Viviamo in un’epoca in cui il futuro sembra averci investito con una rapidità e una pervasività mai viste prima. Sono cambiate le nostre abitudini, gli oggetti che usiamo quotidianamente, il nostro modo di comunicare e sta cambiando anche il mondo in cui viviamo, la corsa alla Singolarità Tecnologica pare gareggiare contro quella al riscaldamento globale, in una sfida avvincente quanto terrificante, che a seconda di chi arriverà prima e soprattutto di come, potrebbe darci salvezza o distruzione.

 
Molti libri in questi ultimi mesi stanno provando a descrivere i confini in perenne mutazione dei cambiamenti antropologici, storici e percettivi che stiamo attraversando. Alcuni di questi svelano una realtà sbalorditiva che pare saltata fuori da una delle più visionarie distopie di Philip K. Dick, mentre invece descrive scenari, pratiche e progetti presenti già oggi sul pianeta. Uno di questi è il recentissimo Essere una macchina di Mark O’Connell, uscito per Adelphi, un’inchiesta in cui l’autore si muove tra transumanisti che cercano la vita eterna per mezzo della simulazione virtuale del cervello; o in una setta di biohacker che tentano di trasformarsi in cyborg; e ancora, tra scienziati della Sylicon Valley che investono miliardi nel tentativo di “risolvere il problema morte”, affrontato appunto come rompicapo matematico – il tutto mentre l’evoluzione tecnologica corre, in un’apparente indifferenza rispetto agli enormi rischi che comporta, verso l’esplosione dell’Intelligenza Artificiale.
 
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Essere una macchina è un libro che svela a ogni capitolo scenari sconcertanti, alzi la mano chi non pensava che le teste di Futurama fossero una splendida trovata di Matt Groenig, non lo sono! Negli Stati Uniti, in vaste lande desertiche e racchiusi nei silos della Alcor Life Extension Foundation, c’è roba di questo tipo:

“Se da Phoenix vi fate una mezzoretta di macchina in direzione nord, in un paesaggio strappato al vuoto sfolgorante del deserto di Sonora, a un certo punto arrivate a un edificio grigio, basso e squadrato, costruito per preparare e conservare corpi molto simili al vostro in vista di un eventuale ritorno alla vita.” Negli ambienti asettici della Alcor, oltre a essere crionizzati i corpi in attesa di un eventuale ritorno alla vita, c’è anche chi, per risparmiare, fa conservare solo la propria testa, il cui cervello un giorno potrà essere emulato globalmente o che potrà essere applicata a un nuovo corpo (non necessariamente fatto di carne) nel momento in cui la tecnologia lo permetterà: “Per i neuro va affrontato il problema della decapitazione, che viene eseguita su un tavolo operatorio. Nel gergo tecnico della crionica, la testa mozzata del paziente viene chiamata cephalon. (Questo, avrei scoperto in seguito, è un termine usato essenzialmente in zoologia, per riferirsi alla testa, ad esempio, delle trilobiti, un tipo di artropodi segmentati di ambiente marino. La ragione per cui il termine è stato preferito a ‘testa’ mi sfugge, a meno che non sia un tentativo – che non mi pare esattamente riuscito – di distogliere l’attenzione dal fatto che si sta parlando di teste mozzate).”
 
Un’altra parte indimenticabile del testo è quella che ci porta negli scantinati della Grindhouse, dove vivono un manipolo di post-punk (ma senza l’aspetto da geek, specifica O’Connell) il cui obiettivo radicale è l’autotrasformazione in cyborg. Così è descritto il loro leader Tim Cannon: 
 
“un altro grosso tatuaggio, sul pallido interno del braccio sinistro, raffigura la doppia elica del DNA inscritta in una ruota d’ingranaggio. Questa rappresentazione grafica della visione meccanicistica di Tim – il lavorio del codice umano – è sottolineata (alla lettera) da una cicatrice impressionante, rugosa e spessa come una corteccia, che Tim si è procurato nel 2014 impiantandosi sottopelle, per tre mesi, un dispositivo. Si chiama Circadia, registra una quantità di valori biometrici e li invia per Bluetooth al telefonino, che li rimbalza su Internet a intervalli di cinque secondi… ma Circadia fa anche altro, ad esempio regola il termostato centrale di una casa in base alla tua temperatura corporea.”
Volendo trovare un trait-d’union ideologico a tutte queste figure si può dire che la loro ricerca visionaria è accomunata dalla prospettiva implicitamente utopica e religiosa, ma resa potenzialmente possibile grazie ai progressi tecnologici, del raggiungimento della vita eterna (o quasi). È per questo che personaggi come Ray Kurzweil, uno dei cervelli di Google, inghiottono 150 pillole al giorno, convinti di vivere a tempo indeterminato. L’idea, sempre più diffusa nel centro propulsivo tecnologico-ideologico della Silicon Valley è quello di raggiungere, in diversi modi, la “velocità di fuga della longevità”, di battere insomma – attraverso la medicina o l’ingegneria – “la morte per distacco”.
 
A questo riguardo, nella prefazione di un libro sulla scienza dell’allungamento della vita del 2013, Peter Thiel (fondatore di Paypal e tra i primi investitori esterni di Facebook) scriveva che “la distinzione fondamentale tra scienze umane e scienze biologiche – secondo cui “i computer hanno a che fare con i bit e con processi reversibili”, mentre “la biologia ha a che fare con la materia e con processi apparentemente irreversibili” – è sul punto di dissolversi; la potenza di calcolo, sosteneva Thiel, investirà in misura crescente il campo della biologia, permettendoci di “rimediare a tutte le sofferenze umane così come rimuoviamo un bug da un programma informatico”. “Diversamente da quel che accade nel mondo della materia”, prosegue Thiel, “nel mondo dei bit la freccia può volgersi all’indietro. Alla fine la morte smetterà di essere un mistero, e diventerà un problema risolvibile”. Seguendo l’appassionante serie di interviste raccolte da O’Connell scopriamo che sul piano medico, secondo Aubrey de Grey, specialista in gerontologia biomedica, se gli investimenti saranno abbastanza ingenti si potrà raggiungere una stima di vita a quattro cifre.
 
Uno dei principali rischi cui però ci espone l’accelerazione tecnologica è quello della Singolarità, che verrà raggiunta nel momento dell’esplosione dell’IA. “Com’è noto – dice O’Connell – il concetto di esplosione dell’intelligenza è stato originariamente formulato dallo statistico britannico I.J. Good, ex crittoanalista di Bletchley Park e poi consulente di Stanley Kubrick per l’intelligenza artificiale di 2001: Odissea nello spazio. [...] L’idea, dunque, è che questa macchina da noi creata sarà l’utensile definitivo, ‘l’ultimo che l’uomo dovrà inventare’, il punto di approdo teleologico di una traiettoria cominciata con la prima lancia scagliata da un sapiens. Secondo Good questa invenzione sarà necessaria per la sopravvivenza della specie, ma il disastro potrà essere evitato solo se la macchina sarà ‘abbastanza docile da dirci come fare per tenerla sotto controllo’.” Il problema insito in questo tipo di ricerca è riassunto da Nate Soares, direttore del Machine Intelligence Research Institute, che spiega come al giorno d’oggi “migliaia di anni-persona e miliardi di dollari vengono convogliati nel progetto di sviluppo dell’intelligenza artificiale, ma della sua sicurezza al momento si occuperanno a tempo pieno in dieci, se non meno.”
 
Nel set di specialisti raggiunti da O’Connell spicca Nick Bostrom, autore di Superintelligenza, un libro che si occupa proprio dei rischi legati all’esplosione incontrollata della IA. Il volume, citato come tra i più interessanti del momento da Elon Musk, è stato pubblicato quest’anno in Italia da Bollati Boringhieri, e ha raggiunto nel mondo anglosassone una diffusione notevole (in parte grazie all’endorsment di Musk). Circostanza non scontata, considerato che si tratta di un saggio voluminoso e piuttosto tecnico – sebbene accessibile – opera di un filosofo svedese di stanza a Oxford. Per Bostrom, noi uomini: 
“(...) lungi dall’essere la specie biologica più intelligente possibile, probabilmente siamo invece da considerare come la specie biologica più stupida possibile capace di dare inizio a una civiltà tecnologica, una nicchia che abbiamo occupato essendoci arrivati per primi, non in quanto ottimamente adattati al suo ambiente.”
E quello che abbiamo fatto noi alle altre specie e a tutto l’ecosistema in cui viviamo rischiamo di subirlo dall’improvvisa – e non potrà che essere tale – esplosione di una IA: “Finché è debole, un’IA ha un comportamento cooperativo (sempre di più, via via che diventa più intelligente). Quando diventa sufficientemente forte, attacca (senza preavviso e senza essere stata provocata), forma un singleton e inizia direttamente a ottimizzare il mondo in base ai criteri implicati dai suoi valori ultimi”. A riguardo Bostrom fa un celebre (nel suo ambito) quanto iperbolico esempio, noto come “paradosso delle graffette”: se all’IA fosse richiesto di crearne quante più possibile a lungo andare tenderebbe a trasformare l’intero universo, forme di vita comprese, in materiale per produrre graffette. Il problema, come indicato anche prima, è quello del controllo dei suoi fini ultimi, tutt’altro che semplice: “La tesi qui non è che sia del tutto impossibile evitare questa modalità di guasto, ma che è molto più facile convincersi di aver trovato una soluzione che trovarla effettivamente”.
 

Il fermento riguardo alle novità nei campi della ricerca scientifica e delle applicazioni tecnologiche che diventeranno parte della nostra vita quotidiana ha raggiunto naturalmente anche l’Italia, che in questa carrellata può essere rappresentata grazie al recente Prossimi umani di Francesco de Filippo e Maria Frega, un’inchiesta, pubblicata da Giunti, in cui i due autori intervistano tredici scienziati italiani per tentare di rispondere al quesito contenuto nel sottotitolo: Come sarà la nostra vita tra vent’anni.

Una considerazione che attraversa quasi tutte le interviste è la consapevolezza che se il Novecento è stato il secolo della fisica, quello che stiamo vivendo sarà quello della genetica e delle neuroscienze. E l’approccio imitativo rispetto alle soluzioni messe a punto della natura nel corso di tre milioni di anni ci permetterà di entrare in confidenza con soluzioni impensabili e intrinsecamente ecosostenibili. Nel giro di pochi lustri, secondo gli autori di Prossimi Umani, le nostre abitudini quotidiane saranno cambiate radicalmente da materiali come il grafene, fatto di un solo strato di atomi, leggerissimo, versatilissimo e più tenace dell’acciaio; così come dagli elettrodomestici che un giorno saranno dotati di una sacca per l’immondizia organica collegata a una cella combustibile biologica con batteri, che gli fornirà l’energia per funzionare fungendo da fegato; ci abitueremo a vedere esoscheletri indossabili e autorigeneranti; così come a parlare con degli avatar cui demandare ogni tipo di gestione della funzioni di tutti i dispositivi attivi in ciascuna casa, a quel punto totalmente integrati in un unico sistema. E progressi della stessa portata sono attesi anche nel campo della ricerca medica, come dice Mauro Giacca, direttore del Centro Internazionale di Ingegneria Genetica e Biotecnologie:

“Negli ultimi tre anni si sono sviluppate tecnologie che consentono non soltanto di aggiungere pezzi di DNA ma addirittura di modificare direttamente la sequenza. Se io ho un singolo gene che non mi piace, e voglio cambiarlo, posso farlo, posso sostituire esattamente quello. Questo vuol dire che riusciremo a rigenerare la maggior parte dei nostri organi; già oggi, in laboratorio, possiamo generare neuroni nuovi”.
 
Ma, aggiunge, sono soluzioni non alla portata di tutti: “Rigenerare il cuore sarà possibile per una fetta piccolissima di individui, mentre la realtà è che una persona su tre al mondo muore per una malattia cardiovascolare”. A livello terapeutico si riuscirà a concentrare la cura puntando direttamente alle singole cellule malate, ad esempio quelle tumorali, grazie a piccoli plotoni di robot-anticorpi. A raccontarlo è il fisico Roberto Cinglolani, che illustra come questi speciali ‘messaggeri’ saranno “composti da qualche milione di atomi”, il che li rende abbastanza piccoli da non essere intercettabili dal sistema immunitario. Questi robot-anticorpi avranno in tal modo gli strumenti per riconoscere e curare esclusivamente le cellule malate.
 
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Prossimi umani spazia, seguendo le specializzazioni dei diversi scienziati, tra diversi campi di ricerca, non manca chi ammonisce circa le derive dai tratti distopici che il mondo dei media sta già di fatto percorrendo, come il manager della comunicazione Nicola Zamperini, che ricorda come “in un’intervista, il Ceo di Netflix, Reed Hastings, ha detto una cosa che trovo allucinante: ‘Noi siamo in concorrenza con il sonno’. Nemmeno Philip K. Dick avrebbe pensato una cosa simile!”. Essendo tuttavia nel campo della ricerca italiana, fatto di una miriade di eccellenze parcellizzate ma endemicamente privo di finanziamenti, accanto a un ottimismo generale per i progressi attesi non mancano note di amarezza riguardo alle prospettive della ricerca nazionale, a parlarne è il fisico teorico Giovanni Amelino-Camelia, che ammonisce: “La povertà degli investimenti fa sì che una buona parte dei migliori scienziati italiani scelgano ora di lavorare fuori dall’Italia e questo mi fa preoccupare. Temo che possa succedere alla Scuola italiana di fisica quello che è successo tempo fa alla Scuola russa di fisica, molto diversa ma altrettanto straordinaria. Dopo la caduta del muro di Berlino, moltissimi grandi scienziati russi emigrarono e ora la scienza di base di quel paese ha perso gran parte della sua influenza.”

Cambiando così velocemente il mondo in cui viviamo si modifica ovviamente anche la percezione che ne abbiamo. A tal riguardo è il caso di citare Iperoggetti di Timothy Morton, un saggio del 2013 portato quest’anno in Italia da Nero. Il volume, opera di uno dei filosofi più importanti nel panorama contemporaneo, capace di riscuotere sia consenso a livello accademico che una certa diffusione nel pensiero di massa (soprattutto all’estero, dove è molto citato), divulga in modo visionario, lisergico, a volte dispersivo ma coinvolgente ed efficace, l’interpretazione del mondo della Ontologia-orientata-all’oggetto (OOO), la corrente filosofica fondata da Graham Harman e che secondo Morton vede proprio negli iperoggetti il nuovo strumento chiave per l’interpretazione del reale.
 
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Gli iperoggetti sono entità non-locali e viscose, impossibili da concettualizzare nella loro vastità e nella loro infinita rete di relazioni, si manifestano ovunque ma non ci è dato di comprenderli nella loro interezza. E come se non bastasse il principale degli iperoggetti è quello che più di tutti promette di stravolgere il mondo in cui viviamo: il riscaldamento globale. Ma, come osserva Morton “il riscaldamento globale non è qui. Gli iperoggetti sono non-locali. Le radiazioni non sono visibili”. La loro natura sfuggente ma pervasiva opera un cambio di paradigma radicale alla nostra possibilità di interpretazione del reale: per la OOO col riconoscimento degli iperoggetti l’uomo non può più essere al centro neppure dal punto di vista dell’interpretazione filosofica del mondo, perché ci sono una serie di relazioni che gli oggetti hanno tra loro e che ci risultano inaccessibili, ma che pure investono con la loro portata l’intero ecosistema in cui viviamo.

“Tutti gli oggetti sono intrappolati nella gelatina appiccicosa della viscosità: perché non si esauriscono mai nella relazione, nemmeno quando si scontrano”, dice Morton, e la conseguenza è che ci tolgono dal centro dell’universo, facendoci piombare nell’epoca della “fine del mondo”. Il saggio si muove tra metafore pop (“Gli iperoggetti resecano la sincerità. Neo scopre che lo specchio non lo tiene più a distanza dalla sua immagine riflessa, ma lo contamina”), e acute osservazioni che mettono insieme i campi dell’arte contemporanea e della fisica quantistica (“Dovremmo maledire il giorno in cui è esplosa la bomba. È stato un cataclisma che però ci ha costretto a vedere le cose come stanno. Gli iperoggetti sanciscono la fine della modernità”), per costringerci a riflettere sulla profondità dei cambiamenti che nel corso del breve Antropocene abbiamo impresso al pianeta (e che molti si sforzano opportunisticamente di rimuovere): “Il riscaldamento globale ci gioca uno scherzo davvero perfido, svelandoci come quello che credevamo essere un mondo affidabile è solo uno schema ricorrente”.

Morton ci costringe a osservare come perfino molte delle nostre impressioni estetiche siano state condizionate dalla perniciosa rete invisibile degli iperoggetti, costringendoci ad affrontare spunti che se sposati appieno sarebbero in grado di cambiare la nostra visione del reale (a suo avviso faremmo bene in tal senso ad accantonare una supposta estetica ‘naturale’), contribuendo così a spingerci sulla strada della rivoluzione ecologista:

“Le critiche ai parchi eolici e ai pannelli solari si basano spesso sul fatto che ‘rovinano il panorama’. L’estetica della Natura rappresenta un serio ostacolo per l’ecologia ed è un valido argomento a favore della mia tesi, quella per cui l’ecologia deve sbarazzarsi del concetto di Natura. Com’è possibile che una turbina eolica sia meno gradevole di un oleodotto? Perché ‘rovina il panorama’ più di tubi e strade? Si potrebbe pensare alle turbine come a installazioni di arte ambientale.”

Un consiglio che forse dovrebbero seguire un po’ tutti, a partire dai transumanisti, perché per vivere in eterno è attualmente ancora indispensabile che a ospitarci sia questo pianeta.

 

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Federico di Vita è nato a Roma e vive a Firenze. È autore del saggio-inchiesta Pazzi scatenati (effequ 2011, poi Tic, 2012) – Premio Speciale nell’ambito del Premio Fiesole 2013; e di I treni non esplodonoStorie dalla strage di Viareggio (Piano B, 2016). Suoi contributi sono apparsi su diverse testate tra cui Il Foglio, L’Indiscreto e Internazionale.