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Intervista senza domande a Christian Raimo

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"La parte migliore", il nuovo romanzo di Raimo, affronta i grandi temi della contemporaneità: dal precariato al vuoto esistenzialismo della condizione di consumatori, fino alla gestione dei traumi e del tema della morte

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A scavare nella scrittura, che siano saggi o narrativa, ci si trovano i temi: distinguerli è questione di priorità. Se un romanzo parla di criminalità vale la pena isolare il tema solo se agli occhi del lettore (o degli ipotetici lettori) quella visione del fenomeno ha il potere di dire a chi legge qualcosa di chiaro, di utile. Il nuovo romanzo di Christian Raimo, La parte migliore, contiene così tanti temi emblematici della contemporaneità che preparando questa intervista non ho saputo appuntare delle vere e proprie domande, ma solo elencare temi, parole chiave: ansia, genitorialità, psichiatria, ipocondria, precariato, crisi economica, morte e sessualità. Nonostante l'assenza di domande, ho deciso di non rimandare l’intervista, ma di telefonare a Raimo e, insieme a lui, provare a fare ordine.

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Ma partiamo dall’inizio. Leda e Laura hanno 45 e 17 anni, sono madre e figlia, e le loro vite sono accomunate dall’ansia. L’ansia - mi dice Raimo mentre a me ne sale un po’ a causa dei problemi di ricezione del telefono - è l’unica differenza tra chi è giovane oggi e chi lo è stato in passato. Il resto è simile: i giovani sono sempre cazzoni, simpatici, intelligenti e così via, ma oggi è l’essere ansiosi a essere particolarmente diffuso. Da giovani si potrebbe essere arrabbiati, tristi, felici, euforici o eccitati, invece si è ansiosi: ansiosi per le proprie prestazioni, ansiosi nei rapporti sociali, ansiosi nella percezione di se stessi, del proprio ruolo e del proprio aspetto, con tutti i problemi psicologici (alimentari, per esempio) che ne derivano. Ecco, a voler fare una gerarchia dei temi è questo il più pervasivo di tutto il romanzo, quello che percorre la narrazione dall’inizio alla fine: l’ansia e le sue conseguenze psicologiche, la confusione, la psichiatria, le paure somatizzate e poi diluite in una boccetta di psicofarmaci.

Ma l’ansia nel romanzo invade tutto, non solo gli adolescenti come Laura: le scene di sesso sono velate d’ansia, persino le visite mediche, i rapporti tra le persone e con la città di Roma. Tutto è come impregnato di un’angoscia lieve e diffusa, tanto che si ha la sensazione che allo stesso modo sia angosciante il mondo vero, quello che sta fuori dalla narrazione delle duecento pagine di Raimo, in cui ci svegliamo la mattina, lavoriamo e viviamo ogni giorno. Quasi che l’ansia non ci abbandonasse mai, né da lettori né da protagonisti delle storie, come se non bastassero mille débrayage ed embrayage per sfuggirle nemmeno per un attimo.

L’ansia come minimo comune denominatore della contemporaneità? Annamaria Testa, qualche tempo fa, scriveva dell’ansia come di “una indistinta, ma pressante, sensazione di allarme”, un sentimento fatto di preoccupazione e paura, dove la tensione fisiologica del corpo “si prepara ad attivare la reazione di attacco o fuga”. Ma se è così per Laura e Leda, e se questa preminenza sentimentale è davvero un pilastro della contemporaneità, allora c’è da indagare quali sono i motivi. Dico a Raimo che quest’ansia mi sembra legata all’idea di morte, pure questa un’isotopia onnipresente nel romanzo, visto che Leda per lavoro assiste psicologicamente i malati terminali e sua figlia si ritrova a dover abortire.

Parafraso la risposta di Raimo: il rapporto che abbiamo con la morte è legato all’ansia perché una certa condizione di cittadino-consumatore, troppo invadente e troppo pervasiva sin dalla tenera età, ci rende collettivamente poco capaci di trascendere e di riflettere su cose come la fine della vita. Siamo un po’ degli eterni ragazzini, deresponsabilizzati dall’avvento impetuoso - e a tratti devastante - delle stesse condizioni sociali che ci hanno reso una società di ansiosi. L’enorme esposizione a notizie, tragedie e stimoli che avviene attraverso i social network, la crisi economica iniziata nel 2008, la scomparsa di ideologie, dei partiti di massa e dei sindacati: tutti elementi che non fanno che delegare al singolo le difficoltà della vita. Ecco quindi aumentare l’ansia di chi oggi si ritrova a non riuscire a indirizzare la propria esistenza verso un percorso, una direzione coerente. Siamo spesso soli e isolati, di più, siamo dentro a un sistema frenetico e disordinato, difficile da ammaestrare per la mente, così somatizziamo, ne risentiamo fino a permettere all’ansia di invadere e fagocitare gran parte della gamma di sentimenti di cui disponiamo.

Siamo la prima generazione che probabilmente si occuperà più dei propri genitori che dei propri figli

Il tema della morte, però, non si risolve nel legame con l’ansia: Raimo ha pensato di far incarnare all’idea della morte il ruolo di traghettatore verso la trascendenza, le cose finiscono, il tempo pure (e vale per i personaggi della storia come per chi la legge) e scendere a patti con la finitezza delle cose è roba per pochi, per maturi, per menti pacificate col funzionamento del mondo. Così, lungo il romanzo, le vicende e i pensieri di chi le vive svelano l’inadeguatezza e la fragilità sentimentale di chi viene a contatto con l’idea della morte: si inizia con la vicenda di un bimbo morto precocemente di cui tocca spostare la salma - spostamento che causerà il ritorno a galla di una catena di traumi e ansie incontrollabili. Si continua con le reazioni dei malati terminali assistiti da Leda, c’è chi nell’insensatezza dell’attendere la propria scomparsa prova a mettere da parte gli egoismi e chi, al contrario, prova a soddisfarli. Tutto rigorosamente mosso da un’immaturità di fondo che si palesa implacabile e sintomatica.

La morte svela la nostra immaturità diffusa e indotta, ci impone di guardare alle priorità e rimanda indirettamente a un epocale cambiamento che riguarda la nostra società e il rapporto tra le generazioni che la compongono: “siamo la prima generazione che probabilmente si occuperà più dei propri genitori che dei propri figli”, mi dice Raimo. E il cambiamento non è senza conseguenze, né senza ragioni, e sono proprio quelle elencate poco fa: l’angosciante incertezza verso il futuro, l’ansia e la gestione dei traumi. Compresa la morte.

Al lettore il compito di cogliere la parte migliore, appuntarla da qualche parte come io non sono riuscito a fare con le domande di quest’intervista. Che poi, anche se non la si riesce a ingabbiare nell’inchiostro di un appunto quella arriva comunque: è quella di Maria, che, nell’accogliere Cristo nella propria casa, all’affanno di sua sorella Marta preferisce sedersi ai piedi del Signore, resistere al dovere della fretta e concentrarsi sull’attimo presente. È quella parte lì a dare il titolo alla storia.

 

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Enrico Pitzianti, Cagliari 1988, è editor de L'Indiscreto e collaboratore di Esquire, Forbes, Il Foglio e cheFare.

 
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