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Il noir è un genere letterario particolare. Ce ne sono altri che si chiamano come un colore, ma il nero è un colore molto particolare e lo stesso vale per il genere. Quando si pensa al nero si ha un’idea di unità, pienezza, assenza di sfumature, di perfettamente vuoto o perfettamente pieno. Eppure di neri ce ne sono molti: opachi, pieni, densi, più o meno scuri. Queste sfumature le conosciamo bene per gli altri colori, ma il nero ci illude di non essere un colore, ma la sua assenza. Uno scrittore come Riccardo Falcinelli, parlando proprio delle sfumature del nero, racconta nel suo Cromorama di quando il suo professore insegnò a lui e ad altri “ragazzi industrializzati e digitali”, che “il nero non è una cosa data una volta per tutte, e che ci sono modi infiniti, ora inerti ora palpitanti, con cui il colore può rivelarsi”. È un insegnamento che potrebbe valere tranquillamente per il genere letterario: la tensione, la psicologia da thriller, il mistero, le trame poliziesche e l’atmosfera cupa sono tutti elementi che nel noir variano enormemente, si aggiustano rispetto alla trama. A volte, persino, spariscono.

Eppure, per quanto il noir sia un genere vario che spazia tra stili ed elementi diversi, alcuni libri, alcune storie, sono tipicamente noir. Non c’è una ricetta precisa, bisogna arrangiarsi con la misura del “quanto basta” ma certe narrazioni sembrano nate per rappresentare il genere nero, la sua cupezza e quel suo tipico psicologismo. Poco tempo fa ho intervistato Daniel Mallory, editor esperto di noir e thriller che, sotto lo pseudonimo di AJ Finn, ha scritto un romanzo noir di enorme successo, La donna alla finestra (in Italia edito da Mondadori). La storia hitchcockiana di Finn è arrivata nelle librerie quasi contemporaneamente a un romanzo italiano altrettanto noir: Sara al tramonto, firmato da uno degli scrittori più importanti del genere nel nostro paese, Maurizio De Giovanni. Sara è una donna invisibile, nessuno la nota, il mondo le scorre attorno e addosso senza che lei ne venga coinvolta in nessun modo. Sara è sulle panchine dei parchi, sia la mattina che al tramonto e da lì, dall’invisibilità palese in cui si trova reclusa, riesce però a conoscere le storie degli altri e catturarne le verità, riesce a farlo ancora meglio di chi quelle storie le sta vivendo direttamente, perché Sara non solo è invisibile, ha anche un altro superpotere: sa leggere le persone, i loro discorsi dalle labbra, perfino le loro intenzioni.

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Chi ha visto Lie to me, la serie TV su Netflix, sa che potere narrativo si celi dietro l’elemento del sesto senso, e di esempi ce ne sarebbero molti altri. Sara però, nonostante l’invisibilità, esiste per davvero e con la realtà deve avere a che fare. Così, in un plot twist, si ritrova a prendere la decisione della vita: uscire dall’ombra e partecipare a un’operazione segreta (è una ex agente dei servizi) oppure rimanere nel suo prepensionamento adagiato sulle panchine dei parchi, nascosta dal suo basso profilo, dal suo aspetto grigio, nella monotonia delle sue giornate. Sceglierà di riapparire costretta dalla sua bontà d’animo, di quelle che nessun grigiore o razionalità possono sopire del tutto, ma anche dal pericolo che corre una bambina. De Giovanni racconta una storia di genere ambientandola a Napoli, la sua città, costruendo il personaggio di Sara in modo che al lettore sembra quasi di conoscerla davvero, quella signora sui cinquanta, capelli grigi, tacco basso, vestiti anonimi, sguardo profondo che passa attraverso la vetrina di un bar. Il romanzo di De Giovanni sta avendo un buon successo e qualcosa mi ha suggerito un legame tra questo e il successo di Mallory. Non può essere solo il noir o il mistero, perché di romanzi del genere se ne pubblicano moltissimi, e sono pochi quelli riusciti. Forse la protagonista donna e femminista, indipendente e con una vita travagliata? Ho deciso di chiederlo direttamente all’interessato.

Una sera, mentre all’una di notte tornava a casa si ritrova in sosta una signora sola e sbiadita, senza trucco, i capelli grigi, lo sguardo profondo e perturbante. L’indomani mattina il personaggio era pronto per vivere una sua storia su carta.

Ho intervistato Maurizio de Giovanni per parlare della narrazione che ha costruito, del come ci ha lavorato e del motivo di questo apprezzamento generale. Oltre a una curiosità che ho sempre quando si parla di personaggi ben riusciti: da dove vengono? Da dove viene Sara? Ma soprattutto capire com’è che, anziché scrivere il secondo volume de I guardiani (uscito nel 2017, cinquantamila copie vendute), come tutti si aspettavano, De Giovanni ha deciso di cambiare completamente soggetto, facendo nascere un personaggio e un mondo nuovo tutto nuovo. Quello di Sara.

“Salve De Giovanni”. “Salve”. Ci diamo del lei all’inizio e continuiamo così per tutta la conversazione. All’inizio devo conquistarmi un po’ di fiducia, perché con l’uscita del libro (e il buon successo di vendite) di interviste gli capita di farne tante e giustamente il rischio che corro è quello della ripetitività: dico che ho letto il romanzo, che mi interessano i temi e i personaggi. Lui mi parla della nascita di Sara, di quando una sera, mentre all’una di notte tornava a casa si ritrova in sosta una signora sola e sbiadita, senza trucco, i capelli grigi, lo sguardo profondo e perturbante. L’indomani mattina il personaggio era pronto per vivere una sua storia su carta, come se il subconscio dello scrittore lo avesse digerito durante una sola nottata. E Sara, come anche altri personaggi del romanzo, è in qualche modo femminista (ha lasciato marito e figli per una questione personale, senza poi pentimenti o piagnistei tipici del ricongiungimento moralista).

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Lo scrittore napoletano mi incalza: “secondo me però non si può scrivere a tesi”. “Solo chi scrive saggistica può dire, be’, ora scriverò di questo tema, la narrativa segue delle vene di spontaneità”. Immagino abbia ragione, però nella storia di De Giovanni gli elementi femministi (si intende in senso lato) sono più d’uno: la protagonista non si trucca e si veste col solo obiettivo della comodità, la funzione eroica è in mano a un personaggio femminile, poi addirittura elementi stereotipici della femminilità li ritroviamo incarnati in un personaggio maschile, uno sensibile, che vorrebbe avere dei figli e prendere casa. Ne parlo con De Giovanni, gli chiedo di questo femminismo, di questa inversione degli stereotipi di genere, mi dice che ne è felice, è d’accordo, ma aggiunge che sono aspetti di cui si è reso conto dopo aver finito il romanzo, non c’era la volontà di affrontare quei temi, non c’era nemmeno quella di farne un romanzo con un’impronta sociale. Il suo noir si è portato dentro una visione sociale e politica propriamente contemporanea perché contemporaneo è chi l’ha scritto e i tempi in cui l’ha fatto, ma niente di premeditato.

Difficile dire come funzioni il subconscio, il concatenamento di idee che poi porta un’idea a diventare un libro, eppure, se è la contemporaneità ad essere entrata nella catena di montaggio di un genere strutturato (ma comunque sfumato) come il noir, si può concludere che i tempi per la parità di genere e per la rottura di certi stereotipi sono sufficientemente maturi, almeno per quanto riguarda le arti.

In Sara al tramonto poi c’è un altro tema particolarmente attuale: la città metropolitana e il suo isolamento. Ancora prima rispetto a tutti gli altri aggettivi, Sara è innanzitutto sola. La solitudine le pesa, a volte sembra piegarla senza schiacciarla completamente, ma è una condanna che funziona in due modi: è autoinflitta (il prepensionamento di Sara è una sua decisione seguita a un trauma) e allo stesso tempo è la diretta conseguenza del come funziona la società contemporanea, tra mancanza di spazi condivisi, difficoltà nei rapporti umani, tendenza a chiudersi in se stessi a scapito di relazioni, amicizie e coesione sociale. De Giovanni mi racconta che questo, alla fine della fiera, è il tema centrale: quella solitudine è quella della metropoli contemporanea, non è solo Napoli, è dovunque, una costante sociale dove la solitudine è un prodotto dell’egoismo, del nostro essere così tanto ostinatamente il centro di noi stessi. “Una solitudine ombelicale”, mi dice De Giovanni come a voler concludere il discorso con una definizione a effetto.

Il nero è il romanzo sociale per definizione

In Sara al tramonto c’è anche un’altra solitudine, quasi costruttiva, che poi è quella da cui vengono i superpoteri della protagonista: ci si mette da parte, sì, ma per osservare meglio, con più distacco. La solitudine come pilastro razionale, come spiraglio privilegiato da cui osservare la realtà e il suo scorrere attorno agli eventi che ci accadono. Paradossalmente, ma è proprio così che accade nella storia, è quella stessa solitudine che mette in contatto l’isolata, cioè Sara, con le storie degli altri personaggi, come se starsene in disparte possa essere in qualche modo un piede di porco per scassinare la realtà da remoto, un modo di allargare la visuale per osservare più a fondo il terreno in cui si vive. In un certo modo si può dire che la seconda solitudine smantelli la prima, che abbia le potenzialità per disinnescarne le proprietà depressive. Mentre De Giovanni mi racconta di questo tipo di solitudine, come per chiudere il cerchio, torna al primo tema della nostra conversazione, la definizione del genere nero: “il nero è il romanzo sociale per definizione, è l’unico romanzo che autenticamente si propone come romanzo della strada”.

Eccola, la definizione del genere noir che tentavo all’inizio dei miei appunti, mentre preparavo l’intervista. Rende bene l’idea di nerezza da cui viene il termine, ma anche le sue sfumature. Ci sarebbe una distinzione che si fa tra gli appassionati del genere, quella tra noir metropolitano e noir mediterraneo. L’opera di De Giovanni, con Sara seduta sulla panchine napoletane davanti a quei tramonti, dovrebbe rientrare in quello mediterraneo eppure sembra addirittura scardinarlo un po’, farlo pendere verso il racconto dell’isolamento sociale mettendo ostinatamente in primo piano il punto di vista degli ultimi e dei soli. Che sia questo il cuore del romanzo? Forse sì.

 

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Enrico Pitzianti, Cagliari 1988, è editor de L'Indiscreto e collaboratore di Esquire, Forbes, Il Foglio e cheFare.