitù che lei descrive perfettamente nel libro?

Quelle che ho detto prima: conoscenza della storia, consapevolezza, memoria, uso della ragione e difesa dei diritti civili.

Cosa consiglierebbe a una ragazza che si affaccia alla vita sociale oggi per rendere efficace la lotta per la parità dei sessi?

Consiglierei di guardare alle altre donne come a delle alleate, cercando e dando solidarietà. La cosa più pericolosa è soccombere alla divisione fra buone e cattive, su cui ha tanto speculato la cultura patriarcale.

Nel libro intavola un dialogo serrato con il bambino che ha perduto e che chiama affettuosamente Perdu. In Occidente non siamo abituati a parlare con i nostri morti, dopo il lutto cerchiamo di dimenticare il nostro dolore il più in fretta possibile. Quanto è importante invece portare avanti una discussione con chi abbiamo perso anche solo immaginaria?

Forse questa sensibilità l’ho appresa in Giappone, nella mia infanzia. Lì il rapporto coi morti è fatto di fiducia, di dialogo, di rassicurazione. Ogni casa, in Giappone, dispone di un piccolo altare in cui si onorano gli antenati e il dialogo con essi è intenso. Inoltre tutto il teatro giapponese è basato sul dialogo fra vivi e morti. I loro morti non hanno niente di spaventoso e di minaccioso: sono anime sagge che danno consigli saggi ai vivi. Mentre da noi i morti vengono visti con paura, quasi che, come accade in molti film e fumetti per bambini, possano venire fuori dalle tombe per addentare al collo i vivi, trasformandosi in odiosi vampiri. Il che rivela un pessimo rapporto coi nostri morti.

L’adolescenza irrompe in maniera traumatica nella vita immaginata per Perdu in Corpo felice. Guardandolo, la madre non può che chiedersi: Cosa è che trasforma un figlio in un dilemma angoscioso? Dove ho sbagliato? Cosa ho fatto per permettere che si riducesse così?”. Perché la scelta di immaginare un ragazzo che perde la via? Ha voluto mettere le madri in guardia di fronte alle difficoltà che sono chiamate ad affrontare durante le diverse fasi di crescita?

Credo che succeda molto spesso. Ho tante amiche femministe che hanno provato questa rivolta dei figli maschi (anche a volte delle figlie femmine) che, nell’ansia di distaccarsi dal cordone ombelicale, finiscono in pericolosi trabocchetti culturali fatti di aggressività misoginia, violenza.  Quasi che l’agire crudelmente serva a dimostrare a se stessi di essere vivi e potenti.

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L’unica cosa terapeutica, alla fine del libro, sembra essere l’amore. Perdu si salva e dal bambino nasce finalmente un uomo. È un messaggio positivo, il suo: l’amore vero guarisce e cambia le persone…

Sì, sono convinta che solo l’amore può migliorare le persone. Non solo l’amore romantico e astratto, ma l’amore indagativo, esplorativo, l’amore che rischia la perdita di sé per capire, conoscere. Quando si ama veramente una persona, si ama anche il mondo, la vita, la natura, il futuro. L’amore è conoscenza e in quanto tale maturazione e responsabilità.

Per i suoi 80 anni Concita De Gregorio le ha dedicato un bellissimo libro, Non chiedermi quando, dove è lei stessa a porre una domanda: dove sono le donne nella letteratura? Dove sono quindi e perché sono state dimenticate?

Ho molto amato i padri letterari di cui mi sono nutrita per anni. Ma a un certo punto mi sono chiesta: dove sono le madri? È vero che proprio non esistono? E così ho fatto delle ricerche e ho scoperto che le madri ci sono e ci sono state, ma sono state volutamente silenziate e dimenticate. Pensi solo alle grandi scrittrici mistiche i cui scritti sono rimasti e sono ancora chiusi nei cassetti dei conventi. I critici letterari non li hanno mai presi in considerazione. Eppure c’era e c’è tanta sapienza e intelligenza e capacità affabulatoria in quegli scritti.

Chi sono le donne scrittrici che l’hanno più ispirata durante il suo percorso?

Alcune scrittrici mistiche, e poi il grande romanzo europeo, da Madame Lafayette, alle sorelle Bronte, da Jane Austin a Virginia Woolf, da Grazia Deledda a Marguerite Yourcenair a Veronica Franco.

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Nei suoi libri ha raccontato storie di donne diversissime e straordinarie. Da Marianna Ucria, la mutola del suo celebre romanzo tradotto in 30 lingue diverse, a Chiara d’Assisi, di cui ha indagato la vicenda biografica. Chi è stata la donna più importante della sua vita e che figura di donna era?

Ho molte donne straordinarie nella mia famiglia: dalla trisnonna Cornelia Berkeley che scriveva libri per bambini, alla nonna Yoi Crosse Pavloska, scrittrice di romanzi (hanno appena pubblicato una sua biografia in Inghilterra). Erano donne coraggiose, che viaggiavano da sole, studiavano, scrivevano, coltivavano un proprio pensiero autonomo. La più vicina è mia madre, Topazia Alliata, una donna di raro coraggio e intelligenza. Pittrice di talento, ha smesso di dipingere per dedicarsi alle figlie in tempo di guerra.  Si è comportata con esemplare ardimento durante il campo di concentramento a Nagoya, ma senza mai lamentarsi, inventandosi ogni giorno, sempre gentile, allegra, pronta a farsi in quattro per gli altri. È stata per me un grande esempio.

 

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Rosa Carnevale (1983), giornalista. Ha collaborato con Artribune, L'Officiel, Rolling Stone Italia, Zero, Grazia.it.