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Sono convinto che la buona Letteratura non scaturisca dalla felicità.

È una mia idea, naturalmente: rispecchia quello che faccio io, quello che piace a me; ed è sicuro che per un'altra persona, per un altro scrittore sia vero l'esatto contrario, ma quello che credo io è che la buona Letteratura, quella che pretende di rimanere, non scaturisca dalla felicità. Intendo dire che è proprio una questione di “coltura”, di substrato da cui può o non può proliferare questo stranissimo microrganismo che è la scrittura. Dalla felicità non può, o per meglio dire ancora: non dovrebbe; dal dubbio, dall’esigenza di un’indagine, da un conflitto, dalla paura sì. Può.

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Quando cominciai a mettere insieme i pezzi per La bambina ovunque, stavo lavorando a tutt’altro - un romanzo corposo di pura fiction, e (per me) molto ambizioso -, ma a un certo punto mi sembrò importante seguire un nuovo corso, più personale, che scaturiva non tanto dalla nascita di mia figlia, né dai nove mesi precedenti o dai due anni (almeno) di suggestioni e difficoltà che erano trascorsi. Certo, era stato un tempo lunghissimo e per me veramente complicato - se leggerete il libro ne comprenderete i motivi - che aveva cambiato tutto, intorno a me, relativamente alla mia capacità di percepire il mondo reale, ma che aveva anche avuto la forza (o la debolezza) di creare una terra fertilissima, per uno scrittore, preziosa e irrinunciabile: quella bagnata dal dubbio, da un senso di difficoltà.

In generale, da un conflitto.

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Svetlana Aleksievič, ne La guerra non ha un volto di donna, scrive che a interessarla non è "soltanto la realtà che ci circonda, ma quella che è dentro di noi". Cioè: "non l'avvenimento in sé ma quello che esso induce nei sentimenti". Usa questa espressione: l'anima degli eventi. E poi conclude: "Per me i sentimenti sono anch'essi realtà".

Ho incontrato queste parole scardinanti grazie a un altro libro, Storia della mia ansia, di Daria Bignardi, in cui il testo della Aleksievič era citato in esergo e non a caso, poiché anche lì il motore a scoppio della macchina narrativa era rappresentato da un elemento autobiografico che induceva a un'indagine personale: nel suo caso una malattia, fisica e psicologica, nel mio una bambina che era sì “ovunque” - e ancora prima di venire al mondo: nelle parole, nei gesti, nelle conversazioni, negli sguardi, nel lessico -, ma dentro di me no. Come potevo amare qualcuno che non esisteva? Era qualcosa che andava enormemente al di là delle mie capacità di essere umano. Seguivo mia moglie, la imitavo: mi facevo ispirare da lei, dalla sua disciplina, dalla sua capacità di visione, ma più io rimpicciolivo, più lei si diffondeva nello spazio, già disormeggiata dal molo sicuro dell’Essere Figlia, alla volta dell’Essere Madre. Ero presente, credo perfino di essere stato bravo, ma non ero felice.

Ero molte cose, ma felice no.

Come avrei potuto non scriverne?

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Ne scrissi.

Trascorsi un intero mese in montagna, tra le Dolomiti, a scrivere in modo disordinato e incoerente, fallendo a ogni riga, al punto che sostanzialmente niente di quel materiale sarebbe sopravvissuto fino alla versione finale (sebbene - va detto - la versione finale è figlia tanto di quei fallimenti, quanto dei "successi", dei paragrafi migliori. Lo spiega benissimo Bernard Malamud, quando dice ne Gli inquilini che scrivere è come cercare la lapide giusta in un cimitero sterminato di tombe senza iscrizioni: cioè, è impossibile arrivare alla fine senza lasciarsi alle spalle una serie altrettanto sterminata di errori, gran culo a parte).

Nulla, nemmeno la Storia,  è niente, senza il lievito romanzesco

Molti libri mi hanno aiutato, in primis Il corpo non dimentica di Violetta Bellocchio, un capolavoro dolorosissimo di autofiction, che mi ha impartito una lezione che non dimenticherò: senza abbandonare il pudore, difficilmente si possono produrre pagine autentiche. La monumentale autobiografia di Karl Ove Knausgård è stata preziosa per farmi capire l'importanza del dettaglio apparentemente ininfluente, e che la buona narrativa è soprattutto questione di "bonaccia", quello stato calmo e senza vento che induce il natante a rilassarsi, prima del brivido del vento e dell'onda: è bello, lo so, godersi un bicchiere di rosé al tramonto a babordo, ma l'arte vera è quel bicchiere che sfugge di mano e va in frantumi. Il premio Pulitzer William Finnegan, col suo Giorni selvaggi, mi ha dato coraggio: anche il tema meno interessante e più inflazionato del mondo può diventare l'O.K. Corrall, se la penna è ispirata. Michele Mari, con Leggenda privata, secondo me il libro dell'ultimo ventennio, mi ha sbattuto sulla nuca un mattone e quando mi sono ripreso ho capito che nulla, nemmeno la Storia,  è niente, senza il lievito romanzesco.

Così scrissi, in quel mese tra le montagne, scrissi a tal punto, in modo così ipnotico da perdere un altro lavoro, che tralasciai; bevvi tantissimo caffè americano, nel mio studiolo fronte Sasso Lungo, di mattina molto presto, molto prima della prima poppata, e poi continuai a scrivere per i due anni successivi, fino a che la tomba giusta non fu scoperchiata e mia figlia non cominciò ad apprezzare la focaccia genovese.

*

Un altro ricordo, che oggi mi sembra la classica grande "X" rossa sulla mappa del tesoro.

Mancavamo pochissimi giorni al parto e io mi segnai queste righe, immaginando il futuro imminente: “Sarà tutto così vivo che potrebbe uccidermi adesso, mentre ci penso. Dovrebbe essere una storia di felicità, ma allora perché mi sembra tutto così immensamente disperato?”.

Ecco: in fin dei conti il mio libro - come la maggior parte dei libri che leggo e che mi piacciono - parte e si sviluppa intorno a questa domanda.

Non è una storia di genitorialità felice, ma nemmeno infelice: è una storia complicata di persone. Riguarda me, certo, ma come sostiene nelle Vite di Dubin il già citato Bernard Malamud: “Ogni biografia è, in ultima analisi, narrativa”, e io non potrei essere più d’accordo.

 

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Stefano Sgambati è nato a Napoli nel 1980, ma ha sempre vissuto a Roma. Attualmente abita a Milano dove si occupa di letteratura, tv e giornalismo. Ha esordito in libreria nel 2011 con una raccolta di racconti, Il Paese bello (Intermezzi Editore); il suo primo romanzo è Gli eroi imperfetti (minimum fax, 2014). La bambina ovunque è il suo quinto libro.