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Illustrazione di Francesco D’Isa

Chiudete gli occhi e pensate alla parola “meditazione”. Probabilmente vi apparirà un asceta indiano nella posizione del loto – se siete inclini al pensiero magico lo vedrete persino levitare. Se invece pensate a “meditazione occidentale”, avrete un flusso di diapositive ingiallite di fricchettoni vestiti da apache/peruviani, che diventano velocemente foto Instagram di centri yoga californiani che non sono in California, persone molto in forma, tutine attillate, succhi di frutta sanissimi e food porn vegano. Se il vostro percorso mentale era questo, avrete anche sperimentato che l’immaginazione di rado è filologicamente corretta. Nel procedere indietro nel tempo, infatti, prima dei figli dei fiori avreste dovuto incontrare i filosofi e storici della religione del novecento che hanno portato in Occidente i primi studi sistematici di tutto quel che cade sotto l’immensa e imprecisa etichetta di “filosofia orientale”.

Mircea Eliade e Rudolf Otto, per dirne due, ma se volete qualcosa di più estroso vi suggerisco anche gli esponenti della Società Teosofica: Rudolf Steiner, René Guenon o persino Madame Blavatsky – con tutto il loro apparato esoterico sono più cialtroni, ma senz’altro pittoreschi. Prima di farvi irretire però, tenete a mente l’ammonimento di Jung: «Studiate lo yoga; vi imparerete un’infinità di cose, ma non lo praticate, perché noi europei non siamo fatti in modo da poter usare quei metodi come si conviene». Nonostante l’ostracismo che ancora contraddistingue molte università contemporanee quando si parla di filosofia orientale, la società globalizzata ha aumentato vertiginosamente la permeabilità culturale; è dunque probabile che tra qualche anno saremo pronti per lo yoga anche secondo Jung. Ma nel metterci in guardia il celebre psicologo non pensava alla storia della meditazione occidentale, che è meno nota, meno sviluppata e meno antica, ma comunque non da trascurare.

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Da Pirrone, il filosofo scettico che accompagnò Alessandro Magno nelle sue conquiste, ai Gesuiti, che per primi raccolsero e tradussero molti capolavori asiatici, la filosofia occidentale è stata permeabile al pensiero dei vicini sin dalle sue origini – non è difficile trovare influenze e travisamenti dai greci antichi fino alla grande filosofia tedesca. Gli stoici, gli gnostici, Plotino e i neoplatonici, i mistici cristiani, da Dionigi l’Areopagita a Simone Weil, passando da Meister Eckhart e il Pellegrino Russo; va oltre gli scopi di questo breve testo fornire un elenco esaustivo, ma per i più curiosi si rimanda a uno studio approfondito come Tecniche della meditazione cristiana e pagana di Claudio Lamparelli. Come scrive lo stesso autore in Manuale di Meditazione (forse il migliore sul tema in circolazione):

Nessuna delle idee che stanno alla base della meditazione è estranea alla nostra cultura: non si tratta di un misticismo oscuro e incomprensibile. Basterebbe esaminare le filosofie di Eraclito, di Plotino, di Eckhart, di Schopenhauer o di Husserl, oppure certe tradizioni contemplative greche, stoiche o cristiane, per trovare numerose corrispondenze anche in Occidente. Ma il grande merito dell’Oriente è di non essersi limitato a speculare sull’argomento, bensì di aver dato vita a metodi pratici.

È infatti abbastanza raro trovare una descrizione dettagliata delle tecniche meditative così com’erano praticate in occidente, anche se ci sono eccezioni, come si vedrà tra poco. Comunque sia l’essenza metodologica di tutte le pratiche meditative, orientali o occidentali, è piuttosto semplice: la ripetizione. La poetessa Livia Candiani definisce la stanza per la meditazione «un luogo dove ripetere». Che si tratti del mantra di molte tradizioni induiste e buddiste, dei gesti e delle danze del sufismo mediorientale, della preghiera dell’Islam e del Cristianesimo, la ripetizione sembra la tecnologia non farmacologica più comune per accedere a nuovi stati di coscienza. La tecnica della preghiera del cuore, ad esempio, che si trova nei Racconti del Pellegrino Russo – il libretto che ha fatto impazzire Franny in Franny e Zoey di Salinger – viene così descritta:

Siedi in silenzio e appartato; china il capo, chiudi gli occhi; respira più lentamente, guarda con l’immaginazione dentro il cuore, porta la mente, cioè il pensiero, dalla testa al cuore. Mentre respiri, di’: «Signore Gesù Cristo Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore», sottovoce con le labbra, oppure solo con la mente. Cerca di scacciare i pensieri, sii tranquillo e paziente, e ripeti spesso questo esercizio.

Per entrare più nel dettaglio userò un antico manuale di meditazione occidentale, La pratica dell’estasi filosofica di Tommaso Campanella, anche se secondo alcuni è opera di Giordano Bruno o di un allievo del primo. Considerato che Campanella ha subito più volte la tortura e passato ventisette anni in prigione per le sue posizioni filosofiche, per amor di narrativa accoglierò la prima ipotesi – ventisette anni in una cella del XVI secolo sono duri da passare. Scrive il filosofo:

In un tempo quieto et quando l'uomo si senta spogliato d’ogni passione, tanto del corpo, quanto dell’animo. In quanto al corpo non senta né freddo né caldo, non senta in alcuna parte do­lore, la testa scarica di catarro e dai fumi del cibo et da qualsivoglia umore; il corpo non sia gravato di cibo, né ab­bia appetito né di mangiare né di bere, né di purgarsi, né di qualsivoglia cosa; e stia in questo luogo posato a sedere nella maniera più comoda, appoggian­do la testa alla mano sinistra, o in altra maniera più comoda.

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Per meditare bisogna anzitutto mettersi a proprio agio. I testi orientali suggeriscono la posizione del loto, ma per adottarla occorre allenamento e noi occidentali preferiamo metterci seduti o in ginocchio, aiutati da cuscini o piccoli sgabelli, sempre con la schiena ben dritta e gli occhi chiusi. Meglio non sdraiarsi, per non cadere subito nel sonno. Ne Il Silenzio è cosa viva (il più poetico manuale di meditazione in commercio) Candiani scrive:

Stiamo seduti a terra con un forte senso di radicamento, le ginocchia toccano il pavimento, le natiche sono appoggiate, la schiena è eretta, ma flessuosa, non rigida, il petto è aperto al mondo, all’infinito, le mani sono appoggiate con semplicità una sull’altra oppure sulle ginocchia, gli occhi sono chiusi o lo sguardo è abbassato e fuori fuoco, una vista periferica.

Quanto al seguito, Campanella ci consiglia:

essendosi accomodato il corpo come sopra, deve mettersi là, et scacciare dalla mente di mano in mano tutti i pensieri che gli cominciano a girar per la testa. Et quando ne viene uno, subito scac­ciarlo, et quando ne viene un altro, su­bito anco lui scacciare.

Qui la pratica buddista dà un consiglio più efficace: invece di rifiutare i pensieri, si devono osservare con mente equanime, senza giudicarli, finché non scivolano via. Raggiungere questa contemplazione imparziale anche solo per pochi secondi non è facile, ma alcune tecniche ci possono aiutare. Una tra le più comuni consiste nel concentrarsi sul respiro – l’attività umana più ripetitiva – cercando di seguire solo le sensazioni associate a inspirazione ed espirazione. Anche questo è un compito arduo, per cui è possibile aiutarsi con un mantra per scandire le due fasi (ad esempio hamsa: ham nell’ispirare e sa nell’espirare), o contando i respiri, da uno a dieci e viceversa. Si è sulla buona strada quando si crede di non esserlo, ovvero quando si nota che la mente ostacola la concentrazione e vaga senza posa tra desideri, rimpianti, emozioni, fantasie, ricordi e anticipazioni, come quella che il Buddha chiama una «scimmia impazzita».

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Via via che si acquisisce l’abitudine a osservare il respiro, si sviluppa la capacità di percepire i pensieri nel loro continuo sorgere e inabissarsi; nel contemplare il moto ondivago della coscienza, invece, se ne disvela la neutra bellezza. Ancora una volta la teoria è semplice: più si osserva qualcosa, più questa scompare. Una parola reiterata perde di significato, un fastidio o un dolore fisico si palesa essere un neutro prurito dei nervi, un’emozione si riduce a una vampata nel petto. Con la pratica e l’esperienza le etichette con cui siamo abituati a catalogare il mondo si trasformano; prima si indeboliscono le imposizioni sociali (devi vestirti così e così), poi quelle biografiche (hai paura dei ragni o degli spazi chiusi), in seguito quelle genetiche (vuoi fare sesso o mangiare), finché a cedere è la più antica tra le leggi non scelte, regina madre di tutte le altre: hai paura della morte.

La cosa ovviamente è tutt’altro che semplice, ma come dice il babbuino allenatore della serie Neflix Bojack Horseman «ogni giorno diventa più facile. Ma devi farlo tutti i giorni. Questo è difficile. Poi diventa più facile». A sentire i mistici, a tutto ciò si accompagna l’esperienza di una realtà ulteriore, che dissolve il mondo della veglia allo stesso modo in cui quest’ultimo allontana quello dei sogni. È il famoso risveglio di cui parla il buddismo, uno stato che Campanella definisce così:

insino che non ne venendo più [pensieri], non si pensi a niente al tutto, et che si resta del tutto insensato interiormente ed esteriormente, et diventi immobile come se fussi una pianta o una pietra naturale: et così l'anima, non essendo occupata in alcu­na azione, né vegetabile, né animale, si ritira in se stessa, et servendosi sola­ mente degli istrumenti intellettuali, purgata da tutte le cose sensibili fatta Angelo vede intuitivamente l'essenza delle cose nella loro semplice natura, et però vede una verità pura, schietta, non adombrata, di quello che si propone speculare.

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«Il vero pensiero sembra privo di autore», dice la scrittrice brasiliana Clarice Linspector in Acqua viva; il restare «del tutto insensato interiormente ed esteriormente» ricorda la Śūnyatā buddhista (vacuità), un’idea strettamente legata al concetto  dell’«originazione interdipendente», ovvero la tesi secondo la quale gli oggetti che sembrano esistere indipendentemente da altri dipendono invece da essi per la loro esistenza e le loro caratteristiche. Come scrive Robert Wright in Perché il buddismo fa bene (traduzione al ribasso di Why Buddhism is right, perché il buddismo ha ragione):

In altre parole, nulla possiede un’esistenza intrinseca; nulla contiene tutti gli ingredienti di un’esistenza duratura dentro di sé; nulla può vivere in modo autonomo. Ecco da dove nasce l’idea di vuoto: tutte le cose sono vuote di un’esistenza intrinseca e indipendente. Questo, secondo la filosofia buddhista, costituisce quel tipo di realtà che cogliete istintivamente se, attraverso la meditazione prolungata, riuscite a sentire che le cose sono prive di essenza. E se, allo stesso tempo, sentite i confini del vostro essere che cominciano a dissolversi, allora cogliete una distesa più vasta di vuoto, un vuoto che pervade non solo tutte le cose che dovrebbero trovarsi all’esterno, ma anche il sé che dovrebbe trovarsi all’interno. […] Per enfatizzare la pervasività del vuoto, i filosofi buddhisti talvolta applicano la qualifica di non-sé agli elementi «esterni» oltre che a quelli «interni». Proprio come voi mancate di un sé, lo stesso vale per gli alberi e per le rocce. Oppure, se volete cambiare terminologia, proprio come alberi e rocce mancano di essenza, lo stesso vale per voi. In ogni caso, ovunque spostiate lo sguardo, trovate il vuoto.

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È ora il momento di un appunto importante: l’intensità e la qualità di questa esperienza, peraltro difficilissima da raggiungere, non ci dice nulla sul suo effettivo valore di verità. Se ad esempio vi convincente al di là di ogni ragionevole dubbio di essere dei polli arrosto, è molto probabile che vi sbagliate, quale che sia l’intensità della vostra credenza. Le somiglianze delle esperienze dei mistici provenienti da vari luoghi ed epoche hanno portato alcuni pensatori, da Steuco ad Huxley (nel suo pur interessante La filosofia perenne), a teorizzare frettolosamente un nucleo comune di verità in tutta la storia della filosofia e in tutte le religioni, tanto più vero quanto più condiviso. È una posizione indifendibile per vari motivi, ben espressi in Philosophy of Mysticism di Richard H. Jones. Scrive l’autore (mia la traduzione):

Essere un mistico non ti qualifica necessariamente nel vedere e interpretare correttamente le questioni coinvolte nell’esperienza vissuta. Il forte impatto emotivo che i mistici spesso legano a queste esperienze, infatti, può complicarne l’esame critico e portare a un’ingiustificata sicurezza nella loro interpretazione. […] Avere un’esperienza è una cosa; valutare il suo significato un’altra. Che i mistici stessi siano in conflitto sull’interpretazione di queste esperienze non fa che evidenziare la situazione.

Come strumento conoscitivo dunque, meditare somiglia a prendere un treno a caso: si arriva da qualche parte ma non sappiamo se la meta sarà quella giusta. Starà ai viaggiatori trarre le dovute conseguenze – quel che è certo è che il viaggio sarà di grande interesse.

 

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Francesco D’Isa (Firenze, 1980), di formazione filosofo e artista visivo, dopo l’esordio con I.(Nottetempo, 2011), ha pubblicato romanzi come Anna (effequ 2014), Ultimo piano (Imprimatur 2015), La Stanza di Therese (Tunué, 2017) e saggi per Hoepli e Newton Compton. Direttore editoriale dell’Indiscreto, scrive e disegna per varie riviste.